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Droghe e Diritti

La foglia che fa tremare l’imperialismo proibizionista

L’articolo di Grazia Zuffa per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 9 febbraio 2010. L’articolo di Martin Jelsma e il dossier sulla foglia di coca su www.fuoriluogo.it.

L’articolo di Grazia Zuffa per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 9 febbraio 2010. L’articolo di Martin Jelsma e il dossier sulla foglia di coca su www.fuoriluogo.it.

“La Bolivia potrebbe denunciare la Convenzione Unica sulle droghe delle Nazioni Unite” pur di ottenere il rispetto della cultura tradizionale della foglia di coca: così ha rilanciato il presidente Evo Morales il 31 gennaio scorso, giorno in cui scadeva il termine per presentare opposizione all’emendamento alla Convenzione avanzato dalla Bolivia. Come ha scritto Pien Metaal in questa rubrica (19 gen.), gli articoli che mettono al bando la masticazione della foglia di coca (di cui si chiede l’abolizione)  sono frutto di un errore storico di oltre mezzo secolo fa, oggi per di più in contrasto con più recenti pronunciamenti delle stesse Nazioni Unite: come la Dichiarazione sui diritti degli indigeni del 2007 che si impegna a proteggere le pratiche culturali delle popolazioni originarie.
La sfida di Morales fa seguito allo stop al suo emendamento per iniziativa di un gruppo di stati, con un ruolo trainante degli Stati Uniti e di alcuni paesi europei. E’ interessante ricostruire il gioco politico intorno alla proposta poiché indicativo dello stato della politica internazionale sulla droga, soprattutto delle contraddizioni degli Stati Uniti di Obama, minacciati nella loro leadership mondiale dal loro stesso “continuismo”proibizionista.
Il governo americano avrebbe voluto affondare l’emendamento senza esporsi in prima persona. A tal fine, aveva cercato di convincere l’Egitto, la Macedonia e la Colombia perché presentassero obiezioni formali, inizialmente con successo. Ma poi tutti erano tornati sui propri passi, compresa la fidata Colombia all’ultimo tuffo (il 26 gennaio). Fallita la prima manovra, si passa alla seconda: le pressioni sull’Unione Europea, tramite l’alleato Cameron. Parzialmente fallita anche questa, perché la Ue si è divisa fra le colombe (guidate dalla Spagna che ricercava una posizione Ue a sostegno alla Bolivia) e i falchi. Alla fine, è avvenuta la spaccatura: Regno Unito, Svezia, Danimarca, Germania, Francia, Italia da una parte; dall’altra, Spagna, Portogallo, Repubblica Ceca, Grecia, Polonia, Belgio, Austria e Finlandia hanno esplicitamente detto di non avere obiezioni all’emendamento boliviano (così come la Norvegia e la Svizzera).
Gli Usa hanno notificato la loro opposizione il 19 gennaio senza uno straccio di argomentazione,  semplicemente ribadendo il testo della Convenzione del 1961: la foglia di coca è classificata nella tabella delle sostanze narcotiche, lecite solo a scopo medico e scientifico, ergo – questo il brillante sillogismo americano- la masticazione deve continuare ad essere vietata perché non ha “fini medici o scientifici”. Di fronte alle accuse di razzismo e alle imponenti manifestazioni di piazza sotto la loro ambasciata a La Paz, gli Stati Uniti hanno dovuto dichiarare “di rispettare la cultura delle popolazioni indigene e di riconoscere che la masticazione della coca è un costume tradizionale che appartiene alla cultura della Bolivia”: “la posizione del governo americano di non supportare l’emendamento proposto è basata sull’importanza di mantenere l’integrità della Convenzione, che costituisce un’importante arma nella lotta globale contro il traffico di droga”.
Colpisce la profonda ipocrisia di queste parole. Da un lato, l’emendamento non tocca affatto “l’integrità” della Convenzione nella lotta al traffico. Il governo boliviano, che nella sua Costituzione riconosce la foglia di coca come parte del patrimonio culturale della nazione e della biodiversità, è impegnato a che nel paese si coltivi lo stretto fabbisogno di coca per l’uso tradizionale: tanto che solo scorso anno ha eliminato 7940 ettari di piantagioni di coca nello sforzo di ridurre il surplus in accordo agli impegni internazionali. Dall’altro, come nota Martin Jelsma, la Convenzione del 1961 è già stata emendata (nel protocollo del 1972), guarda caso su iniziativa di paesi del primo mondo (gli Stati Uniti, ma anche la Svezia che chiese e ottenne l’inserimento di alternative al carcere per i tossicodipendenti).
Dunque non è tanto questione di non “dare il messaggio sbagliato”, quanto di chi osa sfidare i padroni del vapore del controllo globale della droga. Per i quali, i boliviani che masticano la foglia di coca “vanno rispettati” a patto però che rimangano fuorilegge per il diritto internazionale. Proibizionismo mondiale e imperialismo vanno a braccetto, oggi come cento anni fa.

mer, febbraio 9 2011 » Senza categoria | 1119 visite |

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