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Pratiche in rete
Lettera aperta
al Direttore Generale
di un’Azienda Sanitaria
Premessa
L’attività dei Ser.T, accanto alla somministrazioni
di terapie farmacologiche, tra le quali prevalgono quelle a base
di prodotti di sostituzione (metadone, buprenorfina) e, in minor
misura, farmaci antagonisti, tende sempre più a indirizzarsi
verso trattamenti psicosociali integrati, che richiedono oltre
all’accesso alle terapie farmacologiche anche – e
soprattutto – la partecipazione ad attività strutturate
magari anche in spazi maggiormente alternativi a quelli destinati
alla terapia farmacologia. Con lo scopo di creare delle opportune
differenziazioni (colloqui individuali di supporto e di orientamento,
incontri con i familiari, attivazione di gruppi terapeutici con
utenti tossicodipendenti e gruppi di auto-aiuto).
Si tratta di attività che richiedono, oltre ai locali front-line
necessari a gestire il primo impatto con l’utenza che viene
direttamente dalla strada, spazi molto articolati che sia possibile
utilizzare in maniera duttile e flessibile.
Le condizioni e la tipologia dei locali nei quali si svolgono
le attività quotidiane rappresentano uno strumento fondamentale
per l’instaurazione di una valida relazione operatore/utente
– e sono ovviamente alla base dello sviluppo di una corretta
relazione terapeutica, ma sono anche alla base del benessere degli
operatori, sulla base anche delle indicazioni contenute nel testo
della legge 626 sulla sicurezza e la salubrità dei luoghi
di lavoro.
Per dirla con altre parole, spazi inadeguati e insufficienti (che,
come è noto, dovrebbero costituiscono il set o ambiente
terapeutico) non favoriscono di certo la corretta strutturazione
di un setting terapeutico, per la strutturazione di attività
articolate: in ambienti non idonei, infatti, c’è
il rischio che le attività del Ser.T possano essere riduttivamente
declinate in forma di sterili registrazioni burocratiche e di
erogazione non “guidata” di farmaci.
Lettera aperta al Direttore Generale
di un’Azienda USL
Egregio Direttore Generale,
il processo di aziendalizzazione delle USL trova il suo fondamento
in una filosofia che punta a un maggiore snellimento delle procedure,
a processi decisionali più rapidi e a maggiore efficienza
nei confronti dei “clienti” e nella capacità
di gestione del personale e delle risorse: nell’intendimento
dichiarato del legislatore ciò era finalizzato a rendere
il settore pubblico competitivo rispetto al privato, ma tutto
non decolla, perché tutti i necessari cambiamenti culturali
e di mentalità stentano a prendere piede negli individui,
inseriti a diverso titolo nelle unità operative periferiche,
ma soprattutto negli uffici di gestione centrale e negli organi
di staff.
Come Dirigente Responsabile di un Servizio per le Tossicodipendenze
dell’Azienda Sanitaria di cui lei è il manager vivo
da anni in una condizione di forte disagio per motivi di ordine
diverso, tra i quali il mancato adeguamento della pianta organica
per quanto riguarda il personale infermieristico, da me più
volte richiesto, ma senza mai ottenere alcuna risposta: ma, allo
stato attuale il motivo di maggiore malessere è di natura
logistica, riguardante cioè gli spazi di cui il Ser.T dispone
per lo svolgimento delle sue complesse attività.
Detto molto in breve l’Unità Operativa, che dirigo
è ubicata in una struttura di proprietà dell’Azienda
Sanitaria, in Via ****, i cui spazi sono stati suddivisi, a suo
tempo, in parti diseguali tra il Ser.T e un Centro Residenziale
Diurno della Salute Mentale.
Nel corso degli anni, gli operatori del Ser.T sono aumentati di
numero e così pure gli utenti inseriti nei diversi programmi
terapeutici. Allo stato attuale, oltre venti operatori si trovano
a fronteggiare circa 150 accessi giornalieri. Il tutto in poco
meno di 200 mq, mentre la struttura complessivamente – compresa
la parte assegnata al Centro Residenziale Diurno– ha una
superficie di 800 mq. Dell’intera superficie spettante al
Ser.T, circa un terzo è relativa a stanze comuni, servizi
e passaggi di disimpegno: ne consegue che lo spazio utilizzabile
per il rapporto con gli utenti, con tutte le necessità
di privacy e riservatezza, la cui tutela in queste condizioni
è sempre più a rischio, sono appena due stanze,
più una di piccolissime dimensioni, pure utilizzata dagli
operatori, con encomiabile abnegazione, per i colloqui più
riservati.
E’ chiaro che, in queste condizioni, non si configura nemmeno
lontanamente il rispetto delle norme della 626 sulla salubrità
e sulla sicurezza sul luogo di lavoro…
In una conferenza dei servizi, risalente ormai a ben più
di un anno addietro, è stato deciso che, in applicazione
di un criterio d’equità e di maggiore funzionalità,
la struttura di Via ***** dovesse essere suddivisa in parti eguali
tra Ser.T e l’adiacente servizio, con la creazione di un’opera
muraria che rendesse completa la separazione delle due strutture,
avvalendosi a questo scopo d’ingressi separati.
Ma, allo stato attuale, dopo una serie di passaggi amministrativi
(compreso lo stanziamento dei fondi necessari all’attuazione
dei lavori, il conferimento di appalto ad una ditta per l’esecuzione
delle opere necessarie, etc.) che sono andati avanti e malgrado
l’opposizione della Salute Mentale decisa a difendere a
spada tratta i propri spazi, siamo ancora fermi: c’è
una condizione di frustrante immobilismo, in cui si deve amaramente
constatare che nulla accade. Mi chiedo quali potenti volontà
possano ostacolare un lavoro di ristrutturazione che comporta
una perdita minima in termini di spazi per gli operatori della
unità operativa contigua, e invece la conquista d’agio
e benessere per gli operatori del Ser.T che, costretti a lavorare
in spazi sovraffollati con un’utenza notoriamente difficile
e molto richiedente, sono sempre di più insofferenti e
vicini al manifestarsi di una sindrome da burn-out, oltre che
non più in grado di assicurare ai “clienti”
una buona qualità dell’intervento.
L’ultima notizia dal fronte dell’avanzamento burocratico
della pratica è che la delibera per l’esecuzione
dei lavori (che, nel frattempo, è stata riscritta ex-novo
in relazione all’avvicendamento che ha visto lei assumere
il ruolo di manager) è stata di recente firmata da lei,
nella sua veste di nuovo Direttore Generale.
Ma il fatto di sapere che, dopo tante vicissitudini e lungaggini,
l’atto deliberativo per l’esecuzione dei lavori sia
già stato firmato da Lei non è ancora sufficiente
a farci sentire tranquillizzati e a considerare che la faccenda
sia giunta alla sua auspicabile (ed equa) conclusione: troppe
volte già abbiamo sentito dirci che i lavori erano prossimi
ad iniziare e, ogni volta, si manifestava un nuovo imprevisto
intoppo. Certo, mi rendo conto che lei come Direttore Generale
neo-insediato in un’Azienda Sanitaria come questa, la più
grande d’Italia come estensione territoriale e come numero
di dipendenti, debba avere bisogno di tempo per poter conoscere
e padroneggiare tutti i problemi aperti… e i problemi delle
singole strutture e di ciascuna unità operativa dislocata
in un territorio così vasto…
Pur rendendomi conto di quante importanti questioni da risolvere
per la gestione quotidiana di un’Azienda Sanitaria, così
cospicua come la nostra, lei giorno dopo giorno debba fronteggiare,
la inviterei a renderci una visita direttamente nella nostra struttura,
così da poter toccare con mano l’entità del
nostro disagio quotidiano…
Vorrei ricordare a me stesso, in primo luogo, che le strutture
dell’Azienda Sanitaria, non essendo proprietà personale
di singoli operatori o di specifici servizi, andrebbero gestite
con flessibilità, tenendo conto delle necessità
funzionali, dei carichi di lavoro svolti dalle diverse UU.OO,
dalle caratteristiche quantitative e qualitative della popolazione
di “clienti” di ciascun servizio.
Credo che, se si vuole che il processo di aziendalizzazione, possa
evolvere in maniera matura, bisognerebbe smettere di fare in modo
che alcuni servizi – e relative unità operative –
continuino ad avere privilegi e che altri, invece, debbano essere
alloggiati nei sottoscala, non solo in metafora ma purtroppo spesso
anche nella realtà quotidiana.
Quindi le chiedo di prodigarsi perché il percorso d’assegnazione
di spazi più ampi al Ser.T, possa giungere al suo compimento,
con l’esecuzione dei lavori e che, a fronte della possibilità
alternativa che l’Azienda provveda a reperire locali idonei
per alloggiare altrove questo Ser.T, si tratti di un’operazione
“vantaggiosa” dal punto di vista dell’analisi
dei costi…
Palermo, il 30.05.2002
Maurizio Crispi
Medico Psichiatra
Dirigente Responsabile
Ser.T DS 13
A. USL 6 Palermo
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