
"S E I GIOCATORI dell'Nba fossero sottoposti a controlli regolari per la marijuana, non esisterebbe più alcuna lega. In America ogni ragazzo cresce fumando erba e non ha alcun motivo per smettere. Dal momento che tutti lo fanno, nessuno vuole essere sottoposto a test di controllo". Con questa provocatoria dichiarazione di Richard Dumas - ex guardia dei Phoenix Suns rifugiatasi nella pallacanestro europea dopo essere stata bandita dall'Nba per droga - si è aperta poco più di 2 mesi fa la nuova stagione del basket professionistico americano.
La scottante rivelazione, raccolta dal New York Times nel corso di una documentata inchiesta sulla diffusione della marijuana fra i cestisti della National Basketball Association (quasi il 70% di questi ne farebbe regolarmente uso) ha scoperchiato un pentolone di polemiche e dibattiti all'interno ed intorno ad una lega, dove l'ultimo spinello del giovane Allen Iverson fa più paura dell'ultima stagione di Michael Jordan.
Il polverone alzato dal quotidiano newyorchese ed alimentato in seguito da giocatori e dirigenti dell'Nba, giunge alla fine di un anno (il '97) durante il quale diverse stelle dei canestri sono state pizzicate dalla polizia, chi con uno spinello sul cruscotto della macchina, chi con un po' di marijuana nelle tasche dei pantaloni. Marcus Camby dei Toronto Raptors, Allen Iverson dei Philadelphia 76ers, Isaiah Rider dei Portland Traiblazers, Cliff Robinson dei Phoenix Suns sono stati arrestati e processati per possesso di marijuana, cavandosela con il patteggiamento della pena o con l'aiuto di qualche amico disposto ad assumersi le "colpe" altrui. Mookie Blaylock, playmaker "cult" degli Atlanta Hawks al quale i Pearl Jam hanno dedicato l'album Ten (dal suo numero di maglia), fermato in Canada con quasi 60 grammi di erba nella valigia mentre saliva sull'aereo con i compagni di squadra, è finito dietro le sbarre ma ne è uscito in 24 ore pagando una multa di 28 dollari al governo canadese, senza incorrere nelle ben più pesanti conseguenze cui sarebbe andato incontro sul suolo natio in qualità di recidivo. Graziato dal calendario che aveva spinto i suoi Hawks fino a Vancouver, Blaylock è potuto tornare in campo la sera dopo il rilascio.
Scottata dalla cattiva pubblicità delle sue star, la lega ha però deciso di cambiare politica, cominciando ad assestare qualche piccola punizione (una giornata ad Iverson, due a River) per condotta nociva verso l'Nba. La cosa non è affatto piaciuta all'associazione dei giocatori e quando, subito dopo la denuncia del New York Times, il gran capo della Nba, David Stern, ha annunciato l'elaborazione di un piano "educativo" sulla marijuana che prevede controlli regolari e pesanti sospensioni per i trasgressori (5 gare al primo al primo spinello, 6 mesi al secondo, addio al terzo) l'associazione ha alzato le barricate invocando i diritti dei giocatori come normali cittadini; non c'è alcuna ragione, ha sostenuto, per imporre loro più di quello che è previsto per il resto della società. Per la lega si tratta chiaramente di un problema di immagine, quella pulita e vincente, che viene venduta in tutto il mondo, che garantisce sponsor e contratti televisivi multimiliardari, e che non può essere sporcata dal fantasma della droga.
Già tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli '80 l'Nba fu sul punto di collassare a causa della scoperta della diffusione della cocaina fra i suoi giocatori: fu allora introdotta una severissima politica antidroga (squalifica immediata per chiunque fosse condannato per cocaina o eroina) che è diventata un modello per lo sport americano ed ha preso nella sua rete numerosi "pesci" dei canestri, da Lewis Lloyd a Duane Washington, da Roy Tarpley a Mitchell Wiggins, dal "bolognese" Sugar Ray Richardson a Richard Dumas. Nonostante gli sforzi fatti è però rimasto tragicamente scolpito nella coscienza sportiva americana il draft dell'86, durante il quale i Boston Celtics selezionarono con la seconda scelta assoluta il giovane Leon Bias, promettente stella dell'università di Maryland, trovato poi morto due giorni più tardi per arresto cardiaco dovuto ad uso di polvere bianca.
Memore del suo passato, l'Nba non vuole ora correre il rischio di una nuova crisi d'immagine e di identità e vorrebbe quindi rafforzare e riaggiornare la sua politica antidroga, non solo proibendo la marijuana, ma anche e soprattutto estendendo radicalmente i controlli obbligatori. Attualmente infatti solo le matricole al primo anno possono essere testate liberamente; per tutti gli altri serve un motivo ragionevole, una prova oggettiva, che possa giustificare l'opportunità di un test.
Dal canto loro i giocatori hanno sempre fatto resistenza all'introduzione di controlli regolari, sostenendo l'incostituzionalità di un test basato su un semplice sospetto e sottolineando l'enorme potere di influenza e controllo che tutto ciò garantirebbe ai proprietari ed ai dirigenti della lega. Proprio l'aspetto economico sembrerebbe essere la vera causa nascosta (neanche troppo) del polverone-marijuana, avvicinandosi la riapertura dell'accordo sulla contrattazione collettiva fra le parti prevista per il prossimo aprile. L'Nba sostiene che sono i giocatori a chiedere incentivi economici in cambio di un piano antimarijuana. Secondo l'associazione dei giocatori, invece, il programma educativo sulla marijuana proposto dalla lega sarebbe soltanto un mezzo per garantire ai proprietari una posizione di vantaggio in sede di contrattazione e più in generale nei confronti dei giocatori "scomodi" con contratti onerosi: se non giocano bene li si dà in pasto ai media col sospetto che si facciano le canne e si rescinde il contratto con l'appoggio delle regole e dell'opinione pubblica.
E' dunque in atto una guerra politica ed economica che nell'ultimo mese si è fatta ancora più rovente, dopo che Latrell Sprewell, stella del Golden State Warriors, ha preso per il collo e minacciato di morte il suo allenatore, P.J. Carlesimo, durante un allenamento particolarmente nervoso. Il giocatore è stato tagliato dai Warriors ed immediata, senza neanche ascoltare le parti in causa, è arrivata la squalifica di un anno da parte dell'Nba. Pronta la risposta dell'associazione dei giocatori che ha già annunciato, in caso di esito negativo del ricorso presentato contro la sospensione, il blocco dell'All Star Game di febbraio e dei mondiali della prossima estate.
Di fronte ad un simile muro contro muro la denuncia del problema-marijuana nella Nba mostra tutti i suoi limiti ed il rischio di un utilizzo strumentale da entrambe le parti. Dal punto di vista sportivo infatti non è certo un'eresia sostenere che la marijuana non costituisca una sostanza dopante nel vero senso del termine, non accresca cioè le capacità e le prestazioni di un atleta. Il suo effetto principale è anzi quello di rendere una persona più rilassata. Il che non sarebbe un male se si considera la pressione fisica e psicologica cui è sottoposto un giocatore dell'Nba, ma non aiuta un granché per giocare quasi 100 partite all'anno o per mettere dentro il tiro all'ultimo secondo.
In un paese poi come gli Stati uniti, dove la controcultura ha insegnato prima che altrove a distinguere tra droghe leggere e droghe pesanti (soprattutto per quel che riguarda gli effetti), dove persino il presidente Clinton ammette tranquillamente di essersi fatto uno spinello (ahimé senza aspirare), dove il consumo di marijuana (più di 10 milioni di "fumatori" secondo la narcotici) è considerato un atteggiamento socialmente tollerabile anche se illegale e dove la legalizzazione e l'uso per scopi terapeutici sono da tempo oggetto di dibattito, referendum e proposte legislative, appare ipocrita ed inutile avviare una caccia alle streghe contro la diffusione, verissima, del "pot" nel mondo sportivo. I pericoli del doping e le tragedie della droga sono un'altra cosa.

M ENTRE negli Stati Uniti lo slogan "Just say no" continua a propagandare la cosiddetta "tolleranza zero" verso ogni tipo di droga, non distinguendo tra le diverse sostanze reperibili sul mercato e lanciando un anatema tanto assurdo quanto ipocrita e controproducente (gli antiproibizionisti Usa hanno lanciato il contro-slogan "Just say know"), in Europa, da qualche mese a questa parte, diversi paesi stanno faticosamente cercando di uscire dall'impasse in cui li ha cacciati il proibizionismo.
Il discorso non riguarda tanto l'Olanda, dove da anni si possono liberamente acquistare e consumare hashish e marijuana, e dove in generale da parte delle strutture pubbliche c'è un grande sforzo di informare sull'argomento "droghe" piuttosto che reprimere. Nè la Germania - molti land stanno seguendo l'esempio olandese - nè ancora la Svizzera, dove continua, approvata da un referendum popolare, la distribuzione di eroina ai tossicodipendenti da parte delle strutture sanitarie. Riguarda invece l'Italia, la Francia e l'Inghilterra, tre paesi chiave per gli assetti politico-culturali del Vecchio Continente.
In Italia non hanno avuto l'eco che si meritano alcune sentenze che non è esagerato definire storiche: non è reato coltivare marijuana se la grandezza della piantagione denota la volontà di un uso personale dello stupefacente. Lo ha stabilito il tribunale di Macerata il 16 dicembre scorso, mandando assolti due giovani "perchè il fatto non costituisce reato". I due erano stati arrestati dai carabinieri perchè sorpresi a innaffiare 12 piante di canapa indiana in aperta campagna, su un terreno demaniale di Appignano. Già la Corte Costituzionale, con la sentenza 443 del 23 dicembre 1994, aveva sancito il principio che non solo la detenzione per uso personale, ma estensivamente anche altre condotte (coltivazione e fabbricazione) non dovrebbero essere perseguibili se "poste in essere per il predetto fine di uso personale", tanto più alla luce del referendum abrogativo dell'aprile 1993.
Sempre poche settimane fa è stato assolto un altro giovane, nella cui abitazione erano stati trovati 170 grammi di hashish. Il giovane ha provato di essere sieropositivo dal '91 e di "sottoporsi da tempo a una terapia che comporta l'assunzione di chemioterapici, i cui effetti collaterali possono essere attenuati attraverso sostanze cannabinoidi". Un effetto benefico ben noto, confermato dai periti del tribunale. (In un serial tv negli Usa, Candice Bergen interpreta il ruolo di una malata che fuma cannabis come terapia. In molti stati degli Usa l'erba è off limits anche per uso terapeutico).
E l'11 dicembre il tribunale di Forlì ha mandato assolto un rasta (un seguace della religione giamaicana che considera un sacramento la marijuana): il sostituto procuratore Andrea Santucci ha infatti chiesto l'archiviazione per l'uomo, che vive con la convivente e due figli (di nome Elfo e Fantasia) in un'isolata cascina sulle colline tra Forlì e Cesena, e che si autodefinisce "poeta stornellatore", denunciato nel novembre '96 poichè nella sua casa fu trovato un kg di marjiuana. Nella sua motivazione il magistrato precisa che "il possesso di tale sostanza deve porsi in relazione con la particolare figura dell'uomo, per il quale il consumo di droga leggera è conforme alla propria concezione e filosofia di vita".
Con un'iniziativa "alla Pannella" senza precedenti in Francia, i sostenitori della depenalizzazione delle droghe leggere hanno recapitato il 10 dicembre scorso all'Assemblea nazionale 577 pacchetti contenenti una sigaretta di marijuana, uno per ciascun deputato, con una lettera che spiega: "è un gesto simbolico per aprire un dibattito sulla canapa indiana e i suoi derivati al Parlamento, unico luogo nel quale non se ne parla ancora. Questa marijuana - dice la lettera - è nata sotto il dolce cielo di Francia. La fumano centinaia di migliaia di cittadini, violando una legge inutile e pericolosa".
La "provocazione" non è caduta nel vuoto. Cinque giorni dopo 300 specialisti, riuniti per due giorni al ministero della Sanità, hanno chiesto a grande maggioranza di depenalizzare l'uso di tutte le sostanze stupefacenti, dall'eroina all'ecstasy, dalla canapa indiana alla cocaina, rivedendo la legge del 1970 che condanna il semplice consumo di droghe. Anche il presidente del Comitato nazionale d'etica, Jean-Pierre Changeux, ha giudicato "indispensabile e urgente riesaminare la legge". Un vescovo, monsignor Albert Rouet, pur evitando di pronunciarsi sulla depenalizzazione, ha definito la legge "inoperante" e ha deplorato: "il liberalismo più sfrenato si oppone a una tenace costipazione intellettuale". Da parte sua il ministro della Sanità, Bernard Kouchner, ha assicurato che "delle decisioni saranno prese molto presto", e intanto ha chiesto uno studio sull'uso a scopo terapeutico (dolori e inappetenza dei malati di cancro e di Aids) della marijuana.
Hanno fatto scalpore in Gran Bretagna i risultati di uno studio della Demos, un istituto di ricerca vicino al governo Blair, che demolisce alcuni luoghi comuni sui "drogati". Il rapporto origina da un sondaggio su un campione di 850 giovani britannici, intervistati in sei diverse aree del paese. Ne emerge un ritratto inconsueto del tipico consumatore di droga, consapevole di rischi e consequenze delle proprie scelte, aperto alle relazioni sociali e familiari. "Spesso - ha dichiarato un portavoce della Demos - l'uso della droga è parte integrante proprio della vita sociale dei giovani britannici: feste, pubs, discoteche e altre occasioni di incontro ne favoriscono la diffusione". Il direttore dell'istituto, Geoff Mulgan, ha messo in guardia il governo dal fondare la politica anti-droga su vecchi clichè. Meglio prendere atto che nella concreta realtà sociale la droga è ormai una dimensione "normale". Un sondaggio dell'anno scorso, condotto in 69 scuole fra ragazzi di 15 e 16 anni, ha fatto emergere che circa la metà del campione ha provato sostanze stupefacenti illegali: il 38% delle ragazze e il 43,6% dei ragazzi hanno detto di aver fumato marijuana (In Italia, secondo uno studio del Cnr, i sedicenni con esperienza di stupefacenti, soprattutto marijuana e hashish, sono il 24%).