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Droghe e Diritti

Psicostimolanti anti crimine

Giorgio Bignami commenta i dati sull’uso degli psicostimolanti per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 19 dicembre 2012.

La sindrome da deficit di attenzione e iperattività (Adhd) – quella per la quale sono indicati, pur con una serie di limitazioni, i trattamenti con psicostimolanti amfetaminici di bambini e adolescenti – sta allargando passo passo la sua area di influenza. Infatti, numerosi studi tendono a mostrare il rapporto tra Adhd in età scolare e vari disturbi, soprattutto di tipo “sociopatico”, successivi al raggiungimento della maturità. E con le crescenti difficoltà del nostro sistema scolastico e la scarsità di risorse per gli interventi psicologici e di sostegno, che dovrebbero avere la priorità assoluta, il farmaco rischia di assumere un ruolo assai più pesante di quello previsto nel protocollo per la diagnosi e la terapia del disturbo, varato dall’Istituto superiore di sanità e dall’Agenzia del farmaco. Infine, non sappiamo in che misura gli anfetaminici prescritti vadano a finire sul mercato grigio come droghe d’abuso, il che è sempre più frequente negli Usa.

Un ulteriore problema: l’adolescente o il giovane adulto sociopatico (con o senza virgolette), soprattutto se di condizioni socioeconomiche disagiate, è a maggior rischio di violazioni penalmente rilevanti. Da qui l’ampia risonanza di una ricerca svedese recentemente pubblicata sul New England Journal of Medicine (P. Lichtenstein et al, v. 367, p. 2006-2014, 12.11.2012), che ha valutato in oltre 25.000 soggetti con diagnosi di Adhd i rapporti tra trattamenti farmacologici – per lo più, ma non solo, con metilfenidato (Ritalin) – e frequenza di condanne penali. La riduzione di tali condanne, sia tra soggetti trattati e non trattati, sia tra periodi di trattamento e di non trattamento nei primi, è apparentemente notevole (30-40%). Gli autori subito avvertono che i risultati vanno presi con cautela: cioè dopo aver ricordato che il rapporto beneficio-rischio di questi trattamenti resta dopo decenni ancora sub judice (per gli effetti collaterali, per la possibilità di tolleranza, dipendenza e abuso), essi sottolineano che il suddetto effetto si è rivelato transitorio (i trattati nel 2006, per es., non avevano riduzione delle condanne nel 2009). Inoltre, mentre alcuni fattori confondenti si sono potuti controllare (per esempio, nei confronti tra periodi di trattamento e di non trattamento degli stessi soggetti, non possono creare confondimenti i fattori genetici e ambientali precoci), in questo tipo di studi altri fattori almeno altrettanto importanti sfuggono a ogni possibile controllo. Tra questi, i motivi per i quali un dato terapeuta ha deciso di trattare o meno un dato soggetto; gli usi e abusi di altri farmaci e droghe; il tipo di sostegno ricevuto o meno dai servizi o da parenti e conoscenti.

Tuttavia dobbiamo chiederci: che ascolto avranno questi avvertimenti? In molti curanti, insegnanti, famigliari e altre parti in causa, a fronte della scarsa disponibilità di risorse per altre misure, si stimolerà ulteriormente l’aspettativa di una soluzione semplice ed efficace per un problema spinoso, scontando il noto avvertimento di Henry Louis Mencken (“per ogni questione complessa vi è una risposta chiara, semplice e sbagliata”). E così la tendenza alla medicalizzazione rischia di conquistare un’altra fetta consistente dei problemi comportamentali e sociali, magari proponendo le amfetamine per lo sfollamento delle carceri.

mer, dicembre 19 2012 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto | 1593 visite |

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