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Speciale #11
Pratiche in rete

 

Pratiche in rete

Presentazione di Grazia Zuffa, direttrice di Fuoriluogo, in apertura dell'assemblea del 15 Dicembre '01
(presso la Casa del popolo di S.Bartolo a Cintoia, Firenze):
Quest'assemblea è nata spontaneamente, per iniziativa di un gruppo di noi, col primo obbiettivo di dare una risposta all'attacco ai Sert e alla riduzione del danno, lanciato dal governo di centro destra. E' un attacco che ricalca punto per punto gli argomenti della "svolta punitiva" sul finire degli anni '80, quella che si concretizzò nell'approvazione della legge Jervolino Vassalli. Ciò riconferma che l'attuale coalizione è legata ad una cultura clerico conservatrice, assolutamente estranea a qualsiasi forma di modernizzazione, quale ad esempio quella perseguita dalla Spagna di Aznar. Nonostante il dichiarato intento di non modificare la legge, si tratta pur sempre di una mossa insidiosa perché sancisce una politica, a livello governativo ma anche locale, all'insegna dell'esclusione sociale.
Potremmo riproporre l'analisi sull'azione del centro sinistra in questi anni, sulla sua politica di "galleggiamento", poiché non ha voluto sfruttare la grande occasione del referendum abrogativo del '93 per dare un vero segnale di rinnovamento, procedendo sulla via della depenalizzazione. Certo la povertà della politica sulle droghe del centro sinistra non ha contribuito a costruire e rafforzare un senso comune di tolleranza e apertura sociale, il vero baluardo contro la cieca intolleranza e aggressività dell'attuale coalizione. Oggi tuttavia la questione è un'altra: il tessuto di servizi di riduzione del danno, di esperienze e pratiche sociali attivate in questi anni hanno saputo costruire un nuovo senso comune? E' possibile "mettere in rete" queste pratiche, fino ad oggi poco collegate fra loro? E' possibile pensare a vere e proprie scadenze di iniziativa pubblica e di movimento a partire dal sociale e dalle alleanze nel sociale, dovendo fare a meno di alleanze politiche che ad oggi non sembrano disponibili?

Introduzione di Susanna Ronconi (Forum droghe)
Vorrei affrontare oggi alcune questioni che giudico fondamentali. La prima è la sfida della visibilità: non basta io credo stare in rete, occorre avere una maggiore incisività a livello politico e culturale. Per dirla in una parola, io sento un forte bisogno di movimento. Entra allora in gioco un'altra questione, quella delle alleanze. Ai tempi del referendum del '93 siamo riusciti a costruire buone alleanze che ci hanno fatto vincere una sfida per niente scontata. Ma che cosa significa oggi rilanciare un movimento, in una situazione politica così radicalmente mutata?
Innanzitutto vanno identificati i soggetti. Come ha detto Grazia Zuffa, l'assemblea di oggi e l'idea di costruire una rete di pratiche sono nate per iniziativa di operatori. Ma non può essere solo così, un movimento non può essere definito intorno ad una professione o a delle professioni. Ci interessano perciò altri soggetti che sulle politiche sociali lavorano, e soprattutto ci interessano i consumatori e i movimenti di consumatori. Ma ci sono anche altre alleanze che in prospettiva sono importanti, quali quelle con soggetti del pubblico e del privato, operatori e associazioni che lavorano in altri campi. Il nostro tema specifico è quello delle droghe e delle dipendenze, ma si apre necessariamente ad un discorso sul welfare e i diritti di cittadinanza che si incrocia con molte altre questioni sociali, in cui purtroppo stanno avvenendo rapidi cambiamenti. Esemplare il tema della psichiatria. Peppe Dell'Acqua, responsabile del dipartimento salute mentale di Trieste, ci ha mandato la sua adesione alla nostra assemblea, segnalando come l'indebolimento dei servizi da un lato, e dall'altro il sempre maggiore spazio lasciato al privato di mercato, configurino di fatto la riapertura manicomiale.
Assistiamo oggi non solo al rilancio di politiche più autoritarie e repressive, ma anche ad uno spostamento degli interventi sociali verso l'istituzionalizzazione: si ripropongono nuove istituzioni per i problemi sociali, ossia l'esatto contrario di quanto molti di noi hanno provato a fare in questi anni.
Parlando di noi e delle nostre pratiche. C'è un problema elementare di difendere gli interventi, i servizi che hanno dato buoni risultati, poiché la riduzione del danno non è solo una strategia o una filosofia di intervento, ma ha dato vita a pratiche molto concrete. Ma per difenderli dobbiamo saper informare, far capire quali sarebbero i risultati disastrosi se si tornasse all'autoritarismo del drug free come obiettivo unico degli interventi. In una parola bisogna comunicare, sapendo che storicamente siamo spiazzati su questo terreno.
Alla riunione del coordinamento degli operatori a bassa soglia del Piemonte si è a lungo discusso sui linguaggi. C'è chi vorrebbe scommettere sul linguaggio della scienza, come gli operatori dei Sert, i medici in particolare: le politiche non repressive di riduzione del danno hanno dalla loro "l'oggettività" dei buoni risultati. Ma c'è chi obietta che questo sia oggi un linguaggio debole. C'è chi vorrebbe parlare invece il linguaggio del pragmatismo, oppure quello dei diritti. Ma alcuni obiettavano che il linguaggio dei diritti è ascoltato solo se lo si voglia ascoltare. In sintesi, dovremmo rispondere a questo quesito: qual è il linguaggio che più ci permette di comunicare con mondi che non sono i nostri?

Intervento di Paolo Crocchiolo (Forum droghe)
Affronto il discorso della visibilità e del linguaggio. Non c'è dubbio che oggi la linea di difesa debba attestarsi sulla riduzione del danno, che è diventata la spina dorsale delle politiche di rinnovamento a livello europeo. L'attuale politica italiana sta andando esattamente in rotta di collisione con la riduzione del danno. Purtroppo la nuova crociata proibizionista è favorita in partenza, perché l'opinione pubblica è disinformata e in certi casi resa isterica da una certa propaganda, basata su falsità certo, ma molto efficiente. Tuttavia il nodo centrale è quello dell'opinione pubblica: occorre modificarla, perché possa incidere sui politici.
In molti paesi europei aspetti importanti della riduzione del danno sono stati gradualmente legittimati agli occhi dell'opinione pubblica, tanto da condizionare le scelte dei governi. Così è stato in Svizzera per le terapie con eroina, così in Inghilterra per la sperimentazione clinica della canapa terapeutica. C'è una maggioranza referendaria ormai consolidata in Svizzera e neppure il più conservatore dei politici elvetici oserebbe pronunciarsi contro la riduzione del danno. Quanto alla popolazione britannica, il 98% è a favore della sperimentazione e anche a livello politico non c'è discussione. Perché qui, tra l'opinione pubblica italiana, avviene il contrario? E come si convince l'opinione pubblica? Forse ci vogliono discorsi ancora più semplici e chiari, del tipo "che cos'è la riduzione del danno". A molte persone dà l'idea di una definizione al negativo, e questo dà una connotazione sgradevole. Le persone sono colpite molto più dal termine "danno" che da quello "riduzione". Occorre allora spiegare che se la persona che abusa di sostanze non può stare bene subito, è pur sempre auspicabile che stia almeno il meglio possibile. Questo in fondo è il nucleo della riduzione del danno e su questo siamo inattaccabili. Tra noi possiamo poi parlare di molte altre cose come di "laicità dello stato" e altro ma dobbiamo essere molto incisivi con argomentazioni semplici e immediate. C'è un altro tema a cui l'opinione pubblica è molto sensibile, quello della salute e della promozione della salute. La promozione della salute coincide con la riduzione del danno, che è una strategia di sanità pubblica. E' possibile spiegare che la proibizione danneggia la salute dei cittadini, mentre la riduzione del danno la favorisce.

Manuela Dorella, psicologa del "drop in" di Torino Asl 3
Parlo a nome del coordinamento degli operatori dei servizi a bassa soglia del Piemonte, che è nato due anni fa. Ci siamo visti pochi giorni fa e abbiamo anche incontrato un esperto della comunicazione. Parlerò proprio della comunicazione e dell'importanza di far capire l'utilità del nostro lavoro per tutti, non solo per i consumatori. Il primo obiettivo è attirare l'attenzione, noi purtroppo in questo momento non attiriamo l'attenzione di nessuno. La Società Italiana Tossicodipendenze ha dovuto comprare una pagina di Repubblica e per di più l'ha usata anche male, perché graficamente era assai poco attraente. Se vogliamo attirare l'attenzione, bisogna capire quali temi usare, visto che le forze comunicative degli avversari sono potentissime. Ci veniva consigliato di usare non i temi "bruciati", bensì gli argomenti che non sono stati ancora sfruttati e che possono incuriosire. Ad esempio il tema "Sert e metadone" è oggi un po' usurato, mentre servizi come il "drop in" sono meno conosciuti. Vogliamo evitare il termine riduzione del danno, come diceva chi mi ha preceduto? Bene, però descriviamo concretamente le attività del "drop in", spiegando la loro utilità nella promozione della salute e nella difesa della vita. E' importante distinguere fra la comunicazione interna e quella esterna, fra gli argomenti che sono importanti per noi e quelli che sono importanti per i possibili interlocutori. Inoltre, quali sono gli argomenti su cui siamo tutti d'accordo e quelli invece su cui ci sono delle divergenze? Il discorso interno e quello esterno potrebbero anche essere completamente diversi. Per riassumere, occorre capire quali sono i nostri interlocutori, in ordine di priorità, e quali argomenti usare con i singoli interlocutori. Su questo vi proporrò un questionario con due domande molto semplici, da mandare anche a chi non è potuto venire ma fa parte della rete: questo è importante per costruire il nostro gruppo, perché possiamo prendere delle decisioni condivise da tutti, non solo da chi interviene.
Per ciò che riguarda il discorso esterno, ci sono alcuni punti nodali circa la scelta del linguaggio. Ad esempio quello dei diritti: parlare oggi dei diritti (diritto di consumare, di scegliere il proprio stile di vita) è difficile. Lo stesso per il tema della libertà, perché oggi la libertà è intesa come "farsi il proprio tornaconto personale, i propri interessi", concetto su cui noi non siamo d'accordo.
Oggi si sta cercando di smantellare i servizi pubblici come servizi territoriali, va in questa direzione anche l'idea di entrare in comunità scavalcando i servizi territoriali. Uno dei temi centrali è dunque "territorio versus istituzionalizzazione", demonizzando l'operato dei servizi territoriali per dare la sensazione di proporre qualcosa di nuovo, all'insegna della "efficienza" del privato contro la "inefficienza" del pubblico.

Daniele Valdi, del gruppo Difesa Diritti dei Tossicodipendenti
La nostra associazione è fatta di volontari, o tossicodipendenti attivi o ex tossicodipendenti, non solo per l'eroina. Siamo un gruppo di advocacy, in difesa dei diritti. Proprio in questi giorni a Pietrasanta c'è stato un convegno, la IV conferenza nazionale sul metadone e le altre terapie sostitutive: un incontro soprattutto per addetti ai lavori, ma molto utile. Circa i temi del nostro dibattito: nel disegno di questa classe politica (non solo del governo) c'è il tentativo di far fallire alcune esperienze come i Sert, che in parte hanno fallito davvero. In molti Sert non c'è personale specializzato, e si distribuisce il metadone senza sapere come va usato questo farmaco. Tuttavia è pericoloso far fallire ciò che è pubblico per favorire il privato. E' il pubblico che deve dare le risposte e per me la libertà di cura sta al primo posto. Ma se il disegno è di eliminare i Sert e imporre il percorso drug free in comunità, questo mette in discussione la libertà di scelta. Anche oggi chi va in comunità è avvantaggiato rispetto a chi è in cura col metadone a mantenimento. Molte persone in metadone a mantenimento da anni conducono una vita normalissima, e ritengo che debbano avere le stesse opportunità degli altri. Per questo avevamo proposto al convegno di Pietrasanta di fare una giornata chiamata methadone pride, ma l'idea non è stata accettata. Abbiamo chiesto a tutti i tecnici e gli scienziati presenti al convegno di sporcarsi le mani con la politica come facciamo noi, visto che il momento è grave: se si togliesse il metadone, molte persone tornerebbero sulla strada, purtroppo è già successo in passato.
Faccio una proposta di movimento: tutti gli anni, in occasione del famoso convegno Rainbow di S.Patrignano, perché non cerchiamo di organizzare una manifestazione proprio in quei giorni, utilizzando questa nostra rete? Tutti gli anni assistiamo a sfilate di personaggi, ma nemmeno una volta è stato nominato Roberto Maranzano. Il presidente della repubblica va in visita ad una comunità dove una persona è stata uccisa, il cadavere caricato in una macchina e gettato fra l'immondizia: è un fatto vergognoso. Dobbiamo inventare una nostra manifestazione, forse si potrebbe chiamare Maranzano Day, visto che a Muccioli vogliono intitolare vie e piazze e a Roberto Maranzano hanno voluto intitolare solo una discarica

Paolo Sollecito, Gruppo Abele e centro sociale Gabrio di Torino
Si stanno rivoltando come un guanto le politiche dei servizi dove lavoriamo con una sfacciataggine e una velocità incredibili. Una valutazione politica generale: in Italia abbiamo avuto la dimostrazione che da un punto di vista parlamentare non risolveremo niente. All'interno del governo dell'Ulivo c'erano tendenze e sensibilità che hanno posto correttamente il tema delle droghe, e sono stati presentati disegni di legge di riforma, ma non è accaduto niente. Al contrario l'attuale governo, che definisco fascista per le cose che sta proponendo, metterà sicuramente mano alla legge in direzione regressiva. Sotto il governo dell'Ulivo c'è stata un'illusione, che ha coinvolto moltissimi operatori, che di lì a poco le cose sarebbero cambiate, che la marijuana sarebbe stata legalizzata, il senso comune sarebbe cambiato e così via. Niente di più sbagliato, visto che oggi si può impunemente portare a "Porta a porta" una ragazzina che si è fatta due canne ed è finita in comunità senza che nessuno gridi allo scandalo: ciò significa che ci sono dei problemi anche nel nostro modo di comunicare e che siamo in ritardo. Questa valutazione ci dovrebbe portare ad essere un soggetto attivo, in maniera indipendente dalle dinamiche politiche. Siamo noi operatori insieme ai consumatori i principali soggetti, poi c'è il territorio, e solo in un secondo momento ci sono i politici: non sono loro a venire per primi, come si potrebbe pensare. Siamo stati insufficienti a costruire dei rapporti col territorio: quanti progetti di unità di strada prevedono un mediatore territoriale pagato, per far sì che il progetto non susciti la reazione negativa dei cittadini del quartiere? Penso che dobbiamo andare a comunicare con coraggio, senza la paura che la gente non capisca. Al contrario di quanto è stato detto, penso che la questione dei diritti sia centrale. L'attacco al metadone è la punta dell'iceberg di una concezione più complessiva che punta ad una società chiusa, in cui ci sia una "normalità" molto ben definita e molto stretta e una devianza da relegare in strutture chiuse: tutto ciò è spacciato come "sicurezza" ed in più si trasmette l'illusione che le istituzioni chiuse risolvano i problemi. Questo è il senso dell'attacco complessivo portato anche in molti altri settori, dal mondo del lavoro a quello della scuola. E' una mentalità che rischia di diventare vincente.
Per parte nostra, che cosa dobbiamo fare? In primo luogo ragionare sulla comunicazione col territorio, ma in termini strategici, non perché siamo davanti ad un'emergenza. In secondo luogo c'è la questione della visibilità, e penso che non dobbiamo giocare al ribasso. Dobbiamo fare cose fondamentali, come uscire nelle piazze e dimostrare contro i provvedimenti regionali, altrimenti nessuno si accorge che esistiamo. Molti pensano che il servizio pubblico sia solo il Sert che eroga il metadone, al massimo qualcuno sa che c'è qualche unità di strada: magari pensano che dia la droga ai tossici e tutto finisce lì. Invece dobbiamo far sapere che ci sono migliaia di operatori che lavorano in questo settore e che non ci stanno. Penso anche che dovremmo arrivare alla disobbedienza: se ad esempio qualcuno mi dovesse imporre di dire alla polizia i nomi degli utenti, denuncerei questo fatto come illegale. E' necessaria una grande esposizione politica in questo momento, cercando di trovare dei temi unificanti, che a mio parere sono: in primo luogo i diritti di cittadinanza e la lotta contro l'istituzionalizzazione, collegandoci al movimento dell'antipsichiatria che parte da Trieste ma è esteso in tutta Italia. Non dobbiamo avere timidezze, e dobbiamo essere consapevoli che l'attuale svolta politica può anche favorire qualcuno, come le comunità. Se anche oggi il CNCA firma un documento contro queste politiche, però a livello territoriale può esserci qualcuno che cerca di arrangiarsi. Ma dobbiamo far passare l'idea dell'unità in un movimento libero e flessibile, all'interno di parole d'ordine unificanti: ci sono momenti storici in cui, se non si fanno le cose insieme, si perde. E quando si perde è un dramma, perché pochi di noi, solo un'esigua minoranza, sono disposti a perdere il posto di lavoro in nome di ideali. Oggi abbiamo ancora la possibilità di andare a dire in tanti che queste politiche sono una follia. Poiché l'attacco non è solo contro la marginalità, ma anche contro il mondo del lavoro e della scuola, dobbiamo capire le potenzialità di questo fatto per aprire forme di ragionamento anche con questi settori.

Cecilia D'Elia, presidente di Forum droghe
Mi è capitato di scrivere già su Fuoriluogo circa l'attacco del governo alla riduzione del danno, e voglio avanzare alcune mie perplessità circa lo scenario, questione molto legata a quella della visibilità. Si è detto che c'è un attacco più generale alle politiche sociali, ma anche alla libertà e ai diritti: a mio avviso ci sono delle profonde ragioni sociali per questo, e non a caso la destra ha vinto. Tuttavia ci sono stati errori politici che hanno reso possibile questa vittoria. La società italiana è profondamente divisa, ma la metà della società che non ha votato per il centro destra non ha una rappresentanza politica, perché l'opposizione non è all'altezza del compito. Si potrebbe puntare su un movimento a livello sociale, come si è detto, ma non possiamo ignorare il contesto internazionale. Esso rafforza la linea del governo, perché la guerra restringe gli spazi di democrazia e c'è minore sensibilità per la questione delle garanzie e dei diritti. Tutto ciò è motivo di grande preoccupazione, perché l'attacco del governo riprende le vecchie parole d'ordine degli anni '80 ma in un contesto di questo tipo. Pensiamo alla filosofia del governo circa la scuola: non c'è più l'obbligo scolastico ma il cosiddetto "diritto all'istruzione", in cui la scuola dà un minimo di ore obbligatorie ed il resto è facoltativo. C'è l'idea che il diritto all'istruzione in parte debba essere "acquistato" sul libero mercato.
Sulle droghe noi non abbiamo concesso niente al centro sinistra, siamo andati alla conferenza di Genova all'attacco: oggi tuttavia, di fronte all'attacco in atto, c'è il rischio che noi appariamo come quelli che vogliono conservare l'esistente, i progetti già avviati, i Sert così come sono, e così via. Deve essere chiaro che noi non siamo i conservatori. Anch'io sento il bisogno di movimento, e di alleanze larghissime. Quelle realtà cui oggi il centro destra si rifà non erano presenti alla conferenza di Genova, ma i tanti, tantissimi operatori che erano presenti erano d'accordo su alcuni principi fondamentali, come il diritto alla salute, la libertà di cura, la riduzione del danno. Penso dunque ad un cartello largo quale quello del referendum, con alleanze che comprendano gli amministratori locali. La linea del governo infatti è molto centralistica, in un momento in cui le regioni hanno già molte competenze. Dobbiamo anche trovare una parola d'ordine, come a suo tempo il cartello contro la Jervolino Vassalli coniò lo slogan "educare e non punire".

Sergio Segio, Forum droghe
L'argomento della visibilità ricorre spesso oggi, ma è bene mettersi d'accordo sul suo significato. Per me visibilità significa in primo luogo quella delle proposte e dei contenuti: è una precisazione non scontata perché, come ci insegnano molti personaggi di comunità, spesso la visibilità è vista come la visibilità dei singoli, a scapito dei contenuti. Il problema della visibilità e della comunicazione non è innanzitutto un problema di tecniche da acquisire, ma di iniziativa politica e di strumenti per farla crescere: non è dunque una visibilità fine a se stessa, ma è uno strumento per costruire risultati politici. Risultati che non dobbiamo intendere solo come capacità di resistenza ai mutamenti che purtroppo stanno già avvenendo nei nostri servizi. Diceva prima Paolo Sollecito: "rinchiudere" non risolve i problemi. Questo è giustissimo, ma dobbiamo anche tenere presente che "rinchiudere" consente business. E' importante rendersene conto per capire la strategia dell'avversario: Fini non promette svolte repressive sulle droghe perché è "cattivo" o perché è fascista. Intorno alle comunità e alle carceri c'è un grande business e interessi economici che stanno alla base, anche se ovviamente questi assecondano le culture. Volevo leggere una notizia che è un po' sfuggita all'attenzione: la settimana scorsa solo sul Giornale è comparsa la notizia della visita di Gasparri all'inaugurazione di una comunità per tossicodipendenti a Sassari. Gasparri nell'occasione ha detto che "la comunicazione pubblica sul tema delle droghe è troppo rassicurante e va cambiata". E inoltre: "Il contratto di servizio pubblico con la Rai scadrà al 31 dicembre prossimo e sarà l'occasione per riscriverlo a quattro mani insieme con i responsabili delle comunità terapeutiche ". Questo mi sembra ben più preoccupante delle sparate di Fini a S. Patrignano. Come si vede gli interessi economici e politici alla base di certe politiche sono detti esplicitamente, e noi dobbiamo insistere su questo e informare quei cittadini, che magari pensano in buona fede che "rinchiudere" risolva i problemi.
Ancora Gasparri ha parlato delle "strutture di recupero in alternativa al carcere": così egli chiama le comunità terapeutiche e la definizione già la dice lunga sulla concezione che ci sta dietro. Egli ha detto che queste strutture sono occupate solo al 70%. Il concetto è chiaro: maggiore penalità significa affari per chi gestisce le comunità tramite le rette. Questo è il programma politico sulle droghe e sul carcere di questo governo che è scritto a chiare lettere.
Sintetizzando: non si tratta di inseguire il mito della visibilità fine a se stessa, mito già seguito abbondantemente nel campo della tossicodipendenza, ma, sul piano dei contenuti, dobbiamo capire e insistere sulla connessione fra il tema delle droghe e del carcere. Dobbiamo inoltre trovare una cornice politica unificante, il paradigma culturale intorno a cui ci mobilitiamo e ci organizziamo. Quanto al linguaggio, dobbiamo stare attenti, perché l'accezione positiva o negativa di alcuni termini non è data una volta per tutte, risente del contesto culturale e sociale, delle esperienze delle persone. Si è parlato della parola "libertà" che avrebbe oggi una connotazione negativa, ma il vero problema è di chiarire in maniera netta la nostra proposta culturale e politica all'interno della quale le parole e i termini assumono il loro significato.

Giuseppe Bortone, dipartimento diritti della Cgil nazionale
La Cgil ha fatto da poco un convegno su questi temi, noi dunque non siamo stati silenziosi, anche se condivido il giudizio circa "l'assordante silenzio" che ha avvolto le prese di posizioni del governo, giudizio contenuto nella convocazione di questa assemblea. Uno slogan del nostro convegno è stato "sociale contro penale". Chi oggi ha a cuore il tema dei diritti e delle libertà si trova in netta minoranza e lo è sempre di più: la mia organizzazione sindacale rappresenta una delle poche sponde visibili, tuttavia ci sono difficoltà anche nella Cgil. Questa organizzazione ha due milioni di iscritti, ma che cosa dicono questi tesserati sulle droghe e che cosa pensano? Per parte mia sono antiproibizionista, ma spesso vengo da solo a queste iniziative oppure accompagnato da sindacalisti che non sono poi tutti così convinti. Se vogliamo far giocare un ruolo anche a grandi organizzazioni come la mia, timide e paralizzate su questi temi, bisogna lavorare molto sulle alleanze a partire da alcuni punti chiari. Si è parlato qui con ironia dei "don" delle comunità, ma io qui alcuni "don" li vorrei e non solo Don Ciotti o Don Gallo, che certo da un punto di vista culturale stanno già con noi. Dobbiamo creare un movimento largo, ma è bene dirsi che un punto di difficoltà sta negli operatori dei Sert: gli operatori di certi settori del privato sono molto vivaci, mentre la massa degli operatori Sert è poco presente. Eppure è importante il loro coinvolgimento, perché sono cruciali rispetto al linguaggio della scienza di cui si è parlato. Si è anche detto che il linguaggio dei diritti e della scienza hanno i loro limiti, eppure non credo che noi possiamo rinunciarvi, visto che sono i nostri linguaggi. Gli operatori dei Sert potrebbero essere il nostro massimo punto di forza, anche se oggi sono divisi e sindacalmente mal rappresentati anche da noi.
Voglio avanzare alcune proposte: dobbiamo rivederci a breve tempo e fare un "gruppo di testa" che scriva un documento il prima possibile. Dobbiamo inoltre realizzare iniziative territoriali. All'epoca della conferenza di Napoli fu fatto un documento di un largo cartello, documento poco incisivo per certi versi, ma il punto di forza fu il decentramento delle iniziative: oggi dovremmo promuovere molti incontri locali. Si è detto che la nostra linea è "territorio versus istituzioni chiuse", e infatti sul territorio si gioca la partita. Per finire, il linguaggio è importante, non è un falso problema, dobbiamo trovare uno slogan. Mi viene in mente "curare, non rinchiudere": è uno slogan semplice intorno a cui molti possono riconoscersi. Io sono antiproibizionista, il mio slogan sarebbe "libertà contro autorità", ma questo non può essere lo slogan di questo movimento. "Curare, non rinchiudere" potrebbe invece interessare anche altri ambiti oltre quelli della droga, inoltre il termine "curare" rappresenta un piccolo passo avanti rispetto a quello di "educare", molto più moralistico, dello slogan degli anni '90.

Franco Corleone, consigliere provinciale di Udine
Su Repubblica di Firenze di oggi questo incontro è stato annunciato come "un'assemblea contro tutte le droghe": è un buon esempio della difficoltà a far passare il nostro messaggio, che è un messaggio complesso e in certi casi diventa molto complicato e pieno di distinguo. Al contrario i nostri avversari utilizzano messaggi semplici, e questo è il loro punto di forza, come è stato detto da qualcuno in questa sede. Va anche detto che questi messaggi spesso sono semplificati e banalizzati. Il nostro problema è questo: vogliamo scegliere anche noi la strada della semplificazione? Se mi permettete il bisticcio, questa non sarebbe una strada semplice. Oppure dobbiamo trovare il modo di permeare una società di messaggi che sono obiettivamente difficili. Esiste un esempio importante in questo senso, il referendum promosso dai proibizionisti in Svizzera che era denominato "Gioventù senza droga": un messaggio semplice e allettante nella sua retorica. Eppure questa posizione oltranzista e sanfedista è stata sconfitta. Il governo elvetico è sceso in campo a spiegare la sua politica, contro cui era diretto il referendum: ha spiegato il senso della politica di riduzione del danno, la strategia dei "quattro pilastri", ed ha vinto la battaglia. E' un buon esempio di comunicazione che ha funzionato per il 60% dei cittadini su contenuti non facili battendo un messaggio molto semplificato. Può essere interessante per noi studiare da vicino questo caso.
Ho spesso parlato negli anni scorsi delle "occasioni mancate" per la politica delle droghe da parte del governo e della maggioranza di centro sinistra. Ma bisogna anche dire che questo è un paese difficile: ci sono state prese di posizione significative, come quella del procuratore generale Galli Fonseca, per un cambio di politica che sono state disattese. In altri paesi quando la massima autorità di indirizzo della politica giudiziaria fa un intervento del genere, il tutto non si risolve con la smorfia del presidente della Repubblica, com'è avvenuto da noi. Così come, quando Veronesi, che è considerato un'autorità indiscussa, ha detto le cose coraggiose che ha detto sulle droghe, è stato oggetto di un'operazione incredibile: gli si è negata l'autorità di ministro, si è detto che parlava "in quanto tecnico", e tuttavia gli si è negata anche l'autorità di scienziato, perché sulle droghe l'opinione di Gasparri o di Muccioli vale di più. E' stato anche ignorato l'appello per la legalizzazione della canapa firmato da personaggi quali Paolo Emilio Taviani. Ciò dimostra che siamo un paese molto strano, con muri difficili da abbattere. Ciononostante ci sono buone notizie: Arlacchi ha dato definitivamente le dimissioni, per esempio. Così come ormai su molte riviste popolari sono frequenti servizi sulla canapa terapeutica o sulla canapa tessile, e questo può aiutarci nella nostra battaglia.
Quanto ai contenuti, penso che non dobbiamo limitarci a difendere i Sert e il metadone, ma dobbiamo continuare la battaglia per la riforma della legge penale: non ci si può limitare ad una battaglia di resistenza, abbandonando la lotta per la legalizzazione della canapa. Questa lotta può aiutarci, anche perché il tema delle droghe non si riduce all'eroina: l'hanno compreso bene i nostri avversari che propongono la comunità anche per la canapa e la cocaina. Anzi la comunità diventa la risposta a tutto, è stata proposta anche per Erika: la comunità come istituzione totale diventa la soluzione per qualsiasi "differenza" sociale.
A partire da questa nostra assemblea molto affollata, dobbiamo costruire un grande appuntamento nazionale riprendendo la conferenza di Genova, di cui proprio in questi giorni si stanno distribuendo gli atti.
Rispetto ai soggetti: oltre agli operatori e ai consumatori, dobbiamo puntare sugli studenti e sugli insegnanti, e il movimento degli studenti deve porre al centro il tema delle droghe.
Un altro interlocutore sono le Regioni: le Regioni proprio in questi giorni hanno preso posizione contro il dipartimento antidroga proposto da Maroni. Il documento è stato stilato dall'assessore del Veneto, che è del centro destra, il che dimostra che ci sono anche al loro interno delle contraddizioni. In particolare la politica centralistica del governo entra il contrasto con le Regioni. E ancora, dobbiamo avere un rapporto con gli amministratori locali, che ne sanno troppo poco per reggere il confronto con gli slogan semplificati dei Muccioli e Gasparri. Quante alle forze politiche di opposizione, non si tratta di porre loro il problema delle droghe come questione a se stante; quanto di spiegare la complessità del disegno per un ritorno ad una politica centrata sulle istituzioni totali, in cui la tossicodipendenza, insieme al disagio mentale e più generalmente sociale, gioca un ruolo centrale.

Corrado, utente dei servizi di Torino
E' giusto che venga interpellato qualcuno che vive sulla propria pelle l'esperienza della droga e dei servizi. Io parlo a nome del coordinamento "In prima persona" di Torino, che ha come obiettivo la difesa dei diritti dei consumatori di sostanze illegali. I recenti proclami lanciati dal meeting di S.Patrignano ci hanno allarmato e chiamato in causa. Vogliamo sottolineare l'importanza dell'operato dei Sert: negli ultimi anni hanno potuto occuparsi di qualcosa di più ampio della remissione delle sostanze, ad esempio con le unità di strada si difende la vita, in senso stretto, dei consumatori, intervenendo in caso di overdose, fornendo kit sterili per un uso sicuro di sostanze stupefacenti e preservativi al fine di scongiurare il contagio da Hiv. Collaborando con altre agenzie sul territorio, le unità mobili e quelle fisse si occupano inoltre della vita sociale dei consumatori, per esempio con gli sportelli di consulenza legale, i corsi di formazione al lavoro e sulla gestione dei conflitti. In ultimo, ma non per questo meno importante, i servizi offrono un aggancio per chi vuole intraprendere un programma terapeutico in comunità residenziali o semi residenziali. Inoltre i Sert, con la gestione più flessibile e personalizzata del metadone, hanno permesso a molte famiglie di avere una quotidianità meno logorata: in questo modo le persone possono mantenere un posto di lavoro e relazioni affettive più continuative, senza dover passare dalle crisi di astinenza e senza dover delinquere per la ricerca spasmodica di denaro. Siamo convinti che lo slogan "comunità o carcere" sia tanto sconveniente e dannoso per noi consumatori quanto per la società intera, poiché avrebbe ricadute negative in termini economici, sanitari e di sicurezza. Solo interventi diversificati, dalla riduzione del danno all'inserimento in comunità terapeutiche, possono garantire quel trattamento umano e quella dignità cui ogni persona ha diritto. Lo slogan "tolleranza zero" ci spaventa ed è per questo motivo che siamo qui oggi, per stringere alleanze fino ad ieri impensabili, in un contesto che solitamente è sempre stato riservato agli addetti ai lavori.
A Torino ci siamo attivati raccogliendo firme intorno ad una presa di posizione a favore dei servizi pubblici e della riduzione del danno (ne abbiamo raccolte più di mille, e non solo di consumatori): chiediamo a tutti di firmare, come gesto di riconoscimento, perché la difesa dei servizi non riguarda solo gli utenti, ma tutti i cittadini.

Daniele Farina, centro sociale Leoncavallo di Milano e consigliere comunale
Siamo di fronte ad un tentativo di ripenalizzare e riclandestinizzare i consumi da parte della politica del governo. E' importante attestarsi nella difesa delle timide strategie di riduzione del danno realizzate nel nostro paese, ma non possiamo rinchiuderci in questa "Tora Bora" di sola resistenza. Almeno noi dei centri sociali possiamo permetterci di ragionare in un contesto più ampio, visto che oltre tutto i centri sociali sono la prossima vittima sacrificale delle politiche proibizioniste. Per il Movimento Di Massa Antiproibizionista, di cui come centro sociale facciamo parte, la canapa è stata la porta di accesso al tema delle droghe, anche se i quattro milioni circa di consumatori italiani di canapa non hanno mai saputo esprimere una capacità di organizzazione "sindacale", di tutela dei propri diritti, ed è difficile che ciò succeda adesso. Dobbiamo quindi ragionare senza aspettarci che i consumatori di canapa italiani diventino ciò che non sono mai stati fino ad oggi. Tuttavia la canapa resta un tema importante per ragionare su strategie differenziate, così come le cosiddette nuove droghe, seppur con approcci diversi. L'MDMA si è riunito a Roma meno di venti giorni fa per discutere come comunicare un diverso approccio politico alle droghe: si è detto che "bisogna passare attraverso il corpo del nemico", utilizzando quei frammenti sociali che sono sensibili e parlando un linguaggio direttamente politico. Le forze che abbiamo davanti sono forze smisurate, ma in qualche modo lo erano anche sotto il passato governo, anche se erano imbrigliate in un sistema di alleanze che non consentiva alcun passo indietro, così come nessun passo avanti: dal '93, data del referendum, non si è mosso niente.
La strada che il centro destra sta scegliendo è di utilizzare la leva amministrativa rispetto ai Sert e la riduzione del danno facendo ricorso all'ispirazione di "pubblica sicurezza" contenuta nell'attuale legislazione: nella legge 685 c'era la "modica quantità", poi è stata introdotta la "dose media giornaliera" con la gestione del Prefetto per le sanzioni, col referendum si è tornati all'indeterminatezza dell'uso personale. Perciò è sufficiente qualche circolare o anche il clima generale per avere un giro di vite repressivo. In fondo è quanto sta succedendo per la legge sull'immigrazione, il clima è già cambiato in peggio, anche se la nuova legge non è stata ancora approvata. Come si è detto, non vi è stata una risposta delle forze di opposizione alla strategia del governo, certo non di quelle rappresentate in Parlamento. Ma c'è anche una timidezza del movimento anti-global e dei Social Forum, nonostante che il proibizionismo sia una delle più antiche politiche globali. Non ho notizia di alcun Social Forum che abbia inaugurato un gruppo di lavoro, non dico sulle droghe, ma neppure sul carcere: al più ce ne sarà uno su cento. Se dunque queste culture non vivono neppure nei movimenti, è difficile dare battaglia.
Venendo alle iniziative: il 13 Gennaio il MDMA si riconvoca a Bologna per decidere alcune iniziative, tra cui una campagna di informazione con forme nuove tramite manifesti tematici con tirature nazionali. Questo apre la campagna di primavera, ma prima dobbiamo ripartire con iniziative che riprendano la piattaforma di Genova, anche se rivisitata. La Street parade di Giugno potrebbe aprirsi ad altre forze e diventare un grande appuntamento.

Lorena Splendori, gruppo nazionale funzione pubblica CGIL degli operatori dei servizi pubblici
Io sono una sociologa di un Sert della provincia di Roma. Noi come gruppo degli operatori dei servizi pubblici vogliamo portare un contributo circa il linguaggio dei diritti. Qualche mese fa abbiamo cominciato a lavorare circa i diritti di cittadinanza dei soggetti utenti e degli operatori del sistema pubblico. Si è molto discusso qui di comunicazione con l'opinione pubblica, ma io ritengo che ci sia un problema di comunicazione anche all'interno della rete dei servizi. Nell'assemblea di oggi ci sono pochi operatori dei servizi pubblici, è stato così anche all'assemblea CGIL a Roma: come operatrice noto che i messaggi non arrivano, nel mio servizio oggi nessuno sapeva di questa assemblea. Bisogna affrontare questo nodo, anche perché l'attacco è pesante. Noi abbiamo scritto una carta dei diritti, che consideriamo una base di discussione per confrontarci col sistema complessivo della rete. Occorre costruire un sapere condiviso da parte di tutti i vari punti della rete, e una comunicazione che non sia solo un fatto tecnico. Siamo dunque disponibili ad approfondire il tema dei diritti intesi complessivamente.

Marco De Giorgi, coordinatore dell'unità di strada Cango di Torino
Siamo ancora un po' indietro rispetto alle iniziative da proporre. Circa i temi oggi affrontati: si è detto che siamo in una situazione molto difficile, ma lo eravamo anche alla fine degli anni '80. C'era ancora il Caf, e nonostante il grosso dibattito circa la legge sulla droga, alla fine è stata approvata la Jervolino Vassalli. Da lì siamo partiti per arrivare al referendum del '93, dunque a mio avviso non c'è da disperare. Si è parlato anche di occasioni mancate del centro sinistra: dobbiamo però ricordare che ministro degli Interni era la stessa Jervolino. Voglio dire che c'è sempre stata in quella coalizione una componente di centro molto forte, che non permetteva di progredire in alcun modo. Si è parlato anche dell'esempio svizzero, ma io ho molti dubbi, perché contro il referendum "Gioventù senza droga" è sceso in campo il governo, con motivazioni squisitamente economiche.
Quanto al "silenzio allarmante" di molti soggetti di fronte all'attacco alla riduzione del danno: quasi tutti i progetti di riduzione del danno sono finanziati col fondo nazionale antidroga e scadranno alla fine del 2002, perciò il futuro di servizi come le unità di strada è incerto e lo è anche la sorte degli operatori che ci lavorano. In Piemonte la Regione ha tolto dal bando per i progetti del fondo nazionale la voce "riduzione del danno", perciò il futuro di questi servizi è segnato. Penso allora che dobbiamo cercare di lavorare con la controparte, ad esempio accedendo all'idea che alcuni interventi, come lo scambio di siringhe, siano intesi come un primo passo verso il cambiamento. Sono d'accordo anch'io che non dobbiamo rintanarci in una Tora Bora puramente difensiva, però come condurre l'offensiva è un problema ancora tutto da approfondire.

Toy Racchetti, Lila di Milano
Si è parlato stamani dei buoni argomenti da spendere a favore della riduzione del danno. Solitamente io porto sempre questi dati, molto secchi, ma a mio avviso efficaci: dal 1978, anno in cui si è cominciato a contare le morti per overdose, ad oggi sono morte circa quindicimila persone. Dal 1982 ad oggi sono morte circa trentamila persone per Aids. La somma fa un esercito di 45.000 persone che non ci sono più, e dunque non possono essere curate da nessuno. In quest'ottica il discorso del continuum terapeutico a partire dalla riduzione del danno è fondamentale, anche per chi, come Fini, dice di voler puntare sul "pieno recupero della persona". Ma per recuperare le persone, bisogna che esse siano vive o almeno meno malate possibile. Vedo il rischio di ghettizzazione e marginalizzazione degli interventi di riduzione del danno, riservandoli ad un target ben preciso: i cosiddetti cronici e la gente di strada. Faccio un esempio. In Lombardia è già stato aperto il bando per i progetti da finanziare col fondo antidroga: prima la riduzione del danno costituiva un capitolo autonomo, adesso non è sparita ma è compresa sotto la voce "trattamenti", il che significa che ci saranno minori risorse (anche se questo può avvantaggiarci nella difesa dei servizi che ci sono).
Segio ha parlato della centralità dei risvolti economici delle attuali politiche. Bene, Pino Arlacchi qualche tempo fa presentò a Milano il suo World Drug Report , insieme a Letizia Moratti, Enzo Biagi, il cardinal Tonini e il sindaco Albertini: sono tutti sostenitori della lobby di S. Patrignano, e così il cerchio si chiude. Tutto ciò va denunciato.
Circa la scarsa presenza degli operatori Sert, osservo che tutti quelli che io conosco sono stanchi, oppure rassegnati, o "in trincea", o sull'orlo dell'abbandono del posto di lavoro. Perciò dovremmo fare un grosso investimento su questi soggetti, perché il terreno è fertile e sono disponibili a mettersi in gioco.
L'ultima osservazione: Berlusconi si rifà sempre alla Spagna di Aznar, ebbene magari seguisse l'esempio della Spagna. Lì si è cominciato a distribuire le siringhe nelle carceri e stanno per partire progetti di eroina medica.

Beatrice Passini, psicologa Sert in provincia di Bologna
Penso di condividere con voi un'idea di politica delle droghe che sia pragmatica, rispettosa dei diritti dei consumatori e indipendente dalla destra, dalla sinistra e dal centro. Ho sentito pronunciare la parola "avversari": io ho dei dubbi, perché ad esempio l'anno scorso l'avversaria di turno era Livia Turco, e abbiamo trovato un alleato inaspettato in Veronesi. Dunque, guardando al mondo della politica, metto un punto interrogativo su chi sia il vero avversario e il vero alleato: io lavoro in Emilia e osservo che anche quando c'è stata la giunta regionale di sinistra e il comune di sinistra non si sono fatti grandi passi avanti.
Riguardo ai Sert, non mi sento di difendere nessun servizio, neppure quello cui io appartengo, anche se ci lavorano persone molto serie. Va detto però che fra i Sert c'è una enorme eterogeneità, dalle metropoli alla provincia. Anche in Emilia ci sono grandi differenze, con Sert che frappongono filtri incredibili e sono difficilmente accessibili all'utenza, e con altri Sert molto aperti alla riduzione del danno, con unità di strada etc. Dobbiamo allora preoccuparci che i servizi diano le stesse opportunità a tutti. Ci sono molti altri problemi aperti, ad esempio quello dei figli dei tossicodipendenti: per affrontarli occorrerebbe che ci fosse molta più collaborazione fra Sert e servizi sociali. C'è poi il problema del carcere, quello della precarietà dei progetti, che spesso vengono interrotti per mancanza di fondi senza che sia stata fatta alcuna verifica.
Sappiamo che la riduzione del danno è stata efficace rispetto alle morti per overdose e Hiv, ad esempio abbiamo dati sull'efficacia del metadone a mantenimento. Ci viene però mossa l'accusa che queste persone potrebbero guarire oltreché sopravvivere, se i servizi non le "legassero" al metadone: sembra cioè che siano i servizi a provocare il danno. Ma dobbiamo invece ragionare su quanto il "chiedere troppo" dell'operatore sia dannoso, quanto non applichi a volte all'utente un ideale di vita che appartiene solo all'operatore stesso, facendo così un reale danno. Varrebbe la pena di istituire agenzie per valutare determinati tipi di intervento: ad esempio interventi ad altissima soglia fanno sì che le persone ricadano anche cinque o sei volte. Al contrario gli interventi a bassa soglia sono più rispettosi dei tempi delle persone. Perciò non dobbiamo solo stare sulla difensiva, ma tentare di fare un discorso più ampio.
E' bene affrontare il tema della prevenzione, su cui si rischia moltissimo. In particolare si rischia che i servizi siano percepiti come la lunga mano della Prefettura quando ci vengono mandati per i colloqui ragazzi giovanissimi presi per il consumo personale: siamo cioè percepiti come gli adulti che si spacciano per "duri e puri", che non hanno dipendenze, non hanno problemi. I servizi possono trovarsi perciò in una posizione ambigua, fra informazione, cura e repressione: non penso che noi operatori perderemo il posto di lavoro, penso però che l'utenza ci odierà.

Antonella, operatrice sociale, Social Forum di Pisa
Il mio panorama di lavoro è cambiato con la conferenza di Genova e la contro conferenza insieme coi centri sociali. Il movimento sta diventando sempre più trasversale e quanto sta avvenendo qui oggi assomiglia a ciò che stiamo costruendo col social forum di Pisa. Probabilmente una ragione sta nel fatto che le istituzioni non danno più risposte, il silenzio assordante è il loro. C'è però un problema di trovare una piattaforma comune perché siamo in tanti, siamo diversi, abbiamo alcune cose in comune ma non tutte. Dobbiamo trovare strumenti di contro informazione perché la gente comune sa della droga solo ciò che racconta S. Patrignano, invece dobbiamo saper parlare a tutti. Se c'è un appunto che faccio al mio lavoro, è di avere lavorato molto sul piano operativo, ma poco su quello della comunicazione. Cerchiamo perciò di creare una rete innanzitutto: se siamo qui è grazie al sito di Fuoriluogo e alla comunicazione telematica, ma questo non basta, perché non basta una rete telematica, occorre creare una rete umana. C'è molto da fare in questo senso, basti pensare che io non ho i numeri di telefono di tutte le persone che lavorano nel sociale sul mio territorio. Sono d'accordo nel dar vita ad un movimento, ma dobbiamo partire da una rete che funzioni, e va creata a partire dal territorio, ognuno sul proprio territorio.
L'ultima osservazione: non dobbiamo produrre solo documenti, ma anche video, teatro, libri, materiale che faccia conoscere le nostre idee.

Pierluigi, Movimento Di Massa Antiproibizionista della Toscana
Noi non ragioniamo in termini di sistemi, ma la realtà è continua. Cerchiamo dei linguaggi di tipo analogico, cercando di trovare dei nessi, delle connessioni fra varie questioni. Molto importante è la comunicazione di tipo teatrale. Noi non ci rivolgiamo all'opinione pubblica, pensiamo che l'opinione pubblica sia una forma di controllo, in cui anche il dissenso è funzionale. Faccio un esempio, senza polemiche: le "tute bianche" vogliono apparire come "buone" a tutti i costi. Quindi noi ci rivolgiamo alle persone, alle famiglie, alle mamme, andiamo ai rave : ad esempio a Firenze c'è un collettivo antipsichiatrico che è andato a fare controinformazione sul farmaco "Ritalin" alle mamme negli asili. Noi non vogliamo informare, vogliamo informarci, quindi non vediamo la differenza fra "noi" e "gli altri".
A proposito di S.Patrignano: noi pensiamo che rappresenti un modello, ossia una metafora della nostra società. Infatti S.Patrignano produce vino e formaggio. Lì inoltre occorre rispettare orari e regole, in altre parole è una riproduzione della nostra società in piccolo. Perciò siamo per l'opposizione a S.Patrignano in tutte le forme possibili.
Noi ci siamo occupati di psichiatria a partire dagli psicofarmaci che producono dipendenza e da lì abbiamo visto le analogie e le contraddizioni rispetto all'eroina. La psichiatria è una forma di inquisizione, e questa è un'altra metafora: la psichiatria cerca di definire l'ambito dell'agire possibile. Infatti tutta la letteratura più negativa sulla marijuana è fatta da psichiatri e Basaglia è stato il fondatore dell'antipsichiatria. Adesso si vogliono istituire nuovi posti letto per malati psichiatrici, che di fatto dovrebbero funzionare come le comunità terapeutiche. Riguardo le droghe, si cerca oggi di privatizzare la tossicodipendenza e dobbiamo dare una risposta. La privatizzazione funzionerà come funzionano le multinazionali per i farmaci Aids: non c'è alcuna spinta a sviluppare la prevenzione, perché questa va contro gli interessi delle imprese.
A Pisa c'è una situazione molto in movimento: ci sono gli studenti medi che lottano contro la riforma Moratti, inoltre dall'11 Settembre ci sono tutti i giorni davanti alla scuola agenti e cani poliziotti che controllano tutti per cercare la droga. Noi cerchiamo di trovare alleanze con tutti quelli che vivono i problemi sulla pelle come noi, e siamo per la piena tolleranza dei percorsi altrui. Vediamo favorevolmente un processo di sinergie fra percorsi diversi. Per ciò che riguarda questa rete che oggi stiamo costruendo, noi vogliamo dare un contributo specifico sulla psichiatria e sul suo ruolo riguardo le sostanze stupefacenti.

Angela, dell'associazione utenti Sert di Rimini
Siamo nati come associazione di persone che sono state o sono utenti dei Sert o sono state in cominità terapeutica, per tutelare i nostri diritti. La nostra associazione è nata perché c'erano molte cose che i Sert non facevano e le nostre richieste non venivano ascoltate. Ma in questo periodo abbiamo un po' cambiato i nostri obiettivi in seguito alla politica del governo, e dunque cerchiamo di collaborare coi Sert. Vorremmo che i Sert cercassero di comunicare di più con gli utenti, perché in questi anni la comunicazione non c'è stata. In genere si dà il metadone, si dà solo quello e con pochissima informazione: non ci sono ad esempio gruppi di utenti che cercano di difendere i loro diritti. Gli operatori dovrebbero avere una sensibilità maggiore per andare incontro alle esigenze di quelli che sono i loro pazienti. I diritti dei consumatori di sostanze stupefacenti sono sempre stati calpestati, perché rischiano di andare in carcere e rischiano la vita; adesso però c'è un ritorno indietro, perché gli utenti sono chiamati "zombie" e dunque i medici sarebbero gli spacciatori. Sarebbe ora che chi lavora nei Sert prendesse posizione chiaramente: voi operatori dei Sert vi sentite degli spacciatori? Noi utenti per parte nostra non ci sentiamo degli zombie e vorremmo che i medici ci dessero maggiori informazioni sul piano sanitario e sul metadone. Spesso nei Sert ci sono operatori che provengono da tutt'altre esperienze e non sono motivati. Chi non è interessato dovrebbe andare a fare un altro lavoro. Come dicevo, gli operatori dovrebbero collaborare con i loro utenti, che non sono più dei ragazzini, hanno quarant'anni e hanno figli: spesso rischiano la patente di guida, con gravi ripercussioni sulla vita quotidiana. Vorremmo dunque che ci fosse un rappresentante degli utenti in ogni Sert.
Per ciò che riguarda S.Patrignano, stiamo subendo delle pressioni molto forti: abbiamo organizzato una manifestazione all'inizio di Dicembre, addirittura ci sono stati strappati i manifesti e l'assessore che doveva partecipare non è venuto perché S. Patrignano ha fatto pressioni sull'Usl. Una proposta pratica: a S.Patrignano sono morte delle persone e altre sono state incatenate, perciò vorremmo che i Sert raccogliessero più documentazione possibile su questa comunità, visto che questa si permette di attaccare i servizi e di fare pressione sui politici. E' importante, perché la gente non si ricorda più di Roberto Maranzano, e non sa che cosa succede in quella comunità. I politici vanno in processione da Muccioli, che peraltro non ha alcuna competenza. Sarebbe bene che la parola la riprendessero i medici, e che i politici parlassero per ultimi. Infine: noi dobbiamo parlare in maniera più semplice e avere anche il coraggio di partecipare a trasmissioni come "Porta a porta" per essere conosciuti dal grande pubblico.

Sandro di Modena, utente Sert
Sono un utente in mantenimento metadonico dal 1974. Sono qui per dirvi che il metadone funziona, mi è servito per ridurre e tenere sotto controllo i rischi dell'eroina nei primi 10 anni, poi ho deciso che potevo fare a meno dell'eroina perché avevo progetti di vita diversi. Mi sono sempre battuto per i diritti civili, per il diritto all'auto medicamento, per il diritto a usare le sostanze in modo informato, e mi sono impegnato come cittadino. Oggi invece ho deciso, per la seconda volta in vita mia, di uscire allo scoperto come utente e consumatore. La prima volta sono uscito allo scoperto ai tempi della Jervolino. Dopo le uscite di Fini, ho deciso di muovermi e sono andato ieri al convegno di Pietrasanta, lì ho avuto la conferma scientifica della mia esperienza: anche se uno decide di smettere, e ha la volontà, tuttavia non è possibile, non ci si riesce più, perché è ormai vittima di una malattia che diventa irreversibile. Perciò ho capito di avere il diritto di vivere la mia malattia, e di avere una continuità nella cura. Ho vissuto i tempi della Jervolino, e ho vissuto sulla mia pelle il fatto di esser costretto ad arrivare in pochi mesi all'astinenza. Per chi non ce la fa, c'è di nuovo la strada. Voglio prefigurare uno scenario: se chiudessero i programmi con metadone a mantenimento, se venissero emanate norme restrittive sul metadone, che cosa faremmo come movimento? Dobbiamo pensare ad azioni pratiche, come il fatto di sporgere denunce per interruzione di trattamento, ma per far questo dobbiamo essere in tanti e organizzare un meccanismo di difesa legale, altrimenti ognuno di noi utenti rischia di rimanere solo e di non potersi opporre. Dobbiamo cioè esser capaci di organizzare un servizio di tutela dei consumatori, che sia pronto ad agire e a rispondere a qualsiasi attacco.
Vorrei dire qualcosa agli operatori. Penso che adesso siamo nella stessa barca, voi rischiate il posto di lavoro e noi rischiamo la vita. Cerchiamo allora di rilanciare, sapendo che il primo punto di attacco sarà l'affidamento metadonico. Ma non stiamo in difensiva, l'affidamento va allungato, perché gli otto giorni di affidamento rappresentano un confino perenne: lo rappresentano per me, che lavoro, pago le tasse e mantengo la famiglia. Io mi devo rivolgere ad un Sert (che comunque non mi garantisce, perché non garantisce la mia privacy) per avere una prescrizione per non più di sei giorni: per me rappresenta un confino, eppure non ho fatto niente.
Oggi la scienza ci dà alcuni paletti circa il metadone, che è un farmaco salvavita. Questa è la copertura scientifica di cui i medici devono avvalersi, ed è importante che gli operatori Sert diano l'informazione scientifica agli utenti.

Roberto Nardini, Sims di Pietrasanta
Dobbiamo darci una strategia perché il momento è tragico. Il problema della droga è di strategia, non è di destra né di sinistra: già si sono denunciate le posizioni conservatrici del precedente governo, ed io ho sempre cercato di investire i politici di ogni schieramento, ho ad esempio scritto sia a Fini che alla Turco. La conferenza di Genova ha sconfessato sia Gelmini che Muccioli: il loro intervento era previsto, poi ci fu l'intervento di Veronesi e questi personaggi disertarono la tavola rotonda finale. Il documento che essi inviarono fu fischiato dalla platea di operatori, e la Turco cambiò posizione. Bisogna allora ripartire da lì. Penso anche che, se nei giorni del Rainbow di S.Patrignano ci fossimo riuniti a Rimini, il movimento avrebbe avuto una visibilità, perché i giornalisti sarebbero venuti e avremmo sfruttato la forza dell'avversario. Qualcuno ha detto: non si fa la guerra a S.Patrignano. Però è S.Patrignano che ha dichiarato la guerra, e noi abbiamo la necessità e il dovere di difenderci: dobbiamo difendere la libertà di fumare, la libertà di curarsi, la libertà del medico di curare in scienza e coscienza. Io partecipo a tutte le battaglie, sono andato anche a manifestazioni per la legalizzazione della canapa, ma i "canapisti" da soli non vanno da nessuna parte. Bisogna sconfiggere le centrali del proibizionismo, che sono Don Gelmini e Muccioli, e per far questo bisogna stare uniti. Io sono un antiproibizionista totale, non perché non riconosca il pericolo delle sostanze, ma perché tutte le sostanze diventano più pericolose in regime proibizionista. Avanzo due proposte: la prima è quella di stare uniti. A Don Gelmini non interessa che chi fuma canapa possa farlo senza essere criminalizzato. A lui interessa che le persone che hanno bisogno di cure non siano curate e vadano a riempire le sue comunità. Tant'è che sostengono la proposta di accogliere le persone in comunità senza alcun filtro del pubblico. Se i bilanci delle Asl lo consentono, e non si tagliano i servizi e le cure necessarie, potrebbe anche andar bene, ma io non credo che sia così. Il cittadino italiano ha diritto anche di rivolgersi a S. Patrignano, noi però abbiamo il dovere che S. Patrignano non detti leggi per impedire ai cittadini che lo vogliano di rivolgersi ai medici, e per impedire ai medici di curare quei cittadini in maniera adeguata. Dobbiamo stare uniti in permanenza, anche tramite lo strumento telematico e dobbiamo vederci periodicamente per organizzarsi. Non ci sarà un altro Rainbow senza di noi: noi saremo lì e succederà ciò che è successo alla conferenza di Genova. Avremo così una visibilità e faremo capire che S. Patrignano non ha il consenso di tutti, non ha il consenso della scienza e neanche di tutti i cittadini. Noi abbiamo lavorato seriamente e con passione, non abbiamo mai picchiato nessuno, non abbiamo mai rinchiusi nessuno, né gettato cadaveri nelle discariche.

Mariano di Trento
Ho più di 30 anni di tossicodipendenza sulle spalle. Sono qua per ribadire ciò che ha detto Nardini. Sino a 3 anni fa, quando ho incontrato lui e il Sims, non sapevo che ero un malato e non sapevo che potevo curarmi. Io a Trento ho lottato contro una delibera provinciale che cambiava la legge nazionale: ho ipotecato parte della mia casa, ma alla fine ho vinto la battaglia e la delibera provinciale è stata cancellata. La conoscenza e l'aiuto di qualche persona mi ha permesso di portare avanti le mie rivendicazioni e i miei diritti. Ho portato avanti la battaglia come comitato diritto alla salute, il che mi ha permesso di presentarmi non come un tossicodipendente o un ex tossicodipendente: i giornali sono stati dalla mia parte e questo mi ha dato forza.

Nunzio Santalucia, medico Sert
Questa uscita del governo non mi ha stupito per niente, penso che sia solo l'inizio, fanno il loro mestiere. Circa la canapa: è il momento di venire fuori, perché la cultura intorno alla canapa è cresciuta. Dobbiamo affidarci alla nostra fantasia e dobbiamo creare questa rete per mobilitarci tutti insieme. Dobbiamo recuperare anche la capacità di mobilitarsi per il singolo caso.
Circa S.Patrignano: non dobbiamo cadere nel tranello del "S.Patrignano sì, S.Patrignano no". Il nostro nemico non è S.Patrignano, ma la cultura proibizionista del governo. Anche la battaglia per la canapa terapeutica è importante, anche se il discrimine fra uso ludico e terapeutico è sottile. Una persona mi raccontava che spesso la sera tornando a casa dal lavoro si fa una canna per rilassarsi e la considera una terapia, una sorta di ansiolitico. Recentemente il tribunale ha assolto una persona per l'uso terapeutico della canapa.
Un ultima questione sui Sert: penso che non funzionino come dovrebbero. Se i servizi funzionano è solo per merito della buona volontà degli operatori. Penso che si dovrebbe chiuderli e poi riaprirli come ambulatori specialistici. Tanti anni fa i medici di famiglia prescrivevano il metadone, che è un farmaco come un altro. Non vedo perché i medici di famiglia non si prendano cura della tossicodipendenza, così come si prendono cura degli alcolisti. Io sono medico tossicologo, e non vedo perché non debba usare tutti i farmaci che voglio: una volta esisteva il laudano, la tintura di oppio, ed era un farmaco, così come esisteva la tintura di canapa. Se le ritengo utili, penso che debba avere il diritto di usarle.
Ogni giorno si rivolgono a me molte persone con problemi legali. Perché non creare una rete di periti e avvocati per aiutare concretamente chi si trovi in difficoltà?

Susanna Ronconi. Replica
Tutti siamo d'accordo nel creare questa rete, ma è necessario formare un piccolo gruppo di persone che faccia il coordinamento. Le reti sono plurali e a maglie larghe, ma ci vuole una segreteria per farle funzionare. Utilizzeremo molto lo strumento Internet, ma ciò non è sufficiente.
C'è inoltre un lavoro da fare a partire da oggi sulle strategie comunicative, cominciando a inventare degli strumenti di comunicazione. E' anche importante iniziare a discutere di un appuntamento, non solo interno, un appuntamento di visibilità. Ad esempio potremmo pensare ad organizzare presidi per l'Italia, coinvolgere la stampa, uscire tutti insieme con uno slogan unificante. Inoltre, nel momento in cui si costituisce la rete, bisognerebbe che avesse la capacità di funzionare come una specie di osservatorio, per sapere che cosa succede localmente a livello amministrativo e poi per mettere queste conoscenze in rete e intervenire tempestivamente.

 

 

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