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Droghe e Diritti

Psicofarmaci, la ricerca e i conflitti d’interesse

L’articolo di Giorgio Bignami per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 5 gennaio 2010.

L’articolo di Giorgio Bignami per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 5 gennaio 2010.

“Disturbo disfonico premestruale” (PMDD): la imminente quinta edizione (DSM V) della Bibbia degli psichiatri – il Manuale diagnostico-statistico della Associazione degli psichiatri americani – propone questa diagnosi per la donna che avvicinandosi il periodo mestruale, magari stremata dal doppio lavoro (in ufficio o in fabbrica e come casalinga), si lascia scappare qualche battuta “sopra il rigo”. Particolarmente interessata è la Lilly di Big Pharma, a causa della scadenza del brevetto del Prozac. Trovando per il medesimo un’indicazione diversa da quella originariamente approvata (antidepressivo), la ditta potrebbe ottenere un rinnovo dell’esclusiva. Basta ribattezzare il prodotto  Sarafem, termine al quale si accompagna una pubblicità che mostra  una signora la quale blatera contro un carrello del supermercato che non si vuole disincastrare dalla fila. Tutto questo, con un sentito grazie ai comitati preparatori del DSM V, nei quali sino al 70% degli esperti è legato a doppio filo a Big Pharma.

La novità PMDD è solo uno dei tanti casi illustrati in un articolo di Lisa Cosgrove, docente all’Università del Massachusetts, nel fascicolo dedicato ai conflitti di interesse da “Academe“, l’organo della Associazione dei professori universitari americani. Cosgrove illustra anche come gli esperti seguitino a scontare gli effetti collaterali dei neurolettici (antipsicotici), non dando il dovuto peso ai rischi creati dai prodotti delle generazioni più recenti. Questi causano sintomi parkinsoniani meno vistosi rispetto ai predecessori, ma producono turbe metaboliche (obesità, diabete e altro) suscettibili di danneggiare gravemente la salute e di accorciare la vita dei pazienti.

Un altro articolo, del noto giornalista scientifico di Washington Daniel Greenberg, illustra le manipolazioni nei finanziamenti della ricerca biomedica: l’autore infatti documenta come una parte sostanziale della comunità scientifica non rispetti le regole nominalmente rigorose sui conflitti di interesse. Ciò vale per i singoli ricercatori, per le istituzioni di appartenenza che dovrebbero vigilarne l’operato, per le riviste più accreditate che dovrebbero verificare le dichiarazioni (spesso omissive o false) degli autori; infine per gli enti finanziatori, soprattutto ma non soltanto gli Istituti nazionali di sanità (NIH). Questi, una volta veri e propri gioielli nella corona della Statua della libertà, si sono sempre più inchinati alle politiche neoliliberiste-affaristiche di Reagan, di Clinton, dei Bush padre e figlio.

Nature del 10 novembre dedica molti articoli alla ricerca sulla schizofrenia. Vi si trovano alcune analisi documentate e sostanzialmente equilibrate sia sulle possibili interazioni tra fattori biologici e influenze ambientali (J. van Oos et al.), soprattutto durante lo sviluppo (T.R. Insel), sia sulle terapie psicologiche (T. Wykes), sia sull’esigenza di combattere più efficacemente lo stigma (N. Sartorius), che è non solo disumano e incivile ma anche patogeno. Altri pezzi, invece, non evitano di ricadere nei vecchi vizi bio-riduzionisti: inflazionando il valore dei metodi di indagine biochimici, biomolecolari e di imaging (A. Meyer-Lindenberg). E questo, quasi a controbilanciare le consistenti evidenze della ricerca psicologica, sociologica, antropologica ed epidemiologica che mostrano come la “partita” del sofferente (ricadute e cronicizzazione, ovvero miglioramento sin talvolta alla guarigione) si giuochi soprattutto sul piano dell’assistenza e del sostegno, dell’empowerment (lavoro, casa, vita sociale…), degli atteggiamenti dei circostanti.

Infine troviamo un’analisi spietata di Alison Abbot sui fallimenti della ricerca farmacologica. Non è vero, per esempio, che gli antipsicotici delle successive generazioni, coi quali Big Pharma ha riprodotto e ampliato i suoi margini di profitto, siano mediamente più efficaci dei loro antenati ormai a bassissimo costo (comunque si tratta sempre e soltanto di contenitori sintomatici, mai di vere e proprie terapie). Anzi, come già accennato, il rapporto beneficio-rischio dei nuovi prodotti potrebbe essere assai meno favorevole.

E allora: chi tiene in vita quegli stereotipi (e quelle normative) che contrappongono l’inferno della droga malefica al paradiso dello psicofarmaco salvifico? Ai posteri, eccetera.

Collegamenti:

Diagnosing Conflict-of-Interest Disorder
Big Pharma works in subtle but powerful ways inside the pages of the Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders. By Lisa Cosgrove

Hubris in Grantland
Languor and laissez-faire greet conflict of interest at the NIH.
By Daniel S. Greenberg

Il Numero di Nature sulla schizofrenia (10 novembre 2010)

Mer, Gennaio 5 2011 » Senza categoria | 3091 visite |

One Response

  1. Anna Maria Gennaio 8 2011 @ 10:29

    Un interessantissimo articolo con cui concordo pienamente. Aggiungo una mia esperienza personale sugli psicofarmaci relativa al loro uso da parte di un mio congiunto di giovane età che ha avuto alcune crisi psicotiche di breve durata.
    Rilevo la scarsa attenzione dei medici ripetto ai problemi di questo giovane intelligente e sensibile che ha potuto fare un percorso ad evoluzione positiva grazie alle persone a lui vicine che hanno collaborato con lui nel capire i limiti del farmaco non curativo (come veniva asserito e raccomandato (!) dai medici psichiatri) ma di contenimento per le fasi acute. L’impressione che fossero i farmaci a sostenere e ‘foraggiare’ i medici ha portato questo soggetto, in accordo con le persone che lo seguivano, a non seguire gli ìinteressati’ consigli, con le
    relative prospettive di evoluzione infausta, se non utilizzati per un tempo indefinitamente lungo. Farmaci questi altamente invalidanti sia come tossicità sia a livello di efficienza cognitiva per lo svolgimento di qualsiasi tipo di lavoro.
    Unico dato positivo è che questa persona non è stata obbligata a continuare la terapia. Gravemente carente però l’approccio dozzinale dei medici rispetto a questo tipo di disturbo che tende a disabilitare con l’inganno abbandonando di fatto il paziente a se stesso in un momento di fragilità emotiva sua e del contesto in cui è inserito.

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