il manifesto  14 Gennaio 1998

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INTERVISTA

Margara: le leggi consentono la somministrazione

Il presidente delle carceri, Alessandro Margara, è un affabulatore. Gli piace narrare le cose, più che affermarle. Così, per rispondere alla domanda su quale sia la sua opinione sulle dichiarazioni del procuratore generale della Cassazione, Galli Fonseca, parte dalla legge del 1954. E spiega che allora non solo non faceva scandalo ma anzi era assolutamente diffusa la regola di somministrare morfina ai tossicodipendenti. "E' vero che allora i tossicodipendenti erano ben diversi dagli attuali - ricorda Margara - ma è anche vero che la somministrazione era piuttosto consistente. Poi si arrivò alla legge del '75 e anche allora - prosegue il direttore di tutti gli istituti penitenziari italiani - nella legge si prevedevano, con maggiori cautele, modalità di somministrare di morfina che comunque non veniva ritenuto negativo né sotto il profilo giuridico né dal punto di vista sociale. La possibilità per i medici di tali prescrizioni venne tolta nel 68 quando si scoprirono alcune forti irregolarità nelle ricette. La vera svolta - anche Margara, come il ministro Flick, punta il dito sul ministero della sanità - si è avuta all'interno degli organismi sanitari".

Dunque, non c'è problema e il fatto che finora non si sia fatto nel nostro paese è solo un "disguido"? "Io mi chiedo come si possa sostenere che è la somministrazione controllata è proibita - afferma Margara - poiché la possibilità c'è anche nell'attuale legge sulle droghe. E' la legislazione socio-sanitara ad aver precluso questa via". Margara ammette di non essere in grado di valutare gli effetti positivi della sperimentazione controllata sui tossicodipendenti perché "ci sono resistente anche culturali che pesano, come fu del resto a suo tempo anche per la morfina". Quanto al problema esclusivamente carcerario, dice che "somministrazione controllata può non voler dire nulla. E' quel che attorno a questo si costruisce e cioè se si riesce, in questo modo, a far uscire i tossicodipendenti dalla piazza". Si potrebbe magari comunciare col distribuire nelle carceri il metadone. "Lo si fa già in quasi tutte le carceri - sostiene il presidente - anche se ogni tanto qualche direttore afferma che non si può fare. Ma afferma una cosa non vera e stamo cercando di intervenire perché simili atteggiamenti vengano superati. Semmai il problema è se il metadone vada dato a mantenimento o a scalare. Ammetto che il primo caso non è praticabile ed è anche piuttosto raro e perfino nemmeno molto utile perché molti detenuti tossicodipendenti in carcere, per diverse ragioni, recuperano e quindi una terapia a scalare è ultile a questa loro autonoma volontà di provare a smettere".

Alessandro Margara è però del tutto convinto che la somministrazione controllata e in via sperimentale vada incusa dentro la riduzione del danno, unica strada da percorrere e sulla quale c'è un diffuso lavoro. Come si dice del tutto convinto che, poiché il nostro paese ha depenalizzato il consumo personale, la questione non deve riguardare un ambito strettamente penale.
 
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