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Droghe e Diritti

Rototom, uno spazio libero di pluralità culturale

Ecco l’articolo di Axel Klein, Università del Kent. Dal Report pubblicato in Drugs and Alcohol Today, volume 9, settembre 2009. Il Rototom Sunsplash è sotto attacco, accusato dall’autorità giudiziaria di “agevolazione all’uso di marijuana”. Questa criminalizzazione di un importante evento culturale si avvale, non a caso, di una delle norme più ideologiche e antigarantiste della […]

Ecco l’articolo di Axel Klein, Università del Kent. Dal Report pubblicato in Drugs and Alcohol Today, volume 9, settembre 2009. Il Rototom Sunsplash è sotto attacco, accusato dall’autorità giudiziaria di “agevolazione all’uso di marijuana”. Questa criminalizzazione di un importante evento culturale si avvale, non a caso, di una delle norme più ideologiche e antigarantiste della legge Fini-Giovanardi. L’appello a sostegno di Rototom su www.fuoriluogo.it

Il Rototom Sunsplash, il più grande festival reggae al di fuori della Giamaica, si tiene da sedici anni nella cittadina di Osoppo, in Friuli. C’è qualcosa di incongruo in un festival reggae in questo angolo magnificamente imprevedibile del nord-est italiano, dove Linton Kwesi Johnson, Horace Andy e Beenie Man si esibiscono insieme a gruppi musicali eurorock influenzati dal reggae e provenienti da Berlino, Budapest, Belgrado. Come tutti i festival musicali, il Rototom offre dieci giorni di fuga nella fantasia, un ritorno all’innocenza dell’infanzia dove gli sconosciuti sono amici, si consumano droghe e il bisogno di lavorare è sostituito dal dolce far niente. L’esperienza è resa molto più intensa dalla presenza di varie attrattive tipicamente italiane, come l’eccellente cucina locale e un moderato di consumo di alcol tra i partecipanti, ma il clima – in questa cittadina all’ombra delle Alpi – non è fra le attrazioni. Tra le circa mille persone giunte dal Regno Unito, i regolari acquazzoni rafforzano il proposito di fare festa cancellando qualunque traccia di nostalgia di casa. Il Rototom è insolito perché è un festival auto-finanziato, mentre quasi tutti gli eventi italiani ricevono qualche forma di sussidio pubblico. La necessità economica ha prodotto un’eccellente organizzazione e il luogo è notevolmente ordinato, molto diverso dalla devastazione e dal tappeto di rifiuti che caratterizzano alcuni spazi utilizzati per i festival in Gran Bretagna. Un’altra qualità, di valore meno immediato, è la libertà degli organizzatori di trasformare il festival in un luogo di discussione, aggiungendo una dimensione politica a un evento altrimenti edonistico. Ogni pomeriggio si tengono dibattiti presso l’«università del reggae», con presentazioni a cura di Piero Saro del movimento Slow Food, con sociologi giamaicani, e col sottoscritto, direttore di Drugs and Alcohol Today, su questioni di attualità, comprese naturalmente le politiche sulle droghe. Questi dibattiti vengono registrati e trasmessi sul web e nelle stazioni radio locali, media di importanza crescente in un paese in cui i canali della comunicazione sono dominati dal primo ministro, Silvio Berlusconi. In Italia c’è un bisogno evidente di ritagliare spazi di discussione su questioni controverse come le droghe e l’immigrazione – o piuttosto, spazi in cui sia possibile ascoltare voci dissenzienti.
Data la natura esplosiva del dibattito sull’immigrazione in Italia, proprio mentre le forze di polizia dedicano molto tempo e molte energie a stare addosso agli stranieri, è stato bello vedere che molte funzioni di supporto erano gestite con competenza da personale africano. Il servizio d’ordine era svolto da nigeriani e congolesi, le condizioni sanitarie erano garantite da angolani, mentre un gruppo di donne Wolof leggeva il futuro. Saggiamente, hanno dato ascolto alle loro stesse previsioni e sono andate via prima di martedì, quando è piovuto per un giorno intero.
Il festival costituisce un tentativo lodevole di integrare diversi gruppi di migranti e di celebrare la pluralità culturale in questo hinterland tradizionalista di Venezia. L’opportunità di dialogare, nel contesto italiano, ha un valore molto maggiore di quanto non possano immaginare i visitatori britannici. Ho un’unica riserva su una certa ingenuità che prevale nei confronti della realtà caraibica. Gli aspetti sgradevoli, dalla disuguaglianza sociale all’omofobia alimentata da musicisti come Beenie Man – «Well I’m think of a new Jamaica, me come to execute all of the gays» («Bene penso a una nuova Giamaica, sono venuto a giustiziare tutti i gay») – vengono avvolti in una patina rasta di felicità e benessere tropicale. Forse un compito in più per la prossima volta, per coloro che vogliono provare un festival estivo alternativo e amano viaggiare con l’ombrello.

Gio, 19 Novembre 2009 » Senza categoria | 1378 visite |

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