COMUNICATO STAMPA
Droghe. La società civile chiede agli Stati di non collaborare alle uccisioni extragiudiziali di Trump
125 organizzazioni si mobilitano contro le operazioni militari USA nel Mar dei Caraibi e nel Pacifico. Intanto la CPI conferma la propria giurisdizione su Duterte. Anche Forum Droghe tra i firmatari.
La decisione della Corte penale internazionale (CPI), che ieri ha confermato la propria giurisdizione nel caso contro Rodrigo Duterte respingendo il ricorso della difesa, riporta al centro del dibattito politico e giuridico internazionale il tema della responsabilità per i crimini commessi in nome della guerra alla droga.
È in questo contesto che Forum Droghe ha aderito all’appello internazionale sottoscritto da 125 organizzazioni di tutto il mondo che chiede a tutti gli Stati di cessare immediatamente ogni sostegno alle uccisioni extragiudiziali compiute dagli Stati Uniti nel Mar dei Caraibi e nell’Oceano Pacifico in una nuova war on drugs. La lettera aperta, diffusa il 23 aprile, denuncia che dal settembre 2025 oltre 175 persone sono state uccise a bordo di piccole imbarcazioni, senza che vi siano prove di una minaccia imminente e in assenza di qualunque garanzia di accusa, processo o difesa.
La lettera richiama inoltre la responsabilità degli Stati terzi che hanno sottoscritto il Trattato di Roma istitutivo della CPI, ricordando che forme di cooperazione come intelligence sharing, accesso a basi militari e supporto logistico possono configurare un concorso in crimini di competenza della Corte Penale Internazionale, incluse le uccisioni extragiudiziali e i crimini contro l’umanità. Tra le adesioni italiane figurano, oltre a Forum Droghe, Associazione Luca Coscioni, Comunità San Benedetto al Porto, La Società della Ragione, Parsec e Società INformazione.
“Gli interventi militari degli Stati Uniti nel Mar dei Caraibi e nell’oceano pacifico, rivendicati con protervia dall’Amministrazione Trump, sono vere e proprie uccisioni extragiudiziali, condannate dal diritto internazionale. Il fatto che proprio ieri la Corte penale internazionale abbia confermato la propria giurisdizione sul caso Duterte ci ricorda che la guerra alla droga non appartiene al passato e non riguarda soltanto le Filippine. È un paradigma globale di sospensione del diritto, che produce uccisioni, impunità e disumanizzazione, dalle strade di Manila alle rotte del Caribe e del Pacifico”, dichiara Leonardo Fiorentini, segretario di Forum Droghe.
“Per questo abbiamo aderito a questa mobilitazione internazionale e chiediamo anche alle Istituzioni italiane di intervenire. Il tema sarà al centro anche dell’assemblea di Forum Droghe del 16 maggio a Roma: vogliamo discutere fino in fondo il ruolo della war on drugs nella crisi del presente, nella geopolitica delle guerre e nelle nuove forme di controllo sociale, come anche sui cambiamenti climatici. Oggi più che mai è necessario spezzare la spirale di normalizzazione della violenza di Stato e rimettere al centro il diritto internazionale, i diritti umani e la vita e la salute delle persone.”
Roma, 23 aprile 2026
Scarica la lettera aperta in inglese.
Forum Droghe ha copromosso un side event alla scorsa Commission on Narcotic Drugs proprio su questi temi:
Un appello pubblico a tutti gli Stati affinché smettano di agevolare le esecuzioni extragiudiziali
Noi, le organizzazioni firmatarie, lanciamo un appello a tutti gli Stati affinché cessino immediatamente o si astengano dal sostenere le esecuzioni extragiudiziali degli Stati Uniti nei mari dei Caraibi e nell’Oceano Pacifico.
Dal settembre 2025, l’esercito degli Stati Uniti ha ucciso più di 175 persone a bordo di piccole imbarcazioni nel Mar dei Caraibi e nell’Oceano Pacifico. L’identità della maggior parte delle vittime rimane sconosciuta e non vi è alcuna prova che rappresentassero una minaccia imminente per le persone o per gli Stati Uniti. Ciononostante, l’amministrazione Trump ha segnalato che questi attacchi illegali continueranno e, di fatto, si intensificheranno, anche attraverso attacchi terrestri. Esperti legali, la società civile, ex avvocati del governo statunitense, nonché ex membri e membri in servizio attivo delle forze armate statunitensi sono d’accordo: gli Stati Uniti stanno commettendo esecuzioni extragiudiziali secondo il diritto internazionale. I diritti alla vita e al giusto processo sono principi fondamentali del diritto internazionale. Questi attacchi — condotti al di fuori di un conflitto armato, senza accuse né processo, e diretti contro persone semplicemente accusate di partecipare al traffico di droga, il che non costituisce una minaccia imminente né un attacco armato — equivalgono a chiare violazioni di questi diritti. Gli Stati terzi possono incorrere in responsabilità giuridica per aver fornito aiuto o assistenza a un altro Stato nella commissione di atti illeciti a livello internazionale, comprese le esecuzioni extragiudiziali e i crimini contro l’umanità. Forme di cooperazione, come lo scambio di informazioni, l’accesso a basi militari e la fornitura di supporto logistico, possono raggiungere la soglia per essere considerate aiuto e assistenza quando facilitano l’identificazione, il monitoraggio e la localizzazione di imbarcazioni. Data la natura pubblica di questi attacchi e la flagrante mancanza di una giustificazione legale, gli Stati non possono plausibilmente invocare l’ignoranza dei rischi associati al loro sostegno. Le conseguenze delle esecuzioni extragiudiziali commesse dagli Stati Uniti si stanno facendo sentire nelle comunità di tutta la regione. Le famiglie che attendono il ritorno dei propri cari potrebbero non sapere mai cosa sia loro accaduto e non hanno accesso a risorse legali. Le comunità costiere hanno visto resti umani arrivare sulle rive e temono per la propria vita mentre commerciano e pescano, il che genera traumi psicologici e mina i loro mezzi di sussistenza.
Tutti gli Stati devono immediatamente cessare o astenersi dal fornire qualsiasi tipo di assistenza che possa contribuire a questi omicidi illegali. In caso contrario, si facilita il proseguimento di questa campagna illegale, si mina lo Stato di diritto e si corre il rischio di incorrere in responsabilità giuridica ai sensi del diritto internazionale.
