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Droghe e Diritti

I cannabis club al bivio

Martin Barriuso Alonso commenta gli sviluppo delle iniziative spagnole per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 12 settembre 2012.

In Spagna, da alcuni anni si registra un boom di associazioni di consumatori di cannabis. Ce ne sono di due tipi, chiaramente differenti, anche se ambedue si rifanno alla stessa cornice legale e hanno gli stessi obiettivi dichiarati: i Cannabis Social Club, da un lato, dall’altro i Cannabis Commercial Club. I Cannabis Social Club sono piccole associazioni di membri che coltivano  marijuana per il loro consumo personale, riunite nella Federazione delle Associazioni di Consumatori di Cannabis (Fac). I Cannabis Commercial Club sono invece una sorta di “coffeeshops riservati ai soci”, che stanno guadagnando terreno grazie all’alto volume di affari e al legame con l’industria della cannabis. La Fac ha mantenuto il modello del social club perché più democratico e trasparente, in grado di difendere meglio i diritti dei consumatori e di ridurre i rischi per la salute.
I Cannabis Social Club (CSC) si basano sul presupposto legale della non punibilità del “consumo di gruppo”, cercando di sfruttare al massimo gli spazi della legislazione proibizionista. Da qui le regole: il club associa singoli consumatori regolari in un circuito chiuso; nessuno deve trarre profitti e le quantità di sostanza distribuita è per uso quasi immediato. Ci sono problemi aperti: quante persone possono far parte del circuito chiuso, se l’obiettivo è di non avere una distribuzione indiscriminata della droga? Il punto va approfondito ma chiaramente un gruppo non può espandersi all’infinito. Può essere definito chiuso un circuito di diecimila membri (come alcuni club sorti di recente)? Comunque, l’attuale legge spagnola non permette un sistema di distribuzione commerciale aperto al pubblico.
Su tale assunto giuridico, il movimento antiproibizionista ha sviluppato un sistema non commerciale, più attento agli interessi e ai bisogni dei consumatori: fin dalla prima esperienza del 2001, i CSC assicurano cannabis di buona qualità e a prezzi ragionevoli, fuori dal mercato illegale. L’assenza di profitto riduce il rischio di promozione a scopo commerciale. Non c’è spazio per la pubblicità, perché al Social Club si accede solo per invito di un socio. La dimensione ridotta dei club fa sì che i membri si conoscano fra di loro e permette di tenere un registro dei consumi: se l’uso di una persona appare problematico, i soci possono parlarne con la persona stessa. I club baschi offrono trattamenti gratuiti, se la persona è d’accordo. Nessun coffeeshop offre un servizio simile.
La sezione basca della Fac ha chiesto a due prestigiosi esperti di diritto, Juan Munoz e José Luis Diez Ripollés) un parere legale. Per gli studiosi, i Cannabis Social Club sono forme di “autorganizzazione del consumo”: se rimangono in questi limiti, non ricadono sotto sanzioni penali o amministrative. Nell’attuale legge spagnola, non c’è spazio per imprese commerciali. E alcuni dei club più grandi lo sono, anche se si nascondono dietro lo schermo della “associazione”. E’ stata proposta anche una formula legale specifica: cooperative di produttori e di consumatori, che siano no profit, forniscano cannabis dal mercato legale e, per quanto possibile, incoraggino i soci a consumare consapevolmente.
La Fac opta per questa formula democratica no profit; a differenza di altri tipi di organizzazione, che danno priorità agli interessi economici di una minoranza che distribuisce ciò che altri producono, con poca preoccupazione per l’impatto del loro prodotto.

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mer, settembre 12 2012 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto | 2817 visite |

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