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Tijuana la frontiera dei mille Traffic
A venti minuti dalla tranquilla San Diego c'è una metropoli
del crimine. Qui prostitute, contrabbandieri e tanti spregiudicati
mercanti di uomini si dividono la piazza con i veri padroni, i boss
della droga. Viaggio in una città dimenticata che oggi torna
alla ribalta grazie a un film.
di
MARCO DE MARTINO
da TIJUANA 23/3/2001
Non sono avvenenti, ma di sicuro sono molto disponibili: sono le
«bar girls», le prostitute che si incontrano in quasi
ogni bar di Tijuana. Tariffe popolari e pericolo di contagio per
le migliaia di turisti americani che ogni anno varcano il confine
in cerca di emozioni.
Il sogno della globalizzazione non ha mai fatto i conti con le strade
di Tijuana. Su avenida Revolución il sabato notte si può
comprare tutto: coca, tacos, visti falsi, steroidi, auto rubate,
sigari cubani, la morte di un nemico, una nuova vita. Al Chicago
club vecchi vietnamiti e gringos sbarbati bagnano di tequila una
mora che si fa chiamare Juanita: per mezz'ora d'amore si pagano
40 dollari, più 10 per una camera con le sbarre alle finestre,
in un albergo che sembra un braccio della morte.
Le Marlboro le vendono poliomelitici da fumetto, la faccia coperta
da una maschera di Pokémon, che sfrecciano nella calle in
carrozzella: chiedono un dollaro a pacchetto. Per 25 i dottori che
lavorano per le mille farmacie aperte in città preparano
qualsiasi ricetta: la più popolare è per il Viagra,
a un decimo del costo regolare, compresa la panciera con cui trafugarlo
alla frontiera. Per passare quella i «coyotes» vogliono
1.500 dollari a testa. Ma con un dollaro appena ti mostrano lo spettacolo
più nuovo ed eccitante. Si chiama El Banzai: da una parte
un centinaio di messicani senza niente da perdere, dall'altra le
macchine della «migra», la polizia di frontiera. In
mezzo il muro del confine illuminato dagli elicotteri come fosse
uno stadio in notturna. Un urlo e parte l'assalto: di solito passa
uno soltanto, stanotte neanche quello.
A Tijuana il Primo e il Terzo mondo giocano a guardie e ladri:
20 miglia appena separano lo stato americano più ricco dalla
città più violenta del Messico. Per arrivare bastano
30 minuti: lasci le navi da guerra ormeggiate a San Diego, passi
a destra l'hotel Coronado dove svernano i presidenti americani,
alla frontiera di San Ysidro non devi neppure mostrare il passaporto.
È nell'altra direzione che verrai interrogato, perquisito,
sniffato dai cani antidroga, la macchina passata a un nuovo tipo
di raggi X che reagisce al calore dei corpi dei clandestini. I più
fortunati ci mettono due ore, altri non ce la faranno mai.
San Diego e Tijuana non potrebbero essere più diverse. Quando
piove, a San Diego ci si bagna, a Tijuana si muore: l'anno passato
200 sono affogati in alluvioni delle gole dove i poveri della città
vivono in baracche senza fondamenta.
A San Diego guadagni in un'ora quello che un operaio di Tijuana
fa in un giorno in una delle 700 «maquilladoras», le
fabbriche di aziende americane che qui impiegano 185 mila persone.
Da una parte sei un consumatore di cocaina, dall'altra sei arruolato
in uno dei più potenti cartelli messicani della droga. A
San Diego gli omicidi nel 2000 sono stati solo 52 ma a Tijuana i
narcos hanno trasformato una persona al giorno in «burritos»
umani, come li chiamano, perché li ritrovano fasciati nel
deserto che circonda la città. Tijuana sta tra la vita e
la morte, tra Nord e Sud, tra ricchezza e disperazione: in mezzo,
solo traffico.
«Traffic», il film sul commercio di droga che ha ricevuto
cinque nomination all'Oscar, è ambientato a Tijuana ma neanche
una scena è stata girata in città: troppo pericoloso.
In compenso il regista Steven Soderbergh e lo sceneggiatore Stephen
Gaghan hanno passato molti giorni in avenida Revolución a
intervistare agenti della Dea, quadri intermedi dei narcos e poliziotti
locali. Ad accompagnarli, in una Ford Explorer, era un consulente
d'eccezione: il giornalista del New York Times Tim Golden, che per
i suoi articoli sul traffico di droga in Messico pubblicati ha vinto
il premio Pulitzer. Fu lui a descrivere per primo lo zar antidroga
messicano che nel film come nella realtà venne arrestato
per essere al servizio del cartello di Juarez in guerra contro i
trafficanti di Tijuana: Jesus Gutiérrez Rebollo, in galera
dal 1997, viveva in una casa pagata dai narcotrafficanti. E nessuno
come Golden ha descritto i fratelli che nel film si chiamano Obregon
e che nella realtà sono Ramon e Beniamin Arellano Felix,
capi del cartello di Tijuana, che traffica la maggior parte della
marijuana e buona parte della coca che entrano negli Stati Uniti.
Latitanti da quattro anni, i fratelli sono i divi di Tijuana: tutti
li vedono, nessuno sa dove siano: «Due milioni di dollari
(a testa)» dice il cartello con la taglia che pende sulla
loro testa.
Anche il giornalista Jesus Blancornelas ha una taglia, anzi due, sulla
propria vita: «Chi finalmente mi farà fuori incasserà
500 mila dollari» racconta a Panorama nel suo ufficio di direttore
del settimanale Zeta, tre poliziotti a difenderlo con le mitragliette
in mano. «A me non importa: sono un sopravvissuto di Tijuana».
Due anni fa i narcos gli tesero un agguato: spararono in dieci, morirono
in due, lui prese tre proiettili ma la sua foto non finì nell'atrio
accanto a quella degli altri due giornalisti del settimanale morti
per i loro articoli. Nei suoi Blancornelas ha raccontato l'ascesa
degli Arellano: da ragazzi di buona famiglia alla classifica dei dieci
più ricercati dell'Fbi. «Erano gli yuppie locali: li
chiamavano con ammirazione narcojuniors».
Solo dopo l'uccisione del cardinale Juan Jesus Posada, nel 1993,
a Guadalajara si capì la potenza dell'organizzazione. A quel
punto gli Arellano avevano già stabilito un'alleanza con
i produttori colombiani, ma dopo lo smantellamento dei cartelli
di Cali e Medellín il loro potere è cresciuto a dismisura.
I 1.300 agenti del distretto di polizia di Tijuana sono già
stati rimpiazzati due volte, ma i nuovi arrivati finiscono sempre
al servizio degli Arellano che ogni settimana elargiscono 2 miliardi
di lire in tangenti alle autorità locali. Chi non collabora
viene eliminato. È successo a due capi della polizia, una
dozzina di procuratori, innumerevoli inquirenti: i sistemi di protezione
della Dea non servono a niente: «Il nostro apparato tecnologico
è nettamente inferiore a quello del cartello» dice
in una scena di Traffic il capo dei servizi informativi della Dea,
Craig Chretien, che nel film interpreta se stesso.
A volte ai trafficanti basta un cellulare e un telescopio: «Ecco
le vedette» dice William Ward, agente dell'immigrazione americana,
puntando il dito verso la collina da dove complici dei narcos indicano
quale delle 24 porte del posto di frontiera più trafficato
del mondo sembra la più veloce da passare. Da San Ysidro
transitano ogni giorno 60 mila macchine e 35 mila pedoni: gli agenti
hanno 30 secondi per decidere chi fermare e chi lasciar passare.
Ogni giorno bloccano 15 carichi di droga: dieci volte tanto, secondo
le stime, passano.
I «muli», invece, guadagnano mille dollari in media a
carico ma da due anni non vengono più pagati in contanti: ricevono
droga, per questo Tijuana è ora la capitale messicana dei tossici.
Ci sono 4.500 tra posti di spaccio e case del crack: 49 i centri
di recupero familiari che dovrebbero prendersi cura di 80 mila tossicodipendenti.
Quelli che si fanno di crack si muovono in branchi: ogni anno a
Tijuana 20 mila macchine vengono rubate, incalcolabile il numero
degli scippi e le rapine a mano armata.
Metà della popolazione vive al di sotto del livello di povertà:
la percentuale non è cambiata con l'esplosione demografica
che ha portato la popolazione a più di 1 milione di persone
con un tasso di disoccupazione inferiore all'1 per cento. I 200
dollari al mese che gli operai guadagnano fabbricando stereo e televisioni
non bastano neppure a Tijuana. Per farcela molti abitano in una
delle tre discariche di rifiuti che la miseria ha trasformato in
quartieri talmente popolati da ricevere la luce elettrica. «In
pieno boom economico la città non riesce a creare altro che
povertà» sintetizza Victor Frank, che difende i diritti
umani dei più poveri. A lui si rivolgono i familiari dei
rapiti dai narcotrafficanti: per un po' Frank ha cercato i corpi
sulla Rumorosa, come si chiama la montagna scelta come cimitero
dai narcos. Poi hanno cominciato a minacciare anche lui e ha smesso.
Forse il lavoro più difficile di tutti a Tijuana ce l'ha
Jorge Quinonez, addetto dell'ufficio del turismo, che si è
messo in testa di trasformare la città in un luogo di vacanze
per famiglie. Peccato che tutte le attrazioni che ha messo sul depliant
ufficiale della città non esistano. Il campo di pelota è
chiuso. L'ippodromo ospita solo corse di cani, preferite dai narcos.
La plaza de toros è aperta due mesi l'anno. Una Marilyn irriconoscibile
è l'attrazione del museo delle cere accanto al quale passano
i 10 mila ragazzi delle università della California che ogni
sabato notte visitano i bordelli. Sbronzi di sesso e tequila, alla
fine della notte riprendono la macchina per tornare a casa. Alcuni
si vanno a schiantare: per i quotidiani americani l'emergenza Tijuana
è soprattutto questa.
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