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Droghe e Diritti

Carcere, scienza e repressione

Cecco Bellosi commenta i dati sul carcere contenuti nel 3° libro bianco sulla legga Fini Giovanardi per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 25 luglio 2012.

Il Terzo Libro Bianco sugli effetti della legge Fini-Giovanardi (due nomi, una garanzia) ha confermato la netta diminuzione delle misure alternative e degli affidamenti terapeutici per i detenuti tossicodipendenti. Nella legge (fortemente repressiva) vi era un unico punto positivo: l’estensione da 4 a 6 anni di pena o di residuo pena per accedere all’affidamento terapeutico. Evidentemente la cintura securitaria ha blindato in carcere anche coloro che in teoria avrebbero potuto uscire dalle sue mura. A questo risultato ha contribuito il Dipartimento Politiche Antidroga, che di suo ha introdotto l’utilizzo secco dello strumento di classificazione delle patologie denominato Icd IX, considerato come l’unico valido per selezionare in carcere chi è tossicodipendente o alcoldipendente e chi non lo è. Su questa base, il Dipartimento sostiene che la percentuale di «veri» (sic!) tossicodipendenti in carcere sia solo del 19,4% (invece del 28,4%, come rilevato nel 2010 dalla Direzione Centrale Servizi Antidroga e dall’Amministrazione Penitenziaria) . Nel documento presentato nel 2010 dal Gruppo Abele, Forum Droghe, Cnca e Antigone si proponeva invece un sistema articolato di valutazione, che comprendeva non solo il «qui e ora» della diagnosi, ma anche la storia e i vissuti delle persone. Questo impianto complessivo, a carattere clinico, psicologico e sociale, è stato demolito dal Dpa, indicando al suo posto un criterio classificatorio discutibile ed escludente, che non tiene minimamente conto degli aspetti psicosociali delle forme di dipendenza. Di più. Il Dipartimento non affronta (se non in maniera superficiale e senza proporre soluzioni) i punti critici segnalati nel documento succitato: la scarsa informazione tra i detenuti tossicodipendenti, in particolare stranieri; la parziale assenza di copertura giuridica da parte degli avvocati difensori; il debole investimento dei servizi; l’orientamento restrittivo di buona parte della magistratura, che negli ultimi anni ha drasticamente ridotto le alternative alla pena anche a causa della legge Cirielli sulla recidiva. Rispetto ai programmi alternativi in comunità terapeutica, il Dipartimento non prende nessuna posizione verso il comma della legge che obbliga le strutture a segnalare immediatamente ogni forma anche minima di mancata adesione al programma terapeutico da parte dell’ospite in misura alternativa, pena la chiusura delle strutture stesse (trasformandole così in meri luoghi di custodia invece che di cura): non a caso il direttore è sempre stato il fido scudiero di Carlo Giovanardi. Attraverso questo micidiale meccanismo pavloviano stimolo-risposta, il risultato è di riportare le persone in carcere senza alcuna seria ragione. In questi anni, la politica del Dipartimento si è caratterizzata per la copertura sedicente «scientifica» a una politica repressiva e marginalizzante delle persone fragili, ribadendo le scelte politiche proibizioniste. Il che è come continuare a sostenere il sistema tolemaico dopo Galileo. Del resto, non ci si può aspettare di meglio dal direttore Giovanni Serpelloni, secondo cui sono i consumatori, non il proibizionismo, a finanziare le mafie. A ulteriore dimostrazione di come la cosiddetta scienza possa essere al servizio della politica, ovviamente di quella peggiore.

Mer, 25 Luglio 2012 » La rubrica di fuoriluogo sul Manifesto | 1328 visite |

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