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Droghe e Diritti

Canapa terapeutica, tanti successi e qualche cautela

Lester Grinspoon scrive per la rubrica settimanale di Fuoriluogo sul Manifesto del 21 aprile 2010.

Lester Grinspoon scrive per la rubrica settimanale di Fuoriluogo sul Manifesto del 21 aprile 2010. L’articolo originale e altri scritti di Lester Grinspoon su www.fuoriluogo.it.

Come tutti quelli che per anni si sono battuti perchè fossero comprese le potenzialità della marijuana, sono favorevolmente colpito dalla rapidità con cui questa sostanza si sta guadagnando riconoscimento come farmaco sicuro e versatile. La marijuana offre sollievo a tanti pazienti, con un largo spettro di sintomi e di sindromi, quasi sempre a minor costo dei farmaci convenzionali sia in termini economici che di tossicità. Non solo: si offre a questi pazienti e a chi si prende cura di loro anche l’opportunità di toccare con mano quanto la canapa sia utile e senza pericoli. Il suo status di farmaco poggia su evidenze aneddotiche, a differenza di quasi tutte le medicine moderne, che dalla metà degli anni sessanta in poi sono state sottoposte a sperimentazioni cliniche controllate: lo stesso percorso che avrebbe potuto fare la marijuana se in America non fosse stata messa nella tabella 1 della Legge sulle Sostanze Controllate, il che ha reso impossibile condurre il tipo di studi richiesto dalla Food and Drug Administration per la licenza come farmaco. Ma le evidenze aneddotiche sono ancora la fonte di molte delle nostre conoscenze sui farmaci. Non c’è stato bisogno di alcuna sperimentazione controllata per riconoscere le potenzialità terapeutiche dell’idrato di cloralio, dei barbiturici, dell’aspirina, dell’insulina o della penicillina. Ci sono esempi recenti del valore delle evidenze aneddotiche, come nel caso del propanolo (per l’angina e l’ipertensione) o del diazepam (per lo status epilettico), in origine approvati per altri scopi.
Uno dei problemi di accettare una medicina sulla base della sola evidenza aneddotica (specie una il cui profilo di tossicità è più basso della gran parte delle medicine da banco) è il rischio che sia sopravvalutata. E’ il caso di un “olio di canapa”, una forma concentrata di marijuana che, secondo le evidenze aneddotiche raccolte negli esperimenti del canadese Rick Simpson, avrebbe la capacità di curare il cancro (l’articolo di Steve Hager è apparso su High Times del gennaio 2010). Sfortunatamente, queste evidenze non sono convincenti e perciò sollevano una seria questione morale. Non sembra che Simpson richieda ai candidati una diagnosi definita per uno specifico tipo di cancro, in genere acquisita tramite biopsia, esami istopatologici e prove di laboratorio cliniche e radiologiche. Pare che egli accetti la parola dei suoi “pazienti”. Inoltre, dopo la somministrazione dell’olio di canapa, non c’è alcun follow up clinico o di laboratorio. Pare che egli accetti la credenza del paziente sul fatto di essere guarito. Secondo l’articolo, Simpson avrebbe una tasso di guarigione del 70%. Ma il 70% di che cosa?
Tutte le persone “trattate” hanno un cancro ben diagnosticato, oppure egli tratta i sintomi, o una costellazione di sintomi, che per lui o per il paziente significano l’esistenza del cancro? E qual è la natura e la durata del follow up che gli permettono di dire che egli guarisce il 70% di pazienti? Per di più, fra questi “pazienti col cancro” c’è chi ha già ricevuto trattamenti di riconosciuta efficacia nel curare alcuni cancri e nel tenere a bada molti altri (come interventi chirurgici o radiazioni o chemioterapia)?
Ci sono pazienti con una diagnosi assodata di cancro presintomatico (come quello precoce alla prostata) che, per una ragione o per l’altra rifuggono dai trattamenti allopatici e ricercano disperatamente altro. Questi pazienti sono anche troppo desiderosi di credere che un nuovo trattamento, come un farmaco all’olio di canapa, li avrebbe guariti. Sfortunatamente, il cancro che era asintomatico quando è stato scoperto, diventerà poi sintomatico e allora la possibilità di cura diminuisce significativamente, e magari non sarà nemmeno più un obiettivo ipotizzabile.
Non c’è dubbio che la canapa può giocare un ruolo (non di guarigione) in questa malattia, perchè è spesso utile ai pazienti di cancro che soffrono di nausea, depressione, ansia, dolori e insonnia. E mentre dagli studi sugli animali cresce l’evidenza circa le proprietà della canapa di ridurre le cellule tumorali e di causare altri effetti salutari promettenti per alcuni cancri, al momento non ci sono evidenze che essa curi alcuno dei molti diversi tipi di cancro. Verrà il giorno, penso, in cui si dimostrerà che la canapa o alcuni derivati cannabinoidi hanno proprietà curative per il cancro; ma nel frattempo, dobbiamo essere molto prudenti su ciò che promettiamo a questi pazienti.

Sab, Aprile 24 2010 » Senza categoria | 1922 visite |

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