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Droghe e Diritti

Hiv in carcere, anche in Italia è ora di muoversi

Per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 30 marzo 2001 scrive Ralf Jürgens, co-fondatore del Network Legale Canadese per l’Hiv/Aids, membro del Reference Group sull’Hiv e i Diritti Umani dell’Unaids e del Comitato Consultivo Strategico e Tecnico dell’Oms per l’Hiv/Aids.

Per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 30 marzo 2001 scrive Ralf Jürgens, co-fondatore del Network Legale Canadese per l’Hiv/Aids, membro del Reference Group sull’Hiv e i Diritti Umani dell’Unaids e del Comitato Consultivo Strategico e Tecnico dell’Oms per l’Hiv/Aids.

I detenuti, quando entrano in carcere, sono condannati alla pena detentiva per i loro reati, ma non dovrebbero essere condannati all’Hiv e all’Aids. Non c’è dubbio che i governi hanno la responsabilità morale e legale di prevenire la diffusione dell’Hiv fra i detenuti e il personale del carcere e di prendersi cura di coloro che sono infettati. Hanno anche la responsabilità di prevenire la diffusione dell’Hiv nelle comunità. I detenuti sono la comunità. Essi vengono dalla comunità, e alla comunità ritornano. La protezione dei detenuti è la protezione delle nostre comunità (Commissione delle Nazioni Unite sui diritti umani, 1996, 52ma sessione, punto 8 dell’agenda Hiv/Aids nelle prigioni – Dichiarazione del Programma Congiunto delle Nazioni Unite sull’Hiv e l’Aids, Unaids, Ginevra, aprile)

I tassi di Hiv nelle carceri italiane sono venti volte più alti che nella comunità al di fuori del carcere e i tassi di epatite C sono perfino più alti – e tuttavia le autorità italiane trascurano di intraprendere azioni per rispondere in modo adeguato a questa crisi della sanità pubblica e dei diritti umani.
Fino dai primi tempi dell’epidemia di Hiv, è stata riconosciuta l’importanza di implementare in carcere un insieme comprensivo di interventi sull’Hiv e sull’epatite C, compresa la fornitura di preservativi, di programmi di scambio di aghi e siringhe e di trattamenti per le droghe efficaci (particolarmente il metadone a mantenimento). Già nel 1993 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha risposto alla crescente evidenza dell’infezione Hiv nelle carceri emanando delle linee guida sull’infezione Hiv e sull’Aids nei penitenziari. Le linee guida sottolineano che “tutti i detenuti hanno il diritto di ricevere le cure per la salute, incluse  misure preventive equivalenti a quelle disponibili nella comunità territoriale, senza discriminazione.
Queste raccomandazioni sono state riaffermate più di recente, dopo che l’Oms, lo Unodc (Ufficio delle Nazioni Unite sulle Droghe e il Crimine) e il Programma Congiunto delle Nazioni Unite sull’Hiv e l’Aids hanno commissionato una revisione delle evidenze sull’efficacia degli interventi per rispondere all’Hiv in carcere (Evidence for action technical papers. Interventions to address Hiv in prisons, 2007). I risultati di questa revisione non lasciano equivoci: molti paesi – ma non l’Italia – hanno fatto in modo che i preservativi e i programmi di scambio siringhe fossero disponibili in carcere e hanno ampliato largamente l’accesso ai trattamenti per la droga efficaci, in particolare i trattamenti con metadone a mantenimento per i detenuti dipendenti da oppiacei. Queste misure sono riuscite a ridurre la diffusione dell’Hiv e dell’epatite C in carcere, e in ultimo nelle comunità al di fuori del carcere, dove alla fine i detenuti rientrano. Di importante c’è che questo non ha avuto conseguenze negative per la sicurezza nelle prigioni e ora queste misure sono ben accettate dal personale delle carceri e dalle autorità nei paesi dove sono state adottate.
L’adozione di queste misure, lungi dal passar sopra all’attività sessuale e all’uso di droga in carcere, prende atto che il consumo di droga e l’attività sessuale esistono, nelle prigioni di tutto il mondo. La salute pubblica e i diritti umani richiedono ai paesi di agire in maniera pragmatica, invece di ignorare le evidenze schiaccianti e di far finta che la situazione nelle carceri italiane sia diversa – quando invece tutti i paesi nel mondo affrontano gli stessi problemi.
In Italia, come da tutte le altre parti, la sanità pubblica non può più permettersi di ignorare la salute in carcere. L’implementazione di interventi comprensivi ed efficaci per l’Hiv e l’epatite C nelle carceri è una componente importante dei programmi nazionali e regionali per l’Aids e l’epatite che non possono più essere trascurati. Con essa si riconosce che “la salute in carcere è la salute pubblica” e che promuovere la salute dei detenuti apporta benefici non solo ai detenuti, ma aumenta anche la salute del personale delle prigioni e la sicurezza del loro luogo di lavoro e contribuisce agli obiettivi di sanità pubblica.
Infine, l’azione per ridurre il sovraffollamento delle prigioni dovrebbe accompagnare – ed esser vista come una sua componente integrata – una strategia comprensiva per prevenire la trasmissione dell’Hiv e dell’HCV in carcere, per potenziare le cure in carcere e per migliorare le condizioni degli istituti penitenziari.

mer, marzo 30 2011 » Senza categoria | 3576 visite |

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