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Pratiche in rete
Nuove frontiere per lintervento sulle tossicodipendenze:
gli incontri di Perugia e di Firenze
di Maurizio Crispi
Il nuovo impegno delle Regioni nella definizione dei piani
sanitari
Con lAccordo Stato-Regioni per la Riorganizzazione del
sistema complessivo di assistenza ai tossicodipendenti (21/01/1999)
alle Regioni, nella cornice di una più generale strategia
politica fondata su una volontà di decentramento e di conferimento
di una crescente autonomia, è stato anche dato uno specifico
mandato nella riorganizzazione dei servizi delle tossicodipendenze.
Tale compito, per produrre risultati coerenti con gli specifici
bisogni del territorio, deve avere come parole chiave la raccolta
preliminare dinformazioni e la costruzione di metodi e di
strumenti per la programmazione, la valutazione e il controllo.
Daltra parte, la legge 328/2000 che ha ribadito la necessità
di perseguire processi dintegrazione degli interventi socio-assistenziali
e socio-sanitari attraverso la realizzazione di un vero e proprio
piano integrato di salute, ha posto alle diverse Regioni la necessità
di provvedere ad una programmazione territoriale con la costruzione
dei Piani Sanitari Regionali e dei Piani Sociali di Zona, cui
tutti i soggetti interessati (Comuni e Provincie, Aziende Sanitarie
e terzo settore) sono chiamati a contribuire in termini attivi
e propositivi.
Si profilano quindi nuove esigenze e nuove sfide, che se, da un
lato, scaturiscono da un panorama deffettivo trasferimento
di poteri dallo stato alle regioni, dallaltro, hanno la
loro ragion dessere nella necessità sia di ripensare
gli interventi nellarea delle dipendenze, sia di costruire
una rete di servizi capaci di operare sinergicamente in vista
di alcuni risultati.
Davanti a questa sollecitazione/sfida, alcune Regioni più
sensibili hanno già cominciato a muoversi costruttivamente,
in alcuni casi incanalando spinte propositive già fortemente
volute e ampiamente sperimentate.
In questo contesto normativo, sembra farsi più sfumata
la prospettiva che la tanto temuta revisione del DM 444 sullorganizzazione
dei Ser.T e dellintervento sulle tossicodipendenze venga
imposta dallalto, salvo che in forma molto generale in termini
di linee-guida o allinterno di uno specifico accordo Stato-Regioni,
mentre viceversa rimane molto attuale la possibilità
che alcune Regioni, eludendo la necessità preliminare di
un confronto con tutti i diversi soggetti implicati e dei diversi
livelli operativi producano Piani di intervento sulle tossicodipendenze
e sulle marginalità, contenenti proprio le criticità
evidenziate nellultima bozza disponibile della revisione
del DM 444, come, ad esempio, lo smantellamento o ridimensionamento
del sistema pubblico dintervento a favore di un privato
profit oppure il conferimento della dirigenza degli uffici regionali
per le tossicodipendenze a rappresentanti di Enti Ausiliari accreditati,
contrari per impostazione ideologica alle attuali linee dintervento.
È in questo clima di grandi possibilità e di punti
di svolta ma anche di grandi rischi che nasce la recente Conferenza
Interregionale sulle Dipendenze promossa dalla Regione Umbria,
significativamente titolata: La tutela del diritto alla salute
nellarea delle dipendenze: lofferta dei servizi pubblici
e del privato sociale nel panorama nazionale.
La conferenza, pensata primariamente come luogo occasione
dincontro e di riflessione degli operatori delle
diverse realtà e dei diversi livelli organizzativi della
Regione Umbria, nella prospettiva di procedere ad una specifica
programmazione degli interventi nellarea delle dipendenze
in ottemperanza alle norme citate, ha assunto nellintendimento
dei due Assessorati promotori delliniziativa (lAssessorato
alle Politiche Sociali e lAssessorato alla Tutela della
Salute e i Servizi Sanitari) un carattere interregionale con linvito
formale anche ad altre regioni ad una partecipazione alliniziativa
e un forte attendibilità tecnica scaturente dalladesione
di numerose associazioni scientifiche (ERIT, ITACA, SIA, SICAD,
SITD, etc.) che si occupano di tossicodipendenze.
Le premesse della conferenza di Perugia
Le premesse della conferenza, come illustrato dallattivissima
Caterina Magliocchetti, nella sua qualità di Responsabile
Sezione Fasce deboli della Direzione Generale Sanità della
Regione dellUmbria, sono state quelle di non rappresentare
una parte politica, né di costituire un terreno di disputa
su interessi particolaristici, né tanto meno di creare
unennesima situazione in cui dibattere tra ciò che
è giusto e ciò che non lo è, secondo le logiche
delle ideologie contrapposte e irriducibili a qualsiasi possibile
negoziazione.
Piuttosto, nellorganizzazione della Conferenza, si è
voluto privilegiare la possibilità di creare un luogo in
cui dibattere di ciò che può servire, di tutto ciò
che attiene alla cura nel senso più lato e spesso
dimenticato del termine, cioè del prendersi cura
alla prevenzione e alla socio-riabilitazione.
In questo senso, partendo dallintrinseca necessità
della Regione dellUmbria di attivare un dibattito finalizzato
alla costruzione di un piano articolato dintervento ispirato
alle logiche dellequità territoriale, si è
voluto realizzare in queste due giornate un laboratorio didee,
di esperienze e di proposte, con lo scopo di
facilitare
lo sbocco del possibile ha affermato la Magliocchetti
ed impedire viceversa la costruzione autoritaria dellimprobabile.
La conferenza interregionale si colloca in un momento cruciale
di un percorso che ha avuto come sue tappe fondamentali le tre
conferenze governative sulle tossicodipendenze (Palermo nel 1993;
Napoli nel 1997; Genova, Ottobre 2000). Dopo quella di Genova,
pur ricca di contributi che consolidavano strategie di azione
già emerse precedentemente, malgrado la ricchezza e le
articolazioni del percorso compiuto, è calata come una
cortina di silenzio e si è avuto, viceversa, il riacutizzarsi
con lavvento del nuovo assetto governativo di centro-destra
di vecchie incomprensioni.
Dopo il silenzio drammaticamente vissuto, ma anche agito da molti
degli operatori dei servizi pubblici, è partita loffensiva
dichiarata del centro-destra che anche su questo terreno doveva
nei tempi dovuti esprimere la propria coerenza rispetto
ad alcune premesse di fondo e soprattutto rispettare le attese
di una parte consistente del proprio elettorato. A Ottobre del
2001, il Congresso Nazionale della SITD su Tossicodipendenza:
una normale malattia non ha trovato alcuna risonanza mediatica,
malgrado limportanza dei temi affrontati e il tentativo
di sistematizzare le tossicodipendenze allinterno di una
cornice di riferimento orientata alla tutela della salute, alla
cura e allintegrazione del tossicodipendente, riconosciuto
in quanto individuo normalmente ammalato.
Subito dopo, il convegno internazionale Rainbow a S. Patrignano:
in questo caso, da parte della stampa nazionale, è stata
data una massiccia risonanza mediatica alle prese di posizione
di Andrea Muccioli e alle esternazioni di ministri e rappresentanti
del governo di centro-destra, invitati formalmente a partecipare
oppure accorsi a frotte per far parte della vetrina.
In questo clima caratterizzato dalla riaccensione di vecchie incomprensioni
e dalla riattivazione di dogmatismi inconciliabili, la SITD, per
ottenere una diffusione onesta del suo punto di vista
laico, dopo aver tentato inutilmente di aver spazio
sulla stampa, si è trovata nella necessità, unica
tra le Associazioni scientifiche, di dover acquistare una pagina
su Repubblica per dare visibilità pubblica
al suo manifesto, cioè ai risultati conseguiti
nel Convegno di Torino.
Tutto quello che è seguito è storia nota, con il
succedersi incalzante delle esternazioni dei politici, sino alle
dichiarazioni di Sirchia e Fini sulla riorganizzazione del sistema
dei servizi per le tossicodipendenze, passando attraverso linterrogazione
Volontè e lattivazione bulgara di numerosi
provvedimenti restrittivi sintoni con i punti di vista enunciati
(come ad esempio, la costituzione del super-dipartimento con la
nomina del nuovo zar della war-on-drugs italian way, nella persona
di Sotgiu, il ritiro della convenzione al gruppo Abele di Torino
per lo svolgimento di attività educative nelle scuole).
Insomma, sono riemerse prepotentemente vecchie rappresentazioni
morali della tossicodipendenza, come vizio e/o colpa, che
sembravano ormai superate. E stata portata avanti una massiccia
campagna con lazione prevaricatoria dei mass media nel tentativo
di mettere forzatamente la sordina alla cultura della cura e della
responsabilità, cresciuta faticosamente nel corso degli
anni con il confronto assiduo, a volte faticoso, tra i Ser.T e
un gran numero di organizzazioni del privato-sociale fortemente
laiche nel loro spirito: organizzazioni certamente non fondamentaliste
nel propugnare in contrapposizione con alcuni rappresentanti di
Enti Ausiliari di cui è superfluo fare qui il nome determinati
ad implementare, verso un radicale estremismo, politiche di tolleranza
zero nei confronti delle droghe illegali, fortemente persecutorie
nei confronti di cittadini tossicodipendenti, per i quali si pone
soltanto la necessità di cure, di tutela della salute e
della qualità della vita.
Allimprovviso, dunque, è comparso sulla scena un
malessere cronico che in qualche misura ha colpito tutti gli operatori
laici del settore delle tossicodipendenze e delle
marginalità in genere, mettendoli nellimpossibilità
di dare piena espressione pubblica al proprio dissenso nei confronti
delle esternazioni virulente di un gruppo politico dirigente in
piena sindrome psico-sociale del potere, con un assetto interno
caratterizzato dalla maniacalità, dal ricorso ad elementi
esplicativi paranoidei e dalla messa in atto di azioni fortemente
persecutorie nei confronti di qualsiasi diversità e dissenso
e con lintrinseca necessità, determinata da radicali
bisogni scissionali bene/male, di individuare il male
da esorcizzare, individuando quindi i diversi da stigmatizzare
e da isolare dal corpo sociale (i tossicodipendenti, gli extracomunitari,
in genere quindi le fasce deboli o in difficoltà, a seconda
dei termini definitori che si vogliano usare).
Leffetto dellazione martellante di questo gruppo politico
e dei suoi supporter, in piena sindrome psico-sociale del potere,
secondo la felice espresione di Di Chiara (cfr. G. Di Chiara,
Le sindromi psico-sociali. La psicoanalisi e le patologie sociali,
Raffaello Cortina, Milano, 1999), è stato quello della
nascita di uno stato di malessere, sino ad una vera e propria
malattia degli operatori dei servizi pubblici, esprimentesi
con una sensazione dimpotenza, di stati danimo di
destabilizzazione del proprio ruolo, incertezza e spaesamento
rispetto ad un insieme di griglie di lettura dei fenomeni, doperatività
e di prassi che sembravano ormai consolidati, anche se pur sempre
dotati di un carattere di forte sperimentalità e dadattamento
continuo allemergere di nuovi bisogni.
Da un lato, tuttavia, si è verificata una maggiore coesione
ed un avvicinamento con lattivazione di momenti di aggregazione,
forum di discussione e di momenti di confronto con il coinvolgimento
di una serie di organizzazioni già attive nella tutela
delle fasce deboli della popolazione: ciò ha portato allaccentuazione
simmetrica sostanzialmente positiva dei sostenitori
dei principi della cura e della responsabilità; nello stesso
tempo, si sono mantenuti ed enfatizzati i segni della malattia
di cui si diceva prima, consistente soprattutto in una mancanza
di comunicazione tra i diversi livelli implicati.
E significativo, ad esempio, che di fronte alle reiterate
esternazioni di diversi politici, si sia lasciato correre, soprattutto
per quanto riguarda il desiderio di esprimere un pensiero diverso,
effettivamente rappresentativo delle diverse realtà operative
in campo e di intraprendere conseguentemente coerenti tentativi
di accedere ai mass-media
Il silenzio di questi mesi è stato soprattutto dei vertici
istituzionali, che, forse in alcune Regioni italiane più
che in altre, si sono messi in una posizione di attesa
ma, daltra parte, i vertici il più delle volte non
possono che condividere gli assunti del potere e delle
associazioni scientifiche che, stranamente, a parte lesempio
menzionato prima si sono mosse sì, ma utilizzando
il più delle volte dei propri canali comunicativi specifici
non fruibili al grande pubblico, quindi con poca visibilità,
mentre in questi caso sarebbe stato forse più meritorio
abbandonare la torre d'avorio della scienza, rischiando il confronto
e la dialettica, armati del coraggio delle proprie idee.
Si è assistito dunque ad una mancanza di comunicazioni
efficaci tra i diversi attori, in presenza di un arroccamento
su punti di vista contrapposti e al rifiuto radicale di esperienze
e di prassi consolidate soltanto perché non compatibili
con il sistema di valori e di idee del gruppo politico immerso
nella sua sindrome psico-sociale del potere.
Così, lidea della conferenza di Perugia è
stata quella di creare un momento di sospensione in questo clima
dinterruzione delle comunicazione efficaci, di lanciare
un ponte, aprendo nuovamente la possibilità del movimento
dei flussi informativi tra i diversi livelli e consentendo il
confronto con realtà operative diverse. Per questo motivo,
gli organizzatori di Perugia hanno voluto coinvolgere i rappresentati
dei Ser.T, delle organizzazioni del privato-sociale e degli Enti
Ausiliari e infine anche le diverse Associazioni Scientifiche.
Con laugurio che questa dichiarazione dintenti non
debba rimanere semplice enunciazione di un desiderio utopico,
la conferenza di Perugia è stata pensata dunque come un
momento davvio di un laboratorio didee permanente.
Larchittetura della conferenza di Perugia
Il senso delle sessioni di studio sui diversi temi collegati
da una sorta di filo logico ed esprimenti i diversi livelli di
organizzazione dei servizi dalla programmazione allintervento
curativo e socio-riabilitazione, con unattenzione particolarmente
aperta alla prevenzione che dovrebbe collegare i diversi livelli
citati è stata funzionale nelle scelte che hanno
condotto allorganizzazione dellincontro di Perugia
alla possibilità di attivare questo grande laboratorio
didee, come luogo in cui gli operatori potessero parlarsi
e parlare con i rappresentanti dei diversi livelli, diventando
a tutti gli effetti soggetti della comunicazione,
anziché subire una serie di relazioni calate
dallalto, scarsamente espressive dei propri bisogni e delle
proprie esperienze.
Ciascuna delle sessioni monotematiche era introdotta da un breve
sintetico documento che, dando una sorta di stato dellarte
dellarea specifica, fornire un certo numero di stimoli su
cui avviare il dibattito, con la partecipazione di esperti nazionali,
che rispetto ai partecipanti avessero la funzione di facilitatori
della discussione.
I risultati del confronto e dellapprofondimento in ciascuna
di queste sessioni secondo le intenzioni degli organizzatori sono
confluiti in una Carta dIntenti, prodotta e validata nella
seconda giornata del convegno.
Oltre 350 i partecipanti iscritti, rappresentanti di tutte le
realtà del pubblico e del privato sociale che si occupano
di tossicodipendenze, di cui oltre 90 si sono iscritti alla sessione:
Orientamento-diagnosi-trattamenti: presupposti scientifici per
la definizione di piani e percorsi assistenziali.
Le politiche in materia di dipendenze in Europa: le tendenze,
le strategie
Come introduzione generale ai lavori, quindi ancora in plenaria,
era stata prevista ununica relazione tecnica, di carattere
epidemiologico: mi soffermerò principalmente su questa
perché a mio avviso rappresenta un interessante
punto daggancio con la giornata di studio di Firenze, parzialmente
sovrapposta alla conferenza di Perugia.
Si tratta della relazione introduttiva ai lavori portata da Danilo
Ballotta che fa parte dellEuropean Monitoring Centre for
Drug and Drug Addiction (EMCDAA), unimportante agenzia della
UE, con sede a Lisbona, cui sono attribuiti compiti di monitoraggio
e di ricerca sui fenomeni correlati alle tossicodipendenze, allo
scopo di poter indicare di volta in volta agli stati membri le
strategie più idonee per far fronte alla diffusione delle
tossicodipendenze. La relazione di Ballotta ha ripreso alcuni
dei temi già coraggiosamente affrontati dallallora
ministro della Sanità Veronesi, a conclusione della Conferenza
di Genova.
La differenza tra le parole di Veronesi e quelle di Ballotta risiede
nel fatto che, se la relazione di Veronesi rifletteva il punto
di vista spassionato dello scienziato che in modi oggettivi cercava
di fare il punto della situazione, quella di Ballotta si è
fondata su dati, solidamente costruiti, provenienti da osservatori
epidemiologici ubicati nei diversi paesi dellUnione Europea,
ed elaborati in funzione di un mandato specifico che è
quello, appunto, di definire e proporre nuove strategie dintervento.
Secondo i dati dellOsservatorio, è lecito avanzare
dubbi sullinfallibilità e lefficacia delle
politiche tradizionali condotte sin qui dai diversi paesi membri.
Alcuni dati: si ritiene che almeno una persona su cinque in Europa
abbia provato almeno una volta una droga illecita, mentre i tossicodipendenti
cronici (probabilmente coincidenti con la fascia dei cosiddetti
tossicodipendenti metabolici e dei casi gravi)
rappresentano lo 0,50% della popolazione generale; un consumatore
su due è affetto da HCV; i decessi correlati alla tossicodipendenza
(stimati per difetto) sono tra 7000 e 8000 lanno, mentre
si è potuto stimare che le persone in prigione in
un giorno scelto in tutta lUnione sono 350.000 (!!!).
Risulta dallesame di tutti i diversi parametri presi in
considerazione che i dati nel corso degli anni non abbiano subito
un decremento, ma che mostrino piuttosto una tendenza ad un progressivo
lento incremento (con il parallelo ed inarrestabile aumento dei
costi sociali correlati alle complicazioni delle diverse forme
di tossicodipendenza, tanto più incidenti quanto più
si sviluppino politiche sociali a bassa tolleranza).
Tutto ciò lascia pensare che le strategie sinora messe
in atto siano state piuttosto fallimentari nellarginare
il fenomeno, soprattutto quelle ad ispirazione proibizionista,
che quindi abbiano sortito un effetto paradossale.
La restituzione di dati di questo genere da parte dellEMCDAA
di Lisbona è estremamente importante perché può
contribuire in accordo con il Piano dAzione sulle
droghe 2000-2004 adottato in occasione del Consiglio Europeo del
1998, che ha impegnato gli stati membri a seguire linee guida
in materia a mettere in campo strategie per ridurre il
consumo di droghe illegali, per abbassare i danni causati alla
salute dal consumo, per aumentare il numero dei tossicodipendenti
sottoposti con successo al trattamento, per ridurre lofferta
di droga e i reati connessi.
Le strategie di stampo proibizionista, polarizzate a ridurre lofferta
di droga, sinora non hanno sortito alcun effetto significativo
nel ridurre la domanda e laccesso allutilizzo delle
diverse droghe illecite da parte dei più giovani.
Secondo Ballotta già molti stati membri sulla base dei
dati dellosservatorio di Lisbona, hanno cominciato molto
laicamente a riconoscere gli aspetti fallimentari
delle strategie sin qui seguite e ad interrogarsi sui possibili
aggiustamenti che ovviamente tengano conto di vincoli etici e
di principi morali, presupposti ideologici, trattati internazionali.
E interessante che questo sforzo di riflessioni venga anche
da paesi europei che non possono certamente definirsi di sinistra
ma che, preoccupati dai costi umani e sociali del dilagare delle
tossicodipendenze, vogliono approntare soluzioni pragmatiche.
Quindi, dalle indicazioni dellEMCDAA emerge chiaramente
la necessità di dover ricercare nuove strade per risolvere
antichi problemi, tenendo conto anche della potenza mistificatoria
e fuorviante di attenzione forse eccessiva ai nuovi
fenomeni (le cosiddette nuove droghe, i policonsumi giovanili,
il gioco dazzardo patologico etc). Infatti, in questo clima
di enfasi eccessiva nei confronti del nuovo vi è
il rischio appunto di dimenticare o di trascurare il vecchio
forse dietro la spinta di una stanchezza eccessiva e non facilmente
metabolizzabile nel verificare che, malgrado le diverse strategie
messe in atto, non si sono avuti significativi cambiamenti né
nella rilevanza sociale del fenomeno, né sulla presa che
tutte le sostanze psicoattive illecite continuano
ad avere sugli individui. E allora un atteggiamento di stampo
difensivo potrebbe essere quello di volgere la testa altrove,
guardando appunto ai nuovi fenomeni, considerandoli
quelli per cui vale la pena giocare la sfida ed investire risorse,
posando invece i tossicodipendenti duri, quelli che,
malgrado gli sforzi continuano ad essere attivi nella loro scelta,
in una sorta di dimenticatoio e rendendoli così, a tutti
gli effetti, socialmente invisibili. Detto in altri termini, lenfasi
sulle nuove droghe spesso può servire a nascondere il bisogno
sentito da molti operatori di disinteressarsi dei clienti
problematici, spingendoli invece ad investire tempo ed energie
in campi dazione apparentemente più gratificanti.
Di recente qualcuno ha detto, in maniera provocatoria, ma decisamente
appropriata: Forse che le nuove droghe sono pericolose perché
[ci] fanno dimenticare le vecchie?
Ma, per tornare alle considerazioni di Ballotta, occorre che
lasciando in piedi tutte le modalità dintervento
sinora costruite e sperimentate i diversi paesi membri
comincino a pensare ad altre vie, tra le quali si possono menzionare:
1.Implementazione dei vecchi trattamenti di sostituzione,
far sì che vengano applicati con maggiore omogeneità
dei diversi paesi UE e adoperarsi affinché allinterno
di uno stesso paese vi siano modalità di trattamento omogenee.
Infatti, benché i trattamenti di sostituzione siano tuttora
predominanti rispetto alle modalità di trattamento drug-free,
le loro percentuali variano da un 20% nel Regno Unito, al 20%
al 45% in Belgio,Italia, Austria, a valori superiori al 60% in
Spagna e Francia, con una predominanza da parte di questultimo
stato dei trattamenti con buprenorfina. Non è possibile
ipotizzare che in una condizione di maggiore mobilità dei
cittadini da uno stato allaltro, vi debbano essere ancora
modalità così diverse, il che implica che nei diversi
paesi UE non vi è allo stato attuale la possibilità
di essere curati nello stesso modo, con identiche garanzie di
tutela della salute. In questo ambito, i trattamenti drug-free
non devono essere visti in contrapposizione, ma come interventi
che devono essere egualmente accessibili ed intercambiabili in
base ad un principio di flessibilità, in relazione alla
necessità sempre di potere individualizzare i programmi
terapeutici e di potere fornire di volta in volta una cura centrata
sui bisogni dellutente e non su ciò che a priori
si ritiene utile per lui;
2.Somministrazione controllata deroina, con lobiettivo
di includere allinterno dei sistemi di cura anche tossicodipendenti
per i quali altri trattamenti di sostituzione non hanno funzionato:
e già, allinterno dellUE, Inghilterra, Germania,
Spagna, Olanda hanno avviato della sperimentazione: lesperienza
olandese, rispetto agli altri paesi menzionati, come si vedrà
più avanti, possiede la peculiarità di essere fondata
su una modalità di co-prescrizione medica di eroina a clienti
già regolarmente iscritti a trattamenti metadonici, per
i quali è risultato difficile ottenere una stabilizzazione
dei comportamenti con il semplice trattamento di sostituzione;
3.Pill testing (nel senso di rendere possibile una
verifica sulle qualità delle sostanze illecite in circolazione
sul mercato), già praticato in Austria, Spagna, Belgio,
Olanda, Germania, Austria, con lo scopo non soltanto di ridurre
il rischio a cui sono soggetti i tossicodipendenti, ma anche di
avere un costante monitoraggio su ciò che avviene sul mercato,
non tanto in relazione alle caratteristiche delle grosse partite
di droga, quanto piuttosto sulle droghe illecite circolanti direttamente
nella piazza.
4.Avvio della sperimentazione controllata con cannabis terapeutica,
già presente in Inghilterra, Svezia e Austria, di recente
autorizzata anche in Lombardia, con una sentenza che già
ha suscitato molte polemiche e, a seguire, la produzione nostrana
in TV dei consueti programmi contenitore con la contrapposizione
arroventata dei fin troppo noti punti di vista ideologici e scarsamente
produttivi di una riflessione pragmatica. Il problema principale
ad ostacolare lavvio di questo tipo di sperimentazione è
soprattutto la disinformazione, che suscita in primis delle reazioni
prevenute: nellopinione comune, infatti, vi è lidea
che la cannabis terapeutica possa evocare nelle sue modalità
dassunzione la droga illecita. Nella realtà, niente
di tutto questo, perché la cannabis terapeutica dovrebbe
offerta in preparazioni farmaceutiche, quindi nella forma di colliri,
di spray, di pillole in relazione al tipo di patologia per cui
la sua prescrizione si renda necessaria. Il fatto è però
che chi si oppone alle droghe illegali per principio, demonizzandole,
temono fortemente che con la cannabis terapeutica si ottenga di
far rientrare dalla finestra ciò a cui viene tenuto sbarrato
laccesso attraverso la porta principale: un interessante
esempio di questo tipo di pensiero lo si è potuto vedere
in opera nel corso di una recente puntata del mauriziocostanzo
show, con le virulente e prepotenti acclamazioni dellon.
La Russa e dellomelia di Don Benzi, che dal punto
della forza mediatica hanno messo in decisa minoranza le
opinioni autorevoli degli scienziati invitati.
5.Creazione di consumption room (dette anche, comè
noto, shooting room), di cui è superfluo citare qui le
finalità. Le stanze di consumo sono già
state aperte in Germania, Olanda e Spagna, ma della loro attivazione
si comincia a parlare anche in paesi come Austria, Danimarca e
Norvegia che, nei confronti delle tossicodipendenze, hanno un
orientamento tendenzialmente repressivo
6.Maggiore attenzione al livello della prevenzione, tenendo conto
del fatto che, da un lato, in questo tipo dattività
occorre investire molto di più di quanto non si sia fatto
sino a questo momento, e che, dallaltro lato, occorre studiare
strategie di prevenzione laiche, che rifuggano da
messaggi moralistici occulti e che evitino di percorrere
la strada della demonizzazione, con la costruzione di strategie
che non facciano distinzione tra droghe illecite (quelle da demonizzare)
e droghe lecite (alcool, tabacco, farmaci vari, ecc.) da tollerare
perché sostenute dalle grandi holding internazionali e
da interessi economici locali. Ormai sappiamo tutti bene che uninformazione
obiettiva e affidabile non necessariamente scoraggia i destinatari
dellintervento preventivo dal fare uso di droghe, ma certamente
ne può limitare gli effetti più deleteri e nocivi;
7.Potenziamento degli interventi psico-sociali, con la maggiore
disponibilità da parte dei diversi governi nazionali a
stanziare di più per la riabilitazione e la reintegrazione
socio-lavorativa degli utenti tossicodipendenti. In Italia questesigenza
è particolarmente avvertita dagli operatori dei Ser.T,
poiché spesso si fa un cattivo uso della parola socio-riabilitazione:
per alcuni, infatti, in unaccezione fortemente riduzionista,
è riabilitazione soltanto ciò che fanno le CT di
residenzialità a lungo termine. Invece, secondo una rappresentazione
più equilibrata e meno faziosa, la vera socio-riabilitazione
dovrebbe consistere nella possibilità di attuare interventi
finalizzati a garantire la qualità di vita del tossicodipendente
(Quindi: miglioramento delle condizioni abitative, reintegrazione
nel lavoro, oppure acquisizione di nuove competenze più
spendibili sul mercato delloccupazione, con la garanzia
però dellaccesso facilitato ad un posto di lavoro,
e così via): ma, a questo scopo, occorrono fondi consistenti
e collegamenti fattuali tra i diversi soggetti coinvolti ed le
agenzie sociali. Per quanto riguarda lItalia, risulta drammaticamente
che i fondi effettivamente destinati a questo scopo sono davvero
esigui. Con la conseguenza che i Ser.T ben poco possono fare per
sviluppare interventi psico-sociali validi che non siano i consueti
invii in CT e che, nello stesso tempo, qualifichino le terapie
con i farmaci sostitutivi, impedendo loro di rimanere come una
mera sostituzione di un farmaco con un altro e le
facciano essere sempre più buone pratiche.
8.Quindi, ricerca sempre di buone pratiche e sistematica denuncia
di tutti gli interventi frutto di scarsa onestà intellettuale
e dellinfluenza dinteressi faziosi e particolaristici.
A titolo di esempio si può citare qui il controverso problema
che sembra essere molto di moda adesso, cioè quello della
co-morbilità e della doppia diagnosi psichiatrica nelle
tossicodipendenze, che allo stato attuale sembra svilupparsi sempre
di più come un lucroso business,che vede spesso cattedratici
con poca esperienza diretta sul campo ma ricchi di dottrina, impegnati
in attività di formazione e di supervisione sul tema doppia
diagnosi prevalentemente indirizzata ad operatori di enti
ausiliari e del privato sociale ed enti ausiliari che specializzano
proprie sedi operative per laccoglimento di clienti in doppia
diagnosi, in assenza di adeguate risposte da parte dei servizi
pubblici alle complicazioni psichiatriche delle addiction. Il
lucroso affare, discende anche dal fatto che le rette giornaliere
per i soggetti in doppia diagnosi sono ben più alte di
quelle richieste per un tossicodipendente non psichiatrizzato.
Nel corso del successivo dibattito della sessione su Orientamento-diagnosi-terapia,
un operatore ha denunciato il fatto inquietante ovviamente
tutto da verificare che, da parte di alcuni enti ausiliari,
si è ingenerata la tendenza a far sì che utenti
tossicodipendenti non psichiatrici vengano messi dufficio
in doppia diagnosi, allo scopo di poter percepire la relativa
retta giornaliera, ben più alta. Cè da chiedersi
se questo furore per la doppia diagnosi, con i forti
interessi che lo sostengono, non possa far sì che le comunità
terapeutiche di lunga residenzialità per soggetti in doppia
diagnosi divengano, a tutti gli effetti, né più
né meno che piccoli manicomi: e che ciò abbia leffetto
di ricreare con altre etichette nuovamente linternamento
prevaricatorio daltri tempi e la lungo-degenza psichiatrico-manicomiale
arbitraria che, alla luce degli attuali dispositivi di legge in
materia, dovrebbe essere completamente superata.
9.La depenalizzazione dei consumatori costituisce unulteriore
via da praticare allo scopo di mettere in posizione centrale lindividuo
tossicodipendente e i suoi bisogni, separandolo dal criminale,
ma anche da chi ha semplicemente un rapporto occasionale con le
droghe o ne è un consumatore non problematico,
comè il caso della cannabis. In questo quadro politiche
mirate dovranno saper rispondere a necessità differenti
con interventi differenti.
Quindi, da questo quadro, risultano evidenti alcuni elementi:
nel confronto con le tossicodipendenze, non vi può essere
ununica strategia; non vi possono essere soluzioni buone
vs soluzioni cattive; occorrono flessibilità
e duttilità dei programmi; occorre poter condurre sperimentazioni
innovative senza pregiudizi; infine, occorre investire in risorse,
allo scopo di potere tradurre le strategie operative decise in
buone pratiche.
In molti paesi europei, anche in quelli più orientati nel
senso della repressione, sulla base delle evidenze raccolte si
deciso di avviare alcuni degli interventi innovativi di cui si
è detto sopra: ma, una volta stabilito che tali interventi
andavano attuati, sono state stanziate delle risorse specifiche
tali da garantire che le esperienze varate potessero essere sviluppate
con continuità, ma soprattutto in modo qualitativamente
affidabile.
La strategia portante tra quelle enunciate, dotata di una valenza
quasi copernicana, è indubbiamente rappresentata dal primo
punto, anche se anche lapertura di camere di consumo
può svolgere unefficace misura nella promozione della
riduzione dei danni indotti dallillegalità e dalla
clandestinità dei consumi
Ma, in Italia, benché gli operatori dei Ser.T abbiano faticosamente
creato una cultura specifica dellintervento, ancora siamo
culturalmente troppo indietro perché simili strategie possano
essere varate con successo, sia per il noto fenomeno della bagarre
che si scatena a livello politico non appena si toccano certi
argomenti, con limmediato riverbero nella guerra tra opinioni,
ideologie e weltanschaung contrapposte, sia perché da noi
lattivazione di strategie socio-sanitarie non è mai
supportata da una puntuale dotazione di risorse materiali ed umane
e dalla costituzione di apparati logistici idonei. Tutto rimane
sfortunatamente abbastanza approssimativo, ma voglio precisare
non per colpa degli operatori, ma per il modo di funzionamento
o meglio di dis-funzionamento di apparati organizzativi
mastodontici e lenti che abitualmente più che facilitare
le cose, non fanno che intralciare il lavoro di chi sta in prima
linea: basti pensare che, ancora oggi, non solo tra i diversi
Ser.T vi è unampia diversificazione in tutto il territorio
nazionale sulle modalità di utilizzo delle terapie sostitutive
metadoniche e con buprenorfina, ma soprattutto che tuttora questi
servizi, pur svolgendo unattività assolutamente essenziale
per la comunità e per lintera società civile,
vengono amministrati con quella che si potrebbe definire la logica
del sottoscala, spesso allogati in locali fatiscenti, non idonei
rispetti ai parametri di igiene e di sicurezza sul posto di lavoro
posti dalla Legge 626, assolutamente insufficienti rispetto al
numero di operatori presenti e dei clienti in carico, sottoposti
spesso fatto salve alcune realtà felici
a logiche amministrative asfittiche ed asfissianti, in
situazioni in cui il lavoro quotidiano, quello sporco,
rigettato da tutti, spesso viene utilizzato dalle alte dirigenze
( da chi, cioè, occupa gli uffici regionali deputati alla
gestione delle tossicodipendenze, oppure i vari servizi centrali
o dipartimenti delle ASL) per curare la propria
personale carriera.
Il seminario internazionale di Firenze
Sovrapposto alla seconda giornata di Perugia, ma non per volontà
dei suoi promotori, cadeva il seminario internazionale di Firenze
su I trattamenti farmacologici nelle tossicodipendenze e la valutazione
di efficacia, organizzato molto opportunamente da Forum droghe
in collaborazione con il Cesda, articolato su due momenti diversi,
entrambi estremamente interessanti: in un primo momento Vincent
Hendricks, della Central Committee on the treatment of heroin
addicts, e Freek Polak, psichiatra della Netherlands Drug Policy
Foundation, hanno trattato il tema dei trattamenti con eroina
in Olanda, presentando il primo i risultati della sperimentazione
scientifica e il secondo, offrendo una riflessione sul processo
di medicalizzazione del consumo di droga, mentre nel pomeriggio
la dott.sa Clara Baldassarre ha illustrato il trattamento con
buprenorfina in Italia e il tipo di sviluppo che essi hanno avuto
a partire dallintroduzione di un razionale di terapia diverso,
rispetto al modo di prescrizione e di utilizzo della stesso molecola
negli anni passati, a dosaggi nettamente inferiori e prevalentemente
in funzione di farmaco analgesico.
Hendricks ha spiegato le modalità del protocollo di sperimentazione
condotto in Olanda, che si differenzia da quelli già condotti
in alcuni altri paesi europei per una sua impostazione decisamente
pragmatica: si tratta infatti di una modalità di co-prescrizione
medica di eroina a soggetti tossicodipendenti già inclusi
in un trattamento sostitutivo metadonico, ma scarsamente complianti
in esso, nel senso che, dalle indagini effettuate, risultava in
essi la persistenza dellabuso di oppiacei illegali e di
altre sostanze illecite, senza un contemporaneo miglioramento
della qualità di vita e di ripresa delle condizioni di
salute. Allora, sulla base di questo semplice dato, si è
pensato di avviare un programma in cui questi clienti avrebbero
assunto presso il servizio, oltre al dosaggio di metadone in genere
medio-alto, anche un quantitativo di eroina da assumere per via
inalatoria secondo il metodo detto chasing the dragon
oppure per via endovena, da due a tre volte al giorno per un massimo
di sei giorni della settimana.
La sperimentazione condotta ha dato esiti pienamente soddisfacenti,
non soltanto per il dato della ritenzione in trattamento, ma soprattutto
rispetto ad alcuni semplici parametri, quali ad esempio:
1.Riduzione delluso, sino alla sospensione, delleroina
acquisita dalla piazza;
2.Riduzione altresì delluso di altre sostanze psicoaative
illecite, come ad esempio la cocaina;
3.Miglioramento dello stato di salute generale ed incremento ponderale
dei clienti;
4.Maggiore accesso ai controlli sanitari;
5.Miglioramento delle condizioni abitative e dinserimento
socio-ambientale-familiare;
6.Immissione in attività di lavoro, anche se ovviamente
la necessità di frequentare pluri-quotidianamente il servizio
non consente unoccupazione a tempo pieno;
Invece, Polak ha fatto in maniera complementare
alcune considerazione sul fenomeno della crescente medicalizzazione
delluso di droghe, partendo dallaffermazione critica
e provocatoria - che spesso la ricerca medica in materia
di tossicodipendenze non è altro che una forma di ricerca
sociale, camuffata da ricerca medica.
Secondo Polack, dunque, la crescente medicalizzazione del consumo
di sostanze psicoattive, delle dipendenze e dei problemi connessi
sono il frutto delle politiche repressive di stampo proibizionista
che, da un lato, spingono molti individui verso lillegalità
e, dallaltro, tendono a de-responsabilizzarli rispetto alluso
di droghe, cioè a far sì che rinuncino allutilizzo
di meccanismi interiorizzati di controllo oppure che non riescano
nemmeno a costruirli: da questo punto di vista le politiche proibizioniste
vanno in direzione opposta rispetto allo stesso processo di civilizzazione
e di acquisizione delle buone maniere, come ha mostrato
il filosofo Norbert Elias, processo che si è fondato proprio
sulla progressiva acquisizione di meccanismi di controllo interni.
Il problema, secondo Polack, si colloca quindi nella difficoltà,
per alcuni individui consumatori e/o abusatori, di costruire strumenti
di controllo interni, laddove vi è allesterno un
sistema di controllo schiacciante e pervasivo.
Il processo di medicalizzazione, cioè la collocazione delle
tossicodipendenze allinterno di un sistema valoriale e di
giudizio di stampo medico non fa altro che rimpiazzare un controllo
esterno di tipo repressivo/punitivo con un'altra modalità
di controllo che pure rimane esterna allindividuo, anche
se demandato nel suo esercizio al sapere e al potere
medico.
Per rispondere alla domanda se sia possibile favorire negli individui
lo svilupparsi di unefficace di sistema di controllo interiorizzato,
occorrerebbe muoversi in direzioni diverse, abbandonando le sterili
strategie proibizioniste.
Il processo della medicalizzazione, al cui interno si possono
includere le diverse modalità di prescrizione di eroina,
è un metodo possibile, ma non risolve il problema creato
dalla proibizione che è quello dellincapacità
di esercitare il controllo
E, daltra parte, è anche possibile che i medici possano
anche non essere daccordo nel prescrivere eroina, se in
questo tipo di prescrizione non scorgano in maniera chiara ed
inequivocabile un razionale terapeutico.
La medicalizzazione, e la sua punta più avanzata, che è
la prescrizione medica di eroina, non possono considerarsi soluzioni
definitive ma soltanto misure transitorie in un percorso di transizione
da uno stato di illegalità alla legalità.
Per concludere, credo che il tema trattato dai due olandesi sia
stato estremamente interessante per diversi ordini di motivi e
che, nello stesso tempo, sia stato unefficace esemplificazione
di quanto era stato illustrato, in termini di enunciazione di
principi, da Ballotta, con il supporto dei dati dellOsservatorio
Europeo, alla conferenza di Perugia.
Nellesperienza olandese si possono riconoscere i seguenti
aspetti:
1.Pragmatismo e abbandono di qualsiasi pre-concezione di stampo
ideologico nel decidere cosa possa essere meglio fare per risolvere
i problemi e gli aspetti deficitari delle strategie applicate;
2.Capacità di guardare alla realizzazione di obiettivi
pratici che servano a tutelare la salute dei cittadini e a mantenerli
in una condizione di buona qualità di vita, con lidentificazione
quindi di parametri facilmente misurabili e non correlati con
lidea di salvezza di stampo cattolico-cristiano;
3.La tendenza molto evidente a considerare i tossicodipendenti
inclusi nel trattamento soggetti della cura, cioè
individui dotati di una loro specifica contrattualità rispetto
allespressione delle proprie esigenze e non oggetti
da collocare in uno stato di passivizzazione e di de-responsabilità,
oppure di dipendenza paternalistica: così i cittadini olandesi
inclusi nella sperimentazione sono clienti, non pazienti,
né peggio ragazzi, come molti
in Italia inclusa anche una parte degli addetti ai lavori
continuano a dire (tipiche espressioni di questa tendenza,
molto amate dai religiosi che gestiscono comunità terapeutiche
sono: I nostri ragazzi
, I ragazzi tossicodipendenti
anche se si sta parlando di persone over 50, ecc.). Un piccolo,
grande, dettaglio questo che la dice lunga sulla differenza di
paradigma culturale tra un paese come lOlanda e la nostra
realtà
Tutto questo ha assunto ancora più forza attraverso la
presentazione di un filmato sulla sperimentazione olandese che
ha illustrato, con la forza iconica delle immagini e con la possibilità
di gettare uno sguardo sulla fisica concretezza dei clienti
inclusi nel programma, il racconto che prima Hendricks aveva fatto
solo con lausilio di lucidi e di grafici: con il filmato,
per luditorio presente, la sperimentazione olandese è
divenuta unesperienza reale, una cosa fattibile, indirizzata
a persone reali.
Ma, a questo punto, occorre constatare che quella prima descritta,
e poi visionata nel filmato, è unesperienza dellOlanda,
un paese che sicuramente è in grado di guardare alle cose
nella loro efficacia pratica oltre gli ideologismi, di pensare
anche non solo alle proposte di legge ma anche nei minimi dettagli
alla traduzione nella pratica dellenunciato del legislatore;
unesperienza reale per lOlanda e per limpostazione
pragmatica dei suoi cittadini, che se dovesse essere tradotta,
laddove ciò fosse possibile, nel contesto italiano
rischierebbe di tramutarsi in un disastro.
Perché sappiamo bene che, molto spesso, in Italia leggi
buone ed ispirate a principi di giustizia e di equità sociale
sono rimaste spesso sotto-applicate o non applicate del tutto,
come appunto è la storia del sistema dei Ser.T, in cui
una miriade di operatori di professionalità diverse ed
esperienze spesso ricche ed intense, come quella sulla somministrazione
di buprenorfina ai tossicodipendenti da eroina illustrata efficacemente
dalla dott.sa Baldassarre, vengono portate avanti malgrado linsipienza
di burocrati e di dirigenti di alto livello, che in nome dei principi
dellaziendalizzazione sanitaria spesso procedono con tagli
e decurtazioni alle già scarse risorse date in dotazione
alla maggior parte dei Ser.T. Agli operatori quindi non rimane
altro da fare che procedere con una sorta di vademecum del fai-da-te
costantemente sotto il braccio, e intanto augurarsi che possano
arrivare, prima o poi, tempi migliori
Il filmato, presentato dagli olandesi, ci ha mostrato che la sperimentazione
da essi attuata non è come molti disinformati o
prevenuti potrebbero credere una dispensazione di droga
legale ai clienti del servizio, quindi un processo
di collusione/connivenza con la tossicodipendenza, ma una somministrazione
rigorosa richiedente per essere attuata con protocolli
attendibili personale in numero elevato, professionalità,
locali più che idonei, risorse
Si è potuto evidenziare come la somministrazione di eroina
agli utenti inclusi nella sperimentazione, sia a tuti gli effetti
blindata: i clienti devono entrare in una camera che
è quasi a tenuta stagna, e qui da operatori che stanno
dallaltra parte del vetro ricevono attraverso una piccola
feritoia tutto il necessario per la somministrazione del quantitativo
di eroina ( nel caso delleroina da fumare vengono forniti
di accendino, carta stagnola e apposita cannuccia per aspirare
i fumi di eroina; nel caso della forma iniettabile, ricevono la
siringa già pronta con il quantitativo di eroina già
pronto, laccio emostatico, salviettine per la disinfezione della
cute). Non è contemplata alcuna forma di affidamento della
sostanza e vengono ovviamente scoraggiati tutti i tentativi di
esportazione che in un piccolo numero di casi possono sempre avvenire.
A tutti quelli contrari per principio e per pregiudizio ideologico
alleroina controllata tossicodipendenti bisognerebbe far
vedere questo filmato
per mostrare loro che questa modalità
di somministrazione è tutto fuorché collusione con
la tossicodipendenza
Invece, a molti degli utenti dei nostri
servizi, inseriti in terapia sostitutive, probabilmente questo
filmato provocherebbe una reazione di shock, perché è
in netto contrasto con unimmagine di edonismo e di libertà
individuale spesso collegati allassunzione di droghe
con unenfasi su di una situazione piuttosto di algida asetticità.
La stanza delle somministrazioni deroina controllata sembra
essere una sorta dastronave, supportata da una tecnologia
dellintervento sofisticata e sicuramente molto articolata
E lecito chiedersi se noi in Italia, così impigliati
in contrapposizioni ideologiche sterili, saremmo mai capaci di
produrre qualcosa del genere, soprattutto con una così
marcata attenzione agli aspetti pragmatici.
Voler sostenere la tesi dellopportunità dellimportazione
prematura e a tutti i costi di questo tipo di sperimentazioni
già sviluppate o in corso davvio in alcuni paesi
UE, significherebbe ricadere nella simmetria degli opposti ideologismi,
propugnando la bontà di una soluzione senza in alcun modo
interrogarsi preventivamente sulla sua sostenibilità.
In questo campo, per soluzioni sostenibili in alcuni paesi dellUnione
non è lecito fare alcuna previsione di unanaloga
sostenibilità sullo scenario italiano.
È questa unamara riflessione che va fatta con la
consapevolezza che i tempi non sono maturi perché da noi
si possano attivare modalità dintervento di frontiera,
a meno che non cambi prima il modo di gestire un settore così
importante della sanità, il cui sviluppo sostenibile viene
sempre più invalidato dai criteri neo-liberisti introdotti
sempre più prepotentemente nei criteri di gestione della
cosa pubblica.
Altrimenti, si correrebbe il rischio di lasciare ancora una volta
gli operatori in balia delle circostanze, forzati a doversi barcamenare
con impegno e buona volontà e a dover fronteggiare, da
soli, situazioni di difficile gestione.
Palermo, il 20.05.2002
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