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Droghe e Diritti

Alcol, il limite della legge

Franca Beccaria, Sociologa (Eclectica, ricerca e formazione, Torino) scrive per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 31 ottobre 2012.

Mi occupo di aspetti sociali legati al consumo di bevande alcoliche ormai da vent’anni, ma quando mi è stato chiesto un articolo sull’emendamento bipartisan che introduce il divieto di vendita ai minorenni, approvato dalla Commissione Affari Sociali della Camera, sono stata tentata di rifiutare perché la complessità dell’argomento è difficilmente sintetizzabile in un breve articolo.
Comincio sgombrando il campo dagli equivoci. Le evidenze scientifiche indicano chiaramente che i ragazzi dovrebbero astenersi dal consumare bevande alcoliche prima dei 16 anni e gli organismi internazionali invitano gli Stati ad assumere politiche che riducano l’accessibilità all’alcol, in particolare da parte della popolazione giovanile, anche attraverso la regolamentazione dell’età consentita per l’acquisto di bevande alcoliche. Non si può inoltre non pensare alla responsabilità di chi vende alcolici davanti a notizie come quella di un sedicenne che ha rischiato di morire, abbandonato per strada dagli amici spaventati dal suo stato di coma etilico.
Perché dunque resto perplessa di fronte a questa decisione? Innanzitutto perché in Italia il divieto di somministrare alcolici ai minori di 16 anni è in vigore fin dal 1931 e nel 2011 una circolare del Ministero dell’Interno lo ha esteso alla vendita nei negozi, anche se tale norma è stata, fino a pochi anni fa, totalmente ignorata (nel senso etimologico del termine) non solo dai giovani, ma anche da operatori sociosanitari e gestori di locali pubblici. Solo in tempi recenti è aumentata la conoscenza dell’esistenza della legge, ma non ancora la sua concreta applicazione.
Il primo dubbio è dunque spontaneo: perché, prima di elevare l’età non avviare una politica di controllo sull’applicazione della norma in vigore, valutandone gli effetti?
E’ diffusa la convinzione che a norme più severe e applicate con rigore corrisponda una minore rilevanza del bere eccessivo. Eppure non sempre è così. Gli abusi alcolici tra i giovani nei paesi mediterranei sono infatti inferiori rispetto a quelli di Gran Bretagna, paesi baltici e scandinavi, dove i limiti di età sono più elevati e la norma è applicata con rigore; e non sono superiori a quelli degli Stati Uniti, dove per bere occorre aspettare i 21 anni.
E’ lecito dunque domandarsi quali altri meccanismi di regolamentazione agiscano sui consumi alcolici, nonché quali possono essere gli effetti non previsti delle norme. E’ anche lecito chiedersi come e dove si procurino gli alcolici i tanti ragazzi che si ubriacano regolarmente in paesi dove tale divieto è seriamente in vigore e quale significato assuma il consumo di una sostanza “proibita” rispetto a una legale.
Ritengo dunque che, prima di elevare l’età di accesso all’alcol, sarebbe più opportuno procedere in modo graduale, attraverso una seria applicazione delle norme in vigore, attuando controlli sia nei locali pubblici che nei negozi. Una scelta coraggiosa sarebbe poi quella di investire risorse per indagare quello che recentemente alcuni colleghi scandinavi hanno definito “il mistero italiano”, una cultura del bere che a dispetto di quanto si creda continua a essere molto diversa da quella del resto dell’Europa, al fine di individuare politiche sull’alcol appropriate ed efficaci.

mer, ottobre 31 2012 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto | 4048 visite |

2 Responses

  1. Emanuele SCAFATO PRESIDENTE SIA novembre 1 2012 @ 00:44

    Mi occupo da più di vent’anni di alcol e giovani. Nel 1999 ho preparato da Copenaghen, dove lavoravo nel WHO, la Dichiarazione di Stoccolma sui Giovani e l’alcol. Ho vissuto istituzionalmente come rappresentante del settore definibile di Salute Pubblica tutti i tentativi legislativi nazionali ed europei di contrastare una piaga che ancora oggi richiede un elevato contributo in termini di mortalità, disabilità e malattia di lunga durata ad un target tra i più sensibili della popolazione, i minori. E’ l’alcol, sempre l’alcol da vent’anni la prima causa di morte evitabile tra i giovani in Europa e in Italia. Quando nel 2000, nella Conferenza di Genova sulle dipendenze e l’alcol, parlavo di binge drinking tutti ritenevano che il modello non si sarebbe affermato nei nostri contesti mediterranei. I fatti hanno purtroppo smentito tali errate ed erronee opinioni. Allora come oggi il mantra dell’industria e di chi tutelava e tutela gli interessi del mondo della produzione nei colloqui formali ed informali tenuti in sede OMS e in Commissione europea è sempre stato : educazione. Nella questione specifica non è tanto la scienza che è da discutere ma gli aspetti etici spesso sorvolati oltre alle logiche delle convenienze che hanno fatto prevalere la tutela del prodotto rispettoa alla tutela della salute, discussione ancora vivace in tutti i contesti scientifici e di policy. Una considerazione: nessuno ha vietato nel corso di questi anni di attivare iniziative e programmi educativi sull’alcol che, a leggere le Relazioni del Ministro della Salute al Parlamento, rappresentano un azione ricorrente e costante in tutte le Regioni italiane; leggre per rendersene conto. Ciò nonostante e nonostante l’incessante attività di comunicazione, informazione, sensibilizzazione istituzionali tra cui quelle svolte dall’Osservatorio Nazionale Alcol CNESPS dell’Istituto Superiore di sanità ma anche, lo voglio ricordare, di settori dell’industria che hanno prodotto migliaia di iniziative riportate nei report europei e nazionali come commitments , impegni encomiabili ma non più efficaci di quelle istituzionali il problema alcol ai giovani ha resistito ed ha , per certi versi, persino cambiato aspetto attraverso modalità rinnovate di risk taking favorito da una scarsa applicazione normativa che non proponeva né sanzioni con forte deterrenza , né controlli rigorosi come avviene in altre Nazioni. Sono del parere che questa legge, di grande civiltà e di rilevante impatto per gli adulti oltre che per i giovani, riporti l’Italia nell’alveo delle Nazioni che hanno massima attenzione dei minori intesi come soggetti incapaci di metabolizzare l’alcol e quindi sostanzialmente inesperti sia nel gestirlo che nel modularne assunzioni e “smaltimenti”. Sottrarre i giovani all’azione definibile criminale (tale è chi infrange la legge) di adulti che non vivono la responsabilità di sottrarre per profitto i minori a rischi e danni alcolcorrelati è un dovere delle istituzioni come sancito da tutte le organizzazioni che si interessano di tutela della salute MA anche di quelle che si occupano di impatto economico, come ad esempio il Forum Economico Internazionale che ha condiviso con il WHO le tre migliori iniziative da introdurre a livello nazionale per contrastare il rischio alcolcorrelato tra cui quella di ridurre la disponibilità fisica e economica delle bevande alcoliche, tutte le bevande alcoliche. Nel bere dei giovani si connotano comportamenti sollecitati dalla promozione delle bevande alcoliche nei luoghi di aggregazione giovanile attraverso happy hours, drink as much as you can e open bar: non è bere.
    Il 13 % circa delle intossicazioni alcoliche giunte nei PS sono a carico di ragazze e ragazzi al di sotto dei 14 anni. Il Ministro della Salute, insieme a tutti i colleghi europei, ha condiviso l’approccio di tutela che da più parti sollecitano da anni norme più rigorose in un mercato sempre meno controllato e controllabile, L’educazione è sempre sussidiaria alla norma, alle regole di cui le società si dotano e in sinergia genererà, o meglio contribuirà a generare, il necessario cambiamento culturale capace di sottrarre oltre 350.000 minori di anni 16 al consumo rischio e altrettanti sino ai 18 anni con enormi guadagni in termini sanitari e sociali. L’educazione prende anni per determinare i risultati auspicabili , la norma ha il vantaggio di avviare e supportare l’educazione che comunque tutte le agenzie educative , a partire dalla famiglia hanno il dovere di supportare. Attuare politiche di controllo, come si chiamano in tutte le Nazioni civili le norme di tutela della salute, non è proibire; se lo fosse non dovrebbero imporsi limiti di velocità o tutor sulle strade perdendo vantaggi evidenti per tutti. Bere significa saper interpretare un comportamento alla luce dell’esigenza collettiva di non esporre se stessi o, peggio, i terzi ad un pericolo. Se, come italiani, siamo diversi, “un mistero” , continueremo a d esserlo sempre di più così come è avvenuto per il divieto di fumo nei locali pubblici; ma pensare di poter continuare a sopportare un carico sociale, di mortalità, di disabilità , di malattia evitabili per definizione a fronte di azioni incisive che sottraggano molti adulti nei luoghi pubblici alla possibilità di mettere nella disponibilità dei giovani una sostanza per loro più tossica che per gli adulti sarebbe una grave omissione e un elemento generante forti disuguaglianze tra i giovani in Europa, tutelati in alcune Nazioni da un attenzione opportuna e adeguatamente vigile, in altre da una disapplicazione delle norme pur esistenti che non riescono a fare cultura perché costantemente disattese. Dopo oltre 70 anni il Parlamento italiano ha trovato ragioni e convinzioni per rinnovare l’impegno di tutela sui minori attraverso una norma condivisa da quasi tutte le Nazioni europee mantenendo fede agli impegni presi a livello europeo ed internazionale ; solo misurandone gli effetti si potrà stabilire se la strada imboccata è quella giusta. Personalmente non ho dubbi; la prevenzione, da che mondo è mondo, costa sempre meno della cura e da oggi la prevenzione tra i giovani ha un alleato in più. Non esiste la norma che tuteli le persone 24 ore al giorno ma sapere ciò che si può e non si può fare attiverà anche quella parte di controllo formale ed informale della società che rappresentava un elemento cardine della cultura mediterranea e del suo modo di vivere che , tutto sommato, ci ha reso tra le popolazioni più longeve del mondo ma con debiti di salute di cui l’alcol rappresenta una tra le prime cause per tutta la popolazione. L’armonizzazione europea porterà a breve altri risultati; prepararsi e partecipare gioverà a tutti.

  2. Alessandro Viotti novembre 1 2012 @ 11:44

    …al fine di individuare politiche sull’alcol appropriate ed efficaci…
    L’alcol o meglio l’etaonolo contenuto in qualunque bevanda alcolica, è stato messo, dall’OMS, in prima fascia tra le sostanze cancerogene al pari della diossina ecc. Le politiche efficaci e appropriate sarebbero semplicemente quelle di informare la gente, i giovani in particolare, sui reali pericoli dell’uso (e non solo dell’abuso)e delle oltre 60 patologie alcol correlate. Questo, va da sè,procurerebbe però un grosso danno economico al vasto mercato che sta dietro l’alcol.

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