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25 years on. Still needed”: venticinque anni dopo, è ancora necessaria. È questo il tema scelto per l’edizione 2026 dell’International Overdose Awareness Day, la più grande campagna mondiale per porre fine alle morti per overdose.

Ogni 31 agosto, comunità, associazioni, servizi, persone che usano sostanze e familiari si incontrano in oltre quaranta Paesi per ricordare chi non c’è più, sostenere chi ha vissuto un’overdose e promuovere interventi capaci di prevenire nuove morti. Nel 2026 la giornata raggiunge il suo venticinquesimo anniversario: nacque infatti nel 2001, da un’iniziativa di commemorazione organizzata presso un servizio di scambio di siringhe a Melbourne, in Australia. Dal 2012 la campagna è coordinata dal Penington Institute ed è diventata una mobilitazione globale con più di mille iniziative ogni anno.

La ricorrenza tiene insieme memoria e azione politica. Dietro ogni dato c’è una persona, con le sue relazioni, i suoi affetti e la sua storia. Ogni morte produce conseguenze che attraversano famiglie, reti amicali e intere comunità. Ma il messaggio fondamentale della campagna è anche un messaggio di speranza e responsabilità: le overdose possono essere prevenute e gli strumenti per farlo sono già disponibili.

Sappiamo che cosa funziona

Le indicazioni della campagna internazionale sono nette: occorrono informazione corretta, accesso tempestivo all’assistenza, coinvolgimento delle persone direttamente interessate e interventi di riduzione del danno fondati sulle evidenze.

Tra questi ci sono la distribuzione capillare del naloxone, i trattamenti con farmaci agonisti per la dipendenza da oppioidi, i programmi di scambio di aghi e siringhe, il drug checking e le stanze del consumo. A essere chiamati in causa non sono soltanto i servizi sanitari, ma le istituzioni, i luoghi di lavoro, le organizzazioni sociali e le comunità nel loro complesso.

Il naloxone, in particolare, è un farmaco antagonista degli oppioidi in grado di interrompere temporaneamente gli effetti di un’overdose e consentire alla persona di tornare a respirare mentre arrivano i soccorsi. Non produce euforia e presenta pochissimi rischi anche quando viene somministrato nel dubbio che siano stati assunti oppioidi. La sua disponibilità nelle mani delle persone che usano sostanze, dei loro familiari, delle reti amicali e degli operatori di prossimità può fare la differenza tra la vita e la morte.

Occorre però ricordare che un’overdose può essere causata anche da stimolanti, alcol, farmaci prescritti o dall’assunzione contemporanea di più sostanze. I segnali e le modalità di intervento possono quindi essere differenti. In ogni caso si tratta di un’emergenza medica: è necessario chiamare immediatamente i soccorsi e prestare il primo aiuto possibile.

Contro lo stigma, per il diritto alla salute

L’International Overdose Awareness Day non propone soltanto strumenti sanitari. Mette in discussione lo stigma e la criminalizzazione che spingono le persone a consumare in solitudine, a nascondersi e a non rivolgersi ai servizi per paura di essere giudicate o punite. Tra i principi della campagna c’è il riconoscimento del diritto di ogni persona a un’assistenza sanitaria rispettosa e completa. La criminalizzazione del consumo non ha fermato le overdose: servono alternative fondate sulla solidarietà, sui diritti umani e sulla partecipazione delle persone con esperienza diretta.

È un’impostazione che Fuoriluogo e Forum Droghe sostengono da tempo. Con la campagna “Siamo vivi perché…” di Mai Senza Naloxone, promossa insieme a ITARDD, è stata ricordata l’efficacia del modello italiano di distribuzione del naloxone alle persone che usano oppioidi e alle loro reti. Un’esperienza avviata già nei primi anni Novanta, considerata innovativa a livello internazionale, ma ancora caratterizzata da profonde disuguaglianze territoriali. In alcune regioni e città il naloxone viene distribuito attraverso unità di strada e servizi a bassa soglia; altrove è difficile reperirlo persino nelle farmacie. La disponibilità della formulazione nasale senza obbligo di prescrizione ha rappresentato un passo avanti, ma l’accessibilità formale non basta: occorrono approvvigionamento, distribuzione attiva, formazione e informazione.

Come abbiamo scritto anche a proposito della crisi nordamericana, attribuire le morti unicamente al fentanyl o alla pericolosità di una singola sostanza produce allarmismo, non prevenzione. A determinare la diffusione delle overdose concorrono il mercato illegale e la sua imprevedibilità, le disuguaglianze sociali, l’isolamento, la precarietà, la carenza di servizi e l’assenza di politiche strutturali di riduzione del danno.

Come partecipare alla campagna 2026

Per il 31 agosto gli organizzatori mettono a disposizione un kit internazionale con materiali grafici, schede informative, proposte per eventi e azioni pubbliche, contenuti per i social media e strumenti di pressione sulle istituzioni. Tra le iniziative suggerite ci sono incontri informativi, corsi per riconoscere e affrontare un’overdose, petizioni, campagne pubbliche e l’illuminazione in viola di edifici e luoghi simbolici.

Promuovere la giornata significa anche chiedere impegni concreti: naloxone gratuito e realmente disponibile ovunque; distribuzione attraverso farmacie, servizi, unità di strada e reti comunitarie; drug checking e sistemi di allerta rapida partecipati; stanze del consumo; trattamenti accessibili; continuità della presa in carico dopo il carcere o un periodo di astinenza; ascolto e coinvolgimento delle persone che usano sostanze.

Dopo venticinque anni, una giornata contro le overdose è ancora necessaria. Ma non dovrebbe esserlo per sempre. Perché ricordare le persone che non sono più con noi significa anche rifiutare che altre morti vengano presentate come inevitabili.

Materiali e approfondimenti