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Speciale #11
Pratiche in rete

 

L’esperienza delle “stanze del consumo” a Francoforte: in dieci anni le morti per overdose sono calate dell’80%
Il resoconto del seminario di Torino del 31 gennaio 2003

a cura di Grazia Zuffa

L’appuntamento torinese si proponeva di dare elementi di valutazione per il dibattito in corso nella città sull’opportunità di aprire le safe injection rooms (le cosiddette “stanze del consumo”). Soprattutto ha avuto il merito di offrire elementi di riflessione di prima mano alla commissione incaricata dal sindaco di studiare il problema, visto che questa, per ammissione del suo presidente Silvio Coraglia, ha lavorato solo su materiale cartaceo ricavato da internet.
L’esposizione dell’esperienza di Francoforte è stata puntuale: Juergen Weimer, coordinatore dei servizi tossicodipendenze della municipalità di Francoforte, ha illustrato la strategia complessiva di sviluppo dei servizi a bassa soglia, in cui si è inserita l’apertura delle stanze del consumo. Agli inizi degli anni ’90 la situazione della città era estremamente grave: erano circa 1000 i consumatori che frequentavano le “scene all’aperto” dei parchi, dove non c’erano mai meno di 200 persone radunate. I tossicodipendenti registrati dalla polizia erano 6000. Molto alto il numero dei decessi per overdose: il picco fu raggiunto nel 1991 con 147 morti. Già dal 1990 la municipalità assumeva a sé il coordinamento della politica sulle droghe, istituendo il cosiddetto “tavolo del lunedì”: un momento di confronto stabile fra l’assessorato alla sanità, i servizi sociali, i consumatori, la magistratura e le forze di polizia. L’iniziativa era partita proprio su spinta del capo della polizia, sulla base della constatazione che la repressione non risolveva il problema. Le stanze del consumo si inseriscono dunque in un sistema complesso di rete d’aiuto, che comprende anche unità di strada, centri di accoglienza notturni, i cosiddetti café o drop in, i programmi di metadone e di disintossicazione.

La prima stanza è stata aperta nel 1994, fra grosse resistenze ideologiche e scontri politici fra la città di Francoforte e il Land dell’Assia, da una parte, e il governo federale, fieramente contrario, dall’altra. Negli anni successivi ne sono state aperte altre quattro: l’orario copre tendenzialmente tutta la giornata (24 ore su 24) per tutti i giorni dell’anno. Nel frattempo altre sette città tedesche hanno aperto questi servizi, anche con l’aiuto della legge federale del 2000, che ha offerto una base legale a livello nazionale per omogeneizzare gli interventi sul territorio. Tuttavia la rete di stanze del consumo di Francoforte rimane la più estesa, la metà delle operazioni di consumo della Germania avviene in questa città. La misura dello sforzo politico messo in atto dalla municipalità nel corso degli anni ’90 è offerta dalle cifre del bilancio finanziario e, ancora più, dal bilancio di morti per overdose. Questi ultimi sono calati da 147 nel 1991 a 28 nel 2002. Inoltre, prima dell’istituzione delle stanze del consumo, venivano effettuati ben 15 interventi di pronto soccorso al giorno, mentre adesso se ne fanno 15 la settimana. Quanto al budget complessivo sulle droghe, questo è aumentato da 1 milione di euro del 1990 ai 7 milioni di euro del 2003.

Oggi, un nuovo problema si affaccia ai servizi: la diminuzione del consumo per via iniettiva e la diffusione del crack fumato.Il modello più diffuso è quello dell’associazione fra eroina iniettata e crack. Per questo si aprirà fra pochi mesi, in una delle “stanze” di Francoforte, un settore riservato al fumo di crack.
Ma quali sono state le resistenze da vincere a Francoforte per aprire la prima “stanza”? Praticamente le stesse di oggi a Torino, che poi non sono diverse dalle obiezioni che circolavano nel ’95, quando nel capoluogo piemontese si discuteva l’avvio dei programmi di scambio siringhe. Le ha ricordate Susanna Ronconi: “si diceva allora che offrire le siringhe costituiva un avallo “morale” alla droga, e che i consumi sarebbero aumentati.

Alcuni di questi miti sono sfatati dalle ricerche illustrate da Uwe Kemmesies, del Centro di ricerca sulle droghe di Francoforte. In primo luogo, non è vero che le stanze del consumo rendono più attraente il mondo della droga di strada. Da una recente ricerca condotta nelle scuole risulta che meno dell’ uno per cento dei giovani ha provato l’eroina o il crack. Inoltre queste droghe sono considerate le meno accettabili.

Come pure risulta infondato il timore che le safe injection rooms motivino i consumatori a “bucarsi” di più. Semmai è vero il contrario. Da due studi effettuati su un campione di 150 frequentatori delle “stanze”, il primo nel 1995, il secondo nel 2002, risulta una leggera moderazione degli stili di consumo, anche se i livelli rimangono intensi (da 2,5 tipi di droghe usate nelle ventiquattro ore nel 1995, alle 2,1 del 2002).
Inoltre si riscontra un certo miglioramento della salute dei consumatori: nel 1995 solo il 47% del campione stimava buono il proprio stato di salute, ma la percentuale sale al 57% nel 2002. Più netta la riduzione del rischio di overdose: nel 1995 un consumatore su due dichiarava di aver avuto una emergenza negli ultimi 3 anni, nel 2002 solo uno su tre. Un altro indice del miglioramento complessivo delle condizioni di vita è il continuo invecchiamento della popolazione “tossica”: l’età media è infatti passata dai 30 anni, all’epoca dell’apertura della prima “stanza” ai 34,7 anni di oggi.

Il ricercatore tedesco ha chiarito una importante questione metodologica. E’ vero che non esistono certezze scientifiche assolute sull’efficacia delle stanze del consumo, bensì solo indizi. Ma questo non è un problema specifico di questi servizi, vale per tutti, poiché la valutazione del mutamento di una scena della droga riguarda un fenomeno complesso, ed è quasi impossibile isolare le variabili, per dirla in linguaggio tecnico. Ad esempio, sul contenimento delle droghe usate può aver influito anche semplicemente un cambiamento degli stili di consumo.
Questo nodo si è rilevato cruciale nel dibattito, proprio perché facilmente travisabile. Così Silvio Coraglia, preannunciando le conclusioni dei lavori della commissione comunale, ha sottolineato “che non esistono evidenze scientifiche che validino o invalidino le esperienze”: volendo significare che è valida la scelta di aprire le “stanze”, come anche quella contraria.

Giustamente Paolo Jarre (Asl di Rivoli) ha fatto notare che l’esistenza dei servizi non è legata solo alla valutazione di efficacia. “Nel nostro lavoro non c’è nulla di cui si sia dimostrata l’efficacia, ad esempio non c’è evidenza scientifica per le comunità terapeutiche, ma nessuno sostiene che bisogna negare loro i fondi”. E’ invece importante attenersi al principio del “primo, non nuocere”. A questo dettato di etica medica ha fatto riferimento anche Angelo Giglio (coordinamento degli operatori a bassa soglia del Piemonte), denunciando un vissuto di scissione professionale: da una parte si danno ai consumatori consigli e siringhe sterili a tutela della salute, dall’altra si volta la testa per non vedere le situazioni sanitarie proibitive in cui avviene il “buco”.

Sulle scene all’aperto di Torino, Alessandro Orsi e Vito Mitola (del coordinamento “In prima persona”) hanno presentato un filmato istruttivo quanto drammatico: sono angoli nascosti e desolati, binari morti, dirupi sul Po, dove spesso il pericolo viene dai luoghi stessi prima che dall’iniezione.

Il sindaco, Sergio Chiamparino, ha sostanzialmente lasciato aperto il dilemma della scelta. “Poiché non ci sono elementi scientifici incontrovertibili - ha detto – la palla passa alla politica”. Con due paletti: la necessità di una modifica legislativa e di nuovi fondi che la Regione dovrebbe erogare, poiché “la sperimentazione delle safe injection rooms non può andare a discapito degli altri servizi drug free”.

Ma è davvero necessaria la modifica della legge nazionale? Su questo ha obbiettato il consigliere regionale Carmelo Palma: il divieto di organizzare un luogo di convegno (art. 79/309) non è attinente ad un intervento sanitario. Una linea simile è stata tenuta in Germania dalla magistratura per permettere l’istituzione delle safe injection rooms prima che la legge federale del 2000 le prevedesse esplicitamente: si è ritenuto legittimo un intervento a difesa della salute pubblica, nonostante che la legge tedesca preveda addirittura la punizione del consumo personale. Anche il progetto “Coverdose”, per l’apertura di una stanza del consumo a Rivoli, tiene presente il vincolo normativo, ma non lo ritiene insormontabile: un utente per volta sarà ammesso nel locale da iniezione, in modo da non configurare il paventato “luogo di convegno” di droga. Paolo Jarre, promotore del progetto, ne rivendica anche i costi contenuti: “sono 250.000 euro per tre anni, su sei milioni di budget complessivo, meno del 5% di tutta la nostra attività”. Un investimento più che modesto, un dito troppo esile per tutti per nascondersi dietro.

“Non è corretto fare una lettura riduttiva dei dati di Francoforte – ha precisato in conclusione Franco Corleone, replicando al sindaco – noi non diciamo che le stanze del consumo sono la soluzione, ma è un intervento che sicuramente fa morire di meno”. E le resistenze, anche quelle all’interno della maggioranza di governo della città. si vincono solo con la determinazione politica a sperimentare. Quella stessa che, nonostante le polemiche, dette l’avvio alla prima unità di strada nel ’95. E oggi Torino può vantare una rete di bassa soglia di un certo rilievo, in cui potrebbero ben inserirsi le stanze del consumo. Dunque, coraggio sindaco Chiamparino.


 

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