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Dai fallimenti una spinta per ripensare il carcere

Mauro Palma scrive sulla situazione carceraria per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 15 settembre 2010.

Mauro Palma scrive sulla situazione carceraria per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 15 settembre 2010.

Qualche ventosa giornata ricorda a tutti l’arrivo dell’autunno e, ai consueti problemi della ripresa, si aggiunge l’affanno di un’estate in cui lo scontro politico istituzionale ha avuto la meglio su quello politico sociale. Scenari multipli sono stati proposti per gli equilibri dell’assetto dei partiti e delle loro alleanze, ma nessuno scenario è stato proposto per altri problemi; in primis, per quello di una società che non è in grado di misurarsi con le proprie contraddizioni. E misurarsi non è darne una mera descrizione, bensì  ipotizzare modalità concrete per ridurre la loro drammatica incidenza nelle condizioni di vita dei soggetti e nelle culture in cui esse si collocano.
Così, l’enfasi descrittiva di un’estate in cui anche i disattenti si sono resi conto delle condizioni di vita di chi è in carcere e dell’impossibilità delle pene che là si scontano di rispondere al senso di umanità e al dettato costituzionale, rischia di lasciare il campo a stanche e rituali ripetizioni: stesse analisi, stessi dibattiti, stesse inefficaci proposte.
Proprio su queste pagine però si è manifestata, nel mese scorso, la volontà di aprire una riflessione diversa su questi temi – da ultimo lo ha fatto Franco Corleone (25/8). Partendo da alcuni fallimenti, inclusi quelli che riguardano provvedimenti su cui molto si era puntato negli anni passati: la riforma della polizia penitenziaria, il nuovo regolamento, la definizione delle professionalità operanti in carcere. Aspetti, questi, che, integrandosi, determinano nel concreto la vita detentiva. Può, quindi, essere utile aprire una discussione su di essi.
Il primo, il carcere in Italia difetta anche plasticamente e architettonicamente di spazi che diano senso a una pena volta al reinserimento: questo anche nelle situazioni non sovraffollate (qualora ce ne fossero). Perché è centrato su due modelli: quello panottico delle vecchie costruzioni e quello lineare adottato dagli anni settanta. Entrambi interpretano una visione occhiuta e deresponsabilizzante del tempo detentivo e, quindi, dello spazio dove esso scorre: luogo dove sostanzialmente controllare e custodire soggetti “infantilizzati”  a cui si chiede solo di aderire a una routine quotidiana, distante dalla complessità della scena esterna; luogo dove si ritrovano mescolate persone che attendono gli esiti dell’indagine, persone che avrebbero più bisogno di tutela sociale che non di punizione, persone che hanno commesso gravi reati. Già la distinzione tra indagati e condannati stenta a essere praticata e tutti sono insieme, fruitori della stessa attesa inerte.
Il secondo riguarda l’identità professionale di chi in carcere lavora. Non credo si possano giudicare positivamente gli esiti della ormai ventennale smilitarizzazione del corpo degli agenti di polizia penitenziaria senza interrogarsi se nei fatti si siano dati solo nomi diversi a situazioni pre-esistenti e se l’attuale fisionomia non finisca in fondo per deprimere proprio la connotazione professionale. Bandiere, scudetti e cerimonie del “corpo” non sostituiscono di certo l’identità che chi lavora in questo settore richiede. Che si costruisce invece con formazione, numeri non esorbitanti, distinzione di funzioni e riduzione di quelle strettamente di controllo a un più ristretto sottoinsieme.  Colpisce vedere, in alcune esperienze ben funzionanti fuori Italia, i numeri molto più contenuti degli addetti alla sicurezza e un ben più ampio settore di coloro che svolgono funzioni di tipo diverso.
Il terzo aspetto riguarda l’esterno del carcere, cioè le misure alternative che oggi sembrano disegnate sulla logica dell’interno, seppure senza sbarre. Il territorio resta muto supporto e non attore. Anche qui intervengono gli spazi: perché non recuperare il patrimonio territoriale, spesso non utilizzato, per un progetto di esperienza abitativa esterna, controllata, ma non piegata al ritorno a sera tra le mura e alle sue logiche? E riguarda anche il personale: la funzione di assistenza  sociale di giustizia deve continuare a rimanere diversa da quella sociale tout court o non integrarsi con essa, fino a un completo mescolamento?
Aspetti su cui vale la pena discutere se la promessa estiva del voltare pagina la vogliamo declinare oltre che sull’emergenza , che ovviamente richiede risposte urgenti, anche su un più generale ripensamento.

Mer, Settembre 15 2010 » Senza categoria | 833 visite |

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