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Speciale #11
Pratiche in rete

Pratiche in rete

Lettera aperta
al Direttore Generale
di un’Azienda Sanitaria

Premessa

L’attività dei Ser.T, accanto alla somministrazioni di terapie farmacologiche, tra le quali prevalgono quelle a base di prodotti di sostituzione (metadone, buprenorfina) e, in minor misura, farmaci antagonisti, tende sempre più a indirizzarsi verso trattamenti psicosociali integrati, che richiedono oltre all’accesso alle terapie farmacologiche anche – e soprattutto – la partecipazione ad attività strutturate magari anche in spazi maggiormente alternativi a quelli destinati alla terapia farmacologia. Con lo scopo di creare delle opportune differenziazioni (colloqui individuali di supporto e di orientamento, incontri con i familiari, attivazione di gruppi terapeutici con utenti tossicodipendenti e gruppi di auto-aiuto).
Si tratta di attività che richiedono, oltre ai locali front-line necessari a gestire il primo impatto con l’utenza che viene direttamente dalla strada, spazi molto articolati che sia possibile utilizzare in maniera duttile e flessibile.
Le condizioni e la tipologia dei locali nei quali si svolgono le attività quotidiane rappresentano uno strumento fondamentale per l’instaurazione di una valida relazione operatore/utente – e sono ovviamente alla base dello sviluppo di una corretta relazione terapeutica, ma sono anche alla base del benessere degli operatori, sulla base anche delle indicazioni contenute nel testo della legge 626 sulla sicurezza e la salubrità dei luoghi di lavoro.
Per dirla con altre parole, spazi inadeguati e insufficienti (che, come è noto, dovrebbero costituiscono il set o ambiente terapeutico) non favoriscono di certo la corretta strutturazione di un setting terapeutico, per la strutturazione di attività articolate: in ambienti non idonei, infatti, c’è il rischio che le attività del Ser.T possano essere riduttivamente declinate in forma di sterili registrazioni burocratiche e di erogazione non “guidata” di farmaci.


Lettera aperta al Direttore Generale
di un’Azienda USL

Egregio Direttore Generale,

il processo di aziendalizzazione delle USL trova il suo fondamento in una filosofia che punta a un maggiore snellimento delle procedure, a processi decisionali più rapidi e a maggiore efficienza nei confronti dei “clienti” e nella capacità di gestione del personale e delle risorse: nell’intendimento dichiarato del legislatore ciò era finalizzato a rendere il settore pubblico competitivo rispetto al privato, ma tutto non decolla, perché tutti i necessari cambiamenti culturali e di mentalità stentano a prendere piede negli individui, inseriti a diverso titolo nelle unità operative periferiche, ma soprattutto negli uffici di gestione centrale e negli organi di staff.
Come Dirigente Responsabile di un Servizio per le Tossicodipendenze dell’Azienda Sanitaria di cui lei è il manager vivo da anni in una condizione di forte disagio per motivi di ordine diverso, tra i quali il mancato adeguamento della pianta organica per quanto riguarda il personale infermieristico, da me più volte richiesto, ma senza mai ottenere alcuna risposta: ma, allo stato attuale il motivo di maggiore malessere è di natura logistica, riguardante cioè gli spazi di cui il Ser.T dispone per lo svolgimento delle sue complesse attività.
Detto molto in breve l’Unità Operativa, che dirigo è ubicata in una struttura di proprietà dell’Azienda Sanitaria, in Via ****, i cui spazi sono stati suddivisi, a suo tempo, in parti diseguali tra il Ser.T e un Centro Residenziale Diurno della Salute Mentale.
Nel corso degli anni, gli operatori del Ser.T sono aumentati di numero e così pure gli utenti inseriti nei diversi programmi terapeutici. Allo stato attuale, oltre venti operatori si trovano a fronteggiare circa 150 accessi giornalieri. Il tutto in poco meno di 200 mq, mentre la struttura complessivamente – compresa la parte assegnata al Centro Residenziale Diurno– ha una superficie di 800 mq. Dell’intera superficie spettante al Ser.T, circa un terzo è relativa a stanze comuni, servizi e passaggi di disimpegno: ne consegue che lo spazio utilizzabile per il rapporto con gli utenti, con tutte le necessità di privacy e riservatezza, la cui tutela in queste condizioni è sempre più a rischio, sono appena due stanze, più una di piccolissime dimensioni, pure utilizzata dagli operatori, con encomiabile abnegazione, per i colloqui più riservati.
E’ chiaro che, in queste condizioni, non si configura nemmeno lontanamente il rispetto delle norme della 626 sulla salubrità e sulla sicurezza sul luogo di lavoro…
In una conferenza dei servizi, risalente ormai a ben più di un anno addietro, è stato deciso che, in applicazione di un criterio d’equità e di maggiore funzionalità, la struttura di Via ***** dovesse essere suddivisa in parti eguali tra Ser.T e l’adiacente servizio, con la creazione di un’opera muraria che rendesse completa la separazione delle due strutture, avvalendosi a questo scopo d’ingressi separati.
Ma, allo stato attuale, dopo una serie di passaggi amministrativi (compreso lo stanziamento dei fondi necessari all’attuazione dei lavori, il conferimento di appalto ad una ditta per l’esecuzione delle opere necessarie, etc.) che sono andati avanti e malgrado l’opposizione della Salute Mentale decisa a difendere a spada tratta i propri spazi, siamo ancora fermi: c’è una condizione di frustrante immobilismo, in cui si deve amaramente constatare che nulla accade. Mi chiedo quali potenti volontà possano ostacolare un lavoro di ristrutturazione che comporta una perdita minima in termini di spazi per gli operatori della unità operativa contigua, e invece la conquista d’agio e benessere per gli operatori del Ser.T che, costretti a lavorare in spazi sovraffollati con un’utenza notoriamente difficile e molto richiedente, sono sempre di più insofferenti e vicini al manifestarsi di una sindrome da burn-out, oltre che non più in grado di assicurare ai “clienti” una buona qualità dell’intervento.
L’ultima notizia dal fronte dell’avanzamento burocratico della pratica è che la delibera per l’esecuzione dei lavori (che, nel frattempo, è stata riscritta ex-novo in relazione all’avvicendamento che ha visto lei assumere il ruolo di manager) è stata di recente firmata da lei, nella sua veste di nuovo Direttore Generale.
Ma il fatto di sapere che, dopo tante vicissitudini e lungaggini, l’atto deliberativo per l’esecuzione dei lavori sia già stato firmato da Lei non è ancora sufficiente a farci sentire tranquillizzati e a considerare che la faccenda sia giunta alla sua auspicabile (ed equa) conclusione: troppe volte già abbiamo sentito dirci che i lavori erano prossimi ad iniziare e, ogni volta, si manifestava un nuovo imprevisto intoppo. Certo, mi rendo conto che lei come Direttore Generale neo-insediato in un’Azienda Sanitaria come questa, la più grande d’Italia come estensione territoriale e come numero di dipendenti, debba avere bisogno di tempo per poter conoscere e padroneggiare tutti i problemi aperti… e i problemi delle singole strutture e di ciascuna unità operativa dislocata in un territorio così vasto…
Pur rendendomi conto di quante importanti questioni da risolvere per la gestione quotidiana di un’Azienda Sanitaria, così cospicua come la nostra, lei giorno dopo giorno debba fronteggiare, la inviterei a renderci una visita direttamente nella nostra struttura, così da poter toccare con mano l’entità del nostro disagio quotidiano…
Vorrei ricordare a me stesso, in primo luogo, che le strutture dell’Azienda Sanitaria, non essendo proprietà personale di singoli operatori o di specifici servizi, andrebbero gestite con flessibilità, tenendo conto delle necessità funzionali, dei carichi di lavoro svolti dalle diverse UU.OO, dalle caratteristiche quantitative e qualitative della popolazione di “clienti” di ciascun servizio.
Credo che, se si vuole che il processo di aziendalizzazione, possa evolvere in maniera matura, bisognerebbe smettere di fare in modo che alcuni servizi – e relative unità operative – continuino ad avere privilegi e che altri, invece, debbano essere alloggiati nei sottoscala, non solo in metafora ma purtroppo spesso anche nella realtà quotidiana.
Quindi le chiedo di prodigarsi perché il percorso d’assegnazione di spazi più ampi al Ser.T, possa giungere al suo compimento, con l’esecuzione dei lavori e che, a fronte della possibilità alternativa che l’Azienda provveda a reperire locali idonei per alloggiare altrove questo Ser.T, si tratti di un’operazione “vantaggiosa” dal punto di vista dell’analisi dei costi…

Palermo, il 30.05.2002


Maurizio Crispi
Medico Psichiatra
Dirigente Responsabile
Ser.T DS 13
A. USL 6 Palermo

 

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