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C’è un equivoco che attraversa il nostro tempo: scambiare l’ordine esistente per natura, e la politica per amministrazione dell’inevitabile. È in questo corto circuito che la parola “utopia” viene archiviata come ingenuità. Abolire l’impossibile di Valeria Verdolini (ADD Editore, 2025) prova invece a ribaltare la prospettiva: l’utopia non come fuga, ma come metodo per rendere pensabili e praticabili possibilità che oggi sembrano fuori portata.

Martedì 24 febbraio 2026 alle 18.30, a Pistoia presso la Libreria Cino, l’autrice presenterà il volume dialogando con Giulia Melani, Presidente de la Società della Ragione. Mercoledì 25 febbraio 2026, alle ore 18, il volume sarà presentato anche alla Sede de la Società della Ragione (Pad. 35, Area San Salvi, Firenze), nel ciclo “I Libri della Ragione”. Con l’autrice dialoga Xenia Chiaramonte, professoressa associata di Sociologia del diritto e della devianza (Università Ca’ Foscari Venezia). Coordina Giulia Melani, presidente de la Società della Ragione. A seguire aperitivo.

Il punto di partenza è netto: se vogliamo incidere sulla violenza non basta indignarsi di fronte ai suoi eccessi. Bisogna guardarla nelle sue forme “normali”: nei dispositivi che organizzano controllo, esclusione e gerarchie. Verdolini ricostruisce genealogie e funzioni di alcune istituzioni-cardine della modernità — carcere, confini, polizia — mostrando come siano intrecciate a processi storici che vanno dalla schiavitù al capitalismo, dal colonialismo alla costruzione della cittadinanza, fino alla produzione contemporanea di “scarti” sociali.

Il libro propone una domanda scomoda ma necessaria: quando un’istituzione nasce per gestire diseguaglianze e conflitti attraverso coercizione e separazione, può essere davvero “riformata” senza riprodurre la stessa logica? Qui entra in gioco l’orizzonte abolizionista, inteso non come slogan, ma come pratica politica: individuare ciò che produce danno strutturale, costruire alternative, spostare risorse e immaginazione verso forme di convivenza non fondate sulla punizione, sull’espulsione, sulla militarizzazione del sociale.

Non è un salto nel buio. Verdolini richiama anche storie di “abolizioni riuscite” — dalla schiavitù ai manicomi — per arrivare a quelle che sembrano impossibili perché pervasive: patriarcato, razzismo e colonialità, lavoro, proprietà, guerra. È qui che la speranza smette di essere sentimento e diventa organizzazione: “fare utopia” come costruzione di possibilità nel presente, come allenamento dello sguardo e delle pratiche collettive. “L’utopia serve soprattutto a organizzare la speranza in forme praticabili”, scrive l’autrice nelle pagine introduttive. 

In un’epoca in cui la risposta pubblica alle fragilità torna a essere spesso polizia, confine e carcere e la guerra si ripresenta come normalità, discutere di abolizionismo significa discutere di democrazia: di quanto spazio vogliamo lasciare alla libertà, alla cura, alla giustizia sociale. L’ex manicomio di San Salvi, con la sua storia e il portato simbolico delle sua mura, è un luogo particolarmente adatto per farlo: perché ogni “impossibile” di ieri, a un certo punto, è diventato una scelta politica concreta.