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“Non possiamo proteggere l’Amazzonia mentre combattiamo una guerra alla droga in Amazzonia”. È questa la tesi, netta e volutamente provocatoria, sostenuta da Steve Rolles di Transform in un’intervista al podcast di Safer Youth Norway pubblicato nel novembre 2025. Una tesi che rovescia il senso comune costruito attorno alla cocaina: non basta denunciare l’impatto ambientale dei consumi, né continuare a ripetere che ogni “striscia” sniffata in Europa equivale a un pezzo di foresta abbattuta. Per Rolles, quella lettura è troppo semplice e rischia di nascondere il cuore del problema: non è la coca in quanto pianta a distruggere l’Amazzonia, ma il regime proibizionista che trasforma una filiera agricola in un’economia criminale miliardaria.

Nel dialogo con il podcast norvegese, Rolles parte da un dato politico spesso rimosso anche dal mondo ambientalista. La superficie necessaria a coltivare la coca destinata al mercato globale della cocaina, osserva, è relativamente ridotta. Il punto decisivo non è dunque la dimensione agricola della coltivazione, ma il valore artificiale prodotto dall’illegalità. “Un grammo di cocaina che costa un dollaro e cinquanta da produrre può essere venduto a 100 dollari in Europa o 200 in Australia”, spiega Rolles. È la proibizione a moltiplicare il prezzo, a costruire rendite enormi, a rendere quella filiera una delle più redditizie economie illegali del pianeta.

Da qui discende il primo paradosso della guerra alla droga: le politiche di eradicazione non eliminano il problema, lo spostano. Le fumigazioni, le distruzioni manuali dei campi e la pressione militare non cancellano le coltivazioni di coca, ma le ricacciano più in profondità nella foresta, nei territori indigeni, nelle aree protette e nei parchi nazionali. La repressione produce così un effetto centrifugo: allontana le coltivazioni dai luoghi più visibili e le spinge verso zone più fragili, meno controllate, più esposte alla violenza e alla devastazione. Per Rolles “non funziona e rende sempre le cose peggiori”: non risolve il problema, lo muta in forme più pericolose.

Ma nemmeno questo, avverte, è il nodo principale. Il vero salto di scala avviene quando i profitti dei cartelli vengono reinvestiti e riciclati nelle economie estrattive dell’Amazzonia: miniere illegali, disboscamento, allevamenti, soia, palma, carne bovina, strade e piste di atterraggio. Qui la relazione tra cocaina e distruzione ambientale cambia natura. La deforestazione legata direttamente alla coltivazione di coca, per quanto reale e aggravata dall’eradicazione, diventa “mille volte più grande” quando il denaro della proibizione alimenta industrie estrattive realmente distruttive. La foresta non viene aggredita solo per coltivare coca, ma per reinvestire e lavare i profitti di una guerra alla droga che rende i cartelli ricchissimi.

È qui che l’analisi ambientale si intreccia con quella istituzionale. Per controllare territori, filiere e attività estrattive illegali o semi-legali, i gruppi criminali devono corrompere o intimidire polizia, magistratura, agenzie forestali e autorità ambientali. “Quando non esiste più alcuna infrastruttura civica”, dice Rolles, anche la mitigazione climatica e la protezione della biodiversità diventano impossibili. Non è solo un problema di alberi abbattuti, ma di territori sottratti al controllo democratico, consegnati ad attori armati e a economie criminali che non hanno alcun interesse per la tutela dell’ambiente.

La conclusione è radicale ma coerente: non esiste una soluzione repressiva. Più polizia, più esercito, più militarizzazione non faranno che aumentare conflitto, violenza e distruzione delle istituzioni locali. E a pagarne il prezzo saranno soprattutto le comunità indigene, i contadini, i coltivatori di coca, le popolazioni socialmente ed economicamente più marginalizzate. La guerra alla droga, insiste Rolles, ha creato questo problema; non può esserne la cura.

Per questo Transform propone di aprire una discussione oggi ancora considerata indicibile: legalizzare e regolamentare coca e cocaina lungo l’intera filiera. Non solo depenalizzare il consumo o intervenire a valle, ma immaginare mercati regolati, forme di produzione legale, iniziative pilota, percorsi nazionali — a partire da Paesi come la Colombia — e prodotti a base di foglia di coca meno rischiosi della cocaina in polvere, del crack o dell’uso iniettivo. Rolles cita ipotesi come pastiglie di coca, prodotti simili allo snus con foglia di coca, bevande energetiche a base di coca. Non come soluzioni definitive, ma come esempi di un campo di possibilità che il proibizionismo impedisce persino di pensare.

Il punto politico è proprio questo: normalizzare la discussione. La legalizzazione della cocaina, riconosce Rolles, è per molte organizzazioni ambientaliste, ONG e istituzioni internazionali un salto mentale enorme. È “una cosa proibita da dire” nei forum di alto livello. Ma se non si comincia a ragionare su come possa funzionare un mondo post-proibizionista, l’Amazzonia continuerà a essere sacrificata a una guerra che ha già fallito. “Dobbiamo riconoscere che questo è un problema che non sparirà, che non esiste una soluzione repressiva, e dobbiamo iniziare a discutere di come potrebbe essere un mondo post-proibizione della cocaina”, afferma Rolles nel podcast.

L’intervista ha il merito di parlare anche al movimento ambientalista, non solo a quello antiproibizionista. Rolles osserva che grandi organizzazioni impegnate sulla difesa dell’Amazzonia parlano pochissimo della guerra alla droga, pur intervenendo proprio nei territori in cui quella guerra produce militarizzazione, corruzione, economie illegali e devastazione ambientale. È una rimozione politica pesante. Se la crisi climatica è una minaccia esistenziale, allora ogni politica pubblica dovrebbe essere valutata anche per il suo impatto sulla capacità di proteggere gli ecosistemi. La proibizione, in questo senso, non è neutrale: è parte del problema.

La posta in gioco, naturalmente, non riguarda solo l’Amazzonia. Rolles allarga il ragionamento al Sud-est asiatico, all’Africa tropicale, all’Indonesia e ad altre aree ecologicamente vulnerabili dove la guerra alla droga si intreccia con povertà, fragilità istituzionale, controllo armato dei territori e distruzione ambientale. Non possiamo raggiungere gli obiettivi climatici e di sviluppo sostenibile, sostiene, se continuiamo a combattere una guerra alla droga proprio nelle regioni più fragili del pianeta.

La riforma delle politiche sulle droghe non è una questione settoriale. Riguarda la salute, i diritti, la giustizia sociale, la democrazia e sempre più chiaramente anche la giustizia climatica. Finché la cocaina – così come l’oppio e la cannabis – resterà nelle mani dei cartelli, saranno i cartelli a decidere dove passa il denaro, chi controlla i territori, quali istituzioni sopravvivono e quanta foresta può essere distrutta. Parlare di regolazione legale della cocaina non significa sottovalutare i rischi della sostanza. Significa finalmente prendere sul serio i danni enormi prodotti dalla sua proibizione.