Logo Repubblica.it 6 FEBBRAIO 1998

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"L'Italia non è pronta
per la droga di Stato"
Bologna, Livia Turco: inefficaci le attuali sanzioni

di MICHELE SMARGIASSI


BOLOGNA - L'Italia "non è ancora pronta per la somministrazione controllata dell'eroina ai tossicodipendenti. Possiamo discuterne laicamente e studiare il problema su scala europea, ma il nostro governo non prenderà misure in tal senso", scandisce il ministro Livia Turco, decisamente esasperata. Ma il fantasma della "droga di Stato", evocato un mese fa dal procuratore generale della Cassazione Galli Fonseca continua ad aggirarsi per ministeri e convegni.
E a far danni, denuncia il ministro: "Non si riesce a far approvare il fondo per la lotta alla tossicodipendenza che serve a finanziare le comunità e la prevenzione primaria", spiega a ottocento operatori anti-droga venuti da 12 paesi d'Europa, "perché ci sono quelle tre paroline: riduzione del danno", che qualcuno sospetta essere appunto l'anticamera alla distribuzione gratuita di eroina, se non alla sua liberalizzazione pura e semplice. Così non è: e il ministro della Solidarietà sociale non fa fatica a spiegarlo alla gente del mestiere radunata a Rastignano, sulle colline bolognesi, dall'Erit, la federazione europea delle associazioni che lavorano sulle tossicodipendenze. "La legalizzazione è un pericolo, siamo contrarissimi", la rassicura il presidente Umberto Nizzoli, "e la somministrazione controllata si potrà fare solo in casi limitati e con severi protocolli terapeutici".
Ma distinguere non è semplice. E domani questa stessa conferenza europea si chiuderà con un appello a Bruxelles per la depenalizzazione dell'uso personale delle droghe, leggere e pesanti. Cosa "diversissima" dalla legalizzazione, si affrettano a spiegare i proponenti. "Infatti non c'entra nulla", ribadisce il ministro, seccata. Ma il confine non dev'essere così netto, se la questione è diventata un imbarazzo e un impaccio per i piani del governo.
Un anno fa la conferenza governativa di Napoli aveva stabilito precisi impegni, tutti ancora in alto mare: "Siamo in ritardo", ammette Livia Turco. E dopo il Parlamento sospettoso punta il dito anche sui colleghi ministri "scoordinati" (nel progetto sono coinvolti Flick e Bindi, Giustizia e Sanità): "Ognuno ha lavorato per conto suo, manca la regìa". Risultato: bisogna rivedersi e "coordinare l'intervento" di nuovo.
Colpa dello "strabismo" del dibattito politico. O meglio, presbiopia: "Noi politici ci buttiamo animosi, militanti e provinciali sulle dispute ideologiche, e non riusciamo a vedere i problemi quotidiani che ci pone la diffusione delle droghe", incalza Turco. E spiega quali: nuove sostanze stupefacenti, figli dei tossicodipendenti, qualificazione e "certificazione di qualità" dei centri di recupero (l'Italia primeggia per ospiti, 13.600 contro i 1840 della Francia, e per operatori, 16 mila, ma è ultima per professionalità), extracomunitari, Aids, droga in carcere...
Il carcere, appunto: cos'è "reato di droga" e cosa no? "Il consumo personale di droghe è sintomo di un disagio sociale o di un fallimento personale, non un reato", spiega Nizzoli e insiste sulla depenalizzazione. Il ministro concede: "Possiamo verificare se nella legislazione esistono margini per evitare il carcere a chi fa uso di droghe; anche certe sanzioni amministrative sono inefficaci, togliere la patente per uno spinello può fare più male che bene a un ragazzo".
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