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Guerra alla droga nessuna resa
di FURIO COLOMBO
UN paesaggio di residuati bellici. A questo fa pensare l'esplosione violenta di scontri tanto intensi quanto confusi sul tema della droga. Basta niente, basta lasciar cadere incautamente, o in buona fede, una parola e segue un'esplosione. Un'esplosione è sempre un danno. Il cambiamento che ne deriva è solo un cratere in più in un terreno già abbastanza desolato. È ciò che sta accadendo in questi giorni. Un alto magistrato dice a voce alta il tema di un tormento con cui il mondo torna a misurarsi, a volte rifiutando, a volte provando strade nuove, incalzato dal dramma che nessuno può tollerare, su cui nessuno ha davvero soluzioni sicure. Il procuratore Fonseca ha visto le carceri affollate di disperati utenti della droga e si è domandato se non ci sia un altro percorso. Questo messaggio carico di responsabilità e di ansia non è diverso dalla disperazione dei cittadini, padri, madri, educatori, preti, esperti e vittime, che implorano, un po' a se stessi, un po' a tutti, "facciamo qualcosa". Impossibile liberarsi dal senso del tragico in questo dibattito che ha per oggetto un'immensa quantità di dolore. La prigione è tragica e inutile. La bandiera della liberalizzazione rischia di sventolare su un mare di macerie, accetta lo squallore come simbolo, la rinuncia come valore. Cala di colpo la luce grigia di una routine farmaceutica, con meno dolore, questo sì, meno danno fisico e sociale, ma rinunciando definitivamente a una speranza. Siamo in fondo al cunicolo di questa brutta alternativa. Perché celebrarla, da un lato e dall'altro, alzando bandiere opposte di presunte certezze e dedicando al "nemico" (gli altri di noi, altrettanto disperati) cattiverie, sarcasmo e indecorose definizioni diffamatorie? Di qua chi sostiene, con proibizione o persecuzione, la criminalità organizzata e persino il traffico di armi alimentato dai proventi della droga. Di là i permissivi incoscienti che deliberatamente distruggono valori, famiglia, ne fanno un manifesto di indifferenza morale. Tutto ciò non è vero, naturalmente, né per un parte né per l'altra. Il linguaggio di questa polemica è antico, anzi vecchio. Risale al clamore di contrapposizioni politiche che oggi non esistono più, sono fantasmi di uno scalmanato passato italiano. Nel mondo, sappiamo, la stessa contrapposizione esiste, altrettanto carica di fragili certezze e di accanite predicazioni. Ma non ci dice niente il fatto che l'intero fronte proibizionista americano sia stato, fino a poco fa, interamente di sinistra, e che il vessillo della liberalizzazione sia sventolato quasi solo nelle mani della destra conservatrice? Una cosa ci dice (e spiega l'apparente contraddizione destra-sinistra dei radicali italiani). Ci dice che i due percorsi non riflettono due ideologie, non sono affatto il frutto necessario di due mondi di contrapposti valori. Ci dice che nessuna delle due parti ha diritto di contestare l'integrità dell'altra, che parlare a nome di interi schieramenti morali e politici è azzardato e improprio. Forse don Ciotti è meno cattolico dei cattolici che - ci dicono titoli clamorosi dei giornali - condannano in blocco ogni tentativo di percorrere un'altra strada che non sia il carcere, come se il rapporto fra tragedia della droga e prigioni fosse una garanzia sicura di rettitudine e di valori morali?
FORSE che coloro che non vogliono la bandiera della droga libera perché ne temono il simbolo, perché temono il bradisisma di una società che per evitare il peggio si aggiusta sul lato basso e triste della vita, sono incoscienti corruttori dei giovani? È vero che sui due lati si attestano, dietro gli schieramenti a viso scoperto, altri schieramenti meno nobili. Alle spalle dei rigorosi c'è chi vuole la prigione per non vedere e per non sapere. In corteo con i permissivi ci sono (in Usa e in Svizzera si vede chiaro
) gli egoisti militanti: volete uccidervi a colpi di siringa o stordirvi con espedienti destinati a ridurre ogni giorno di più la dimensione, la forza, l'utilità della vostra vita? Accomodatevi. Fatelo in ambulatorio. E smettetela col teatrino senza fine della provocazione-trasgressione che ingombra le strade e sporca la città. Però sappiamo bene che le voci principali di entrambi i campi sono voci di dolore, di ansia, di bisogno sincero di trovare una porta. Quelli di noi che non vogliono alzare la bandiera del valore basso della vita credono però sempre meno nella porta della prigione. Per questo hanno sentito qualcosa di vero e di sincero nella voce del procuratore Fonseca. Quelli di noi che credono ai dispensari e alla distribuzione controllata della droga possono sottrarsi al dubbio che il sistema sanitario (così come accade negli Stati Uniti, e a differenza di quanto accade nella piccola Svizzera) sia in grado di far fronte a un simile peso, istituire, collegare, dotare, far funzionare in modo rigoroso migliaia di punti di distribuzione senza far precipitare il sistema sanitario nel caos? Dietro le facciate delle due soluzioni al tragico problema della droga c'è un tale groviglio di altri problemi che appare consigliabile, anzi indispensabile un modo "soft", prudente, reciprocamente rispettoso, disposto al confronto, allo scambio di dati, di esperienze. Ci unisce un mare di non certezze e un senso di urgenza che non consente distrazioni e che scredita la modellistica astratta. Si può, dove, quando, con chi, con quale coscienza competenza e mezzi affrontare in modo nuovo questo problema odioso e distruttivo? Sono domande inevitabili non per concludere ma per iniziare il dibattito. Sappiamo solo che non si può evitare e che non serve innalzare bandiere contrapposte.
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