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La Stampa, 11 ottobre 1999
A Milano il primo di una catena, ci sarà
anche a Torino: lo consente una legge comunitaria sulle droghe
leggere
Al tossic-shop, in coda per
comprare canapa indiana
Le piante per balconi piacciono, ma se crescono troppo c'è il
rischio sequestro
Brunella Giovara
MILANO - Il maresciallo dei carabinieri
è entrato in punta di piedi, ha annusato l'aria e ha detto: «Alcuni
cittadini ci hanno segnalato il vostro negozio. Immagino che tutto
sia regolare, vero?». Tutto in regola, compreso l'impianto elettrico
a norma di legge, nel primo negozio italiano che vende semi e
derivati della canapa. Gli sponsor non ufficiali sono il sindaco
di Milano, Gabriele Albertini (questa estate ha ammesso di aver
fumato due spinelli negli Anni Settanta, precisando che erano
«offerti, non comprati»), e Giancarlo Caselli, direttore del Dipartimento
amministrazione penitenziaria: ha rilasciato un'intervista al
Manifesto in cui si dice favorevole alla depenalizzazione delle
droghe leggere. Per chi avesse dei dubbi, i ragazzi di «Biosfera
- Prodotti in canapa» di piazza Morbegno 2 distribuiscono fotocopie
di articoli di giornale e della circolare del ministero dell'Interno
che recepisce una direttiva comunitaria: coltivare e commerciare
la cannabis sativa si può, a patto che i suoi fiori non superino
lo 0,3% di THC, la sostanza psicotropa. Se lo superano, allora
si tratta di sostanze stupefacenti. «I nostri non superano...»,
assicurano loro. Se ne deve essere convinto anche il maresciallo
che è tornato in caserma con il suo bravo sacchettino di semi
da mandare al laboratorio analisi. Sta di fatto che «Biosfera»
ha fatto fuori cinque chili di semi in 15 giorni. Costo: 4 mila
lire l'etto. Con un etto riempi di foglie e fiori casa e balconi.
«Le piante sono bellissime e profumate. Raggiungono i tre metri
di altezza, piacciono molto alle signore. Alcune ne apprezzano
anche i fiori, che sono bianchi e molto delicati, a pannocchietta»,
spiega compito Marco Lazzaretti, ufficio stampa della società
(sei amici che si dividono tra casa, negozio e Leoncavallo). I
fiori di questa varietà di «cannabis sativa» - la Kompolti, origine
ungherese - si fumano esattamente come si fumano le foglie della
varietà proibita. Gli effetti? «Li chieda a chi li compra». E
chi li com pra? «Mah, c'è uno che lavora in banca, qui vicino.
E' un appassionato, ci ha detto che fuma da sempre. Poi c'è un
giro di anziane che abitano qui al quartiere Greco». E fumano?
«Credo proprio di sì, so che hanno seminato i balconi e che sono
molto contente». E adesso «è tempo di vendemmia, nel senso del
raccolto dei fiori». Gli appassionati della coltivazione in casa
passano a chiedere consigli, comprano terra di cocco (50 litri,
20 mila lire, «la migliore per la canapa»), bidoncini di fertilizzante
olandese (sette tipi diversi), vasi per l'idrocoltura, lampade
potenti per la coltivazione indoor. «Tutto assolutamente legale»,
dicono in negozio. La licenza è stata rilasciata dal Comune di
Milano, «i vigili sono anche venuti a fare i loro controlli: per
la licenza, è ovvio». Sugli scaffali, saponette e pastiglie per
la tosse a base di cannabis, casacche in pura fibra di canapa,
oggetti tessuti a mano in Nepal, pipe e pipette per fumare. In
Svizzera di negozi così ce ne sono da anni. In Italia è il primo
di una serie: i prossimi saranno aperti a Bologna, Udine, Torino,
Feltre, Firenze, Roma. «Vogliamo sostenere la battaglia per la
legalizzazione delle droghe leggere. E poi aiutare un mercato
legale della cannabis significa sottrarre risorse al narcotraffico».
Terzo motivo, «gli affari vanno bene». Unica preoccupazione: «I
sequestri. Se i carabinieri passano sotto il mio balcone e notano
la mia personale e legale piantagione, che succede? Salgono e
sequestrano. Poi fanno le analisi, e magari risulta un livello
di sostanza psicotropa superiore a quello previsto». Ma può succedere?
«Chi può dirlo? Dipende dalla natura, dal sole, dai fertilizzanti...
E in questo caso chi avrebbe violato la legge: io o la pianta?».
Ma a Milano come cresce? «Bene. Anzi, benissimo».
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