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Canapa Medica

 


Giugno 2001

CANAPA MEDICA: UNA QUESTIONE POLITICA
Negli Usa prosegue la battaglia per il diritto all’uso medico della marijuana. Gli ostacoli culturali paiono superabili, ma la disputa è soprattutto giuridico-politica: quale autonomia per gli Stati e quali poteri per la Federazione?

di Marina Impallomeni

Il diritto all’uso medico della marijuana è oggi condiviso negli Stati Uniti dalla maggioranza della popolazione. Nel 1999, secondo una ricerca demoscopica condotta dalla Gallup, i cittadini americani favorevoli a rendere la marijuana disponibile su ricetta medica erano il 73% della popolazione, mentre un sondaggio precedente, effettuato nel 1997 da Chilton Research per ABC News, individuava nel 69% la percentuale degli elettori favorevoli alla legalizzazione della canapa medica. Il diritto all’uso medico della marijuana (riguardante, beninteso, i malati affetti da alcune patologie di particolare gravità quali la sclerosi multipla, l’Aids, il cancro) è attualmente riconosciuto per legge da nove Stati, otto dei quali (California, Arizona, Alaska, oregon, Washington, Maine, Colorado, Nevada) si sono dotati di apposite normative in seguito a una serie di referendum consultivi, sfidando la volontà del governo federale e, in molti casi, della loro stessa classe politica.

IL NODO DELLA DISTRIBUZIONE
Il primo di essi – la celebre “Proposition 215”, passata in California con il 65% dei voti – risale al 1996, mentre soltanto nello Stato delle Hawaii la legalizzazione della canapa medica è avvenuta direttamente per via parlamentare. Nonostante l’ideologia della “war on drugs” pervicacemente perseguita da Bill Clinton durante il suo doppio mandato presidenziale e ora fatta propria dal presidente George W. Bush, i dati autorizzano a un seppur cauto ottimismo. Secondo una ricerca condotta nel gennaio del 2000 dall’Università del Maryland, in questo Stato l’uso medico della marijuana è condiviso dal 70% degli elettori. In base a un’altra indagine, commissionata invece dal Miami Herald, nel ‘97 il dato della Florida era del 63%.
Dal ’96 ad oggi le campagne referendarie per la marijuana medica – sponsorizzate dall’organizzazione “Americans for Medical Rights”, con sede a Santa Monica in California – si sono incentrate su un principio molto semplice: <<i pazienti dovrebbero poter usare qualunque farmaco che funzioni, anche se tale farmaco è oggetto di controversia tanto quanto la marijuana>>. Oggi questo non basta più. Il movimento “pro-medical marijuana” si trova infatti a dover combattere una dura battaglia anche su un altro terreno, quello della distribuzione.
L’attesa sentenza della Corte Suprema federale sul caso “U.S. vs. Oakland Cannabis Buyers’ Cooperative”, pronunciata il 14 maggio scorso, è in questo senso esemplare. L’Oakland Cannabis Buyers’ Cooperative, una cooperativa di malati che conta circa 4.000 iscritti, è uno dei Cannabis Club che operano in California in virtù della legge statale, coltivando e distribuendo cannabis ad uso dei soci, muniti peraltro di regolare ricetta medica. Il “Compassionate Use Act” – questo il nome della legge – autorizza infatti il consumo di marijuana per “necessità medica”, nonostante la cannabis sia inclusa nella Tabella I del “Controlled Substances Act”, quella cioè che include le sostanze vietate per tutti gli scopi a livello federale.

SE NON BASTA LA “NECESSITA’ MEDICA”
La sentenza della Corte Suprema federale è l’ultimo atto di una dura battaglia legale, che bolla l’attività della cooperativa di Oakland come illegale e, soprattutto, nega che il principio della “necessità medica” possa valere in deroga alla legge federale. La guerra legale era cominciata nel 1998, quando l’amministrazione Clinton ottenne un’ingiunzione di chiusura dei “cannabis club” sorti in California come forma di auto-aiuto. L’Oakland Cannabis Buyers Club fu costretto a chiudere i battenti, ma nel settembre 1999 un tribunale del “9th U.S. Circuit Court of Appeals” aveva dato ragione ai club, accogliendo la tesi della difesa, fondata sul principio di “necessità”, in base al quale è possibile violare la legge se tale comportamento serve ad evitare un danno più grave. Il caso dei malati, qualora non dispongano di un’alternativa valida alla marijuana per lenire le loro sofferenze spesso intollerabili, rientrerebbe appunto in questa fattispecie.
In seguito al pronunciamento del “9th U.S. Circuit Court of Appeals”, nel luglio del 2000 il giudice distrettuale Charles Breyer ha emesso una ordinanza in virtù della quale la cooperativa di Oakland poteva distribuire marijuana ai pazienti che fossero in grado di dimostrare, appunto, la “necessità medica”. Il club riprendeva così la sua attività, ma alla fine di agosto era costretto a chiudere nuovamente su pressione dell’amministrazione Clinton.
La sentenza della Corte Suprema è stata votata all’unanimità da otto giudici mentre il nono, Stephen G. Breyer, si è astenuto perché fratello del giudice Charles Breyer. Tuttavia questo voto nasconde un fronte non del tutto compatto: il giudice John Paul Stevens (con due suoi colleghi) ha infatti predisposto una nota aggiuntiva al dispositivo della sentenza in cui fa alcune puntualizzazioni. In particolare, la nota chiarisce che la sentenza si limita a dichiarare illegale esclusivamente l’attività di produzione e distribuzione da parte di organizzazioni, come appunto l’Oakland Cannabis Buyers Cooperative, ma non il possesso o la coltivazione per uso personale quando sussista la “necessità medica”. Naturalmente questa è anche la lettura che della sentenza dà il movimento “pro-medical marijuana”. <<La Corte – ha dichiarato Bill Zimmerman, presidente di Americans for Medical Rights – ha ritenuto illegale una forma di distribuzione della marijuana, quella basata su una cooperativa che opera con l’autorizzazione della città. Ma questa decisione non osta alla creazione di sistemi di distribuzione statale>>.

ORA TOCCA ALLO STATO?
Il Maine e il Nevada sono già pronti a percorrere la strada della distribuzione gestita direttamente dallo Stato. Nel Maine pende infatti una proposta di legge che prevede la creazione di centri gestiti direttamente dallo Stato finalizzati alla distribuzione della marijuana ai malati. Nel Nevada una norma simile è inclusa nella legge sulla marijuana medica appena introdotta. Lo scorso 4 giugno infatti il parlamento dello stato ha approvato il “Nevada Bill AB 453” , con il quale è stata tradotta sul piano normativo la volontà espressa dall’elettorato nel referendum del 7 novembre 2000, approvato con il 65%.
La nuova legge prevede che il dipartimento dell’Agricoltura ricerchi “vigorosamente” l’approvazione federale, allo scopo di istituire un programma di distribuzione di marijuana da consumare e anche di sementi. Inoltre la facoltà di Medicina dell’Università del Nevada, congiuntamente allo stesso Dipartimento, dovrà <<ricercare l’approvazione>> per condurre degli studi sulle proprietà mediche della marijuana.
La legge, come già accade in altri stati, dispone l’istituzione di un registro dei malati che potranno fare uso di marijuana. Questi dovranno farsi certificare il loro stato di “necessità medica” da un medico del Nevada e potranno designare un “caregiver” (ossia una persona che svolge un’attività di cura nei loro confronti), che sarà inserito a sua volta nel registro. Le credenziali così ottenute serviranno a evitare l’arresto per consumo di marijuana. I malati potranno coltivare fino a sette piante di cannabis per uso personale e il tetto massimo consentito per il possesso è pari a un’oncia (circa 28 grammi).
Con la nuova legge il Nevada ha anche parzialmente ridotto le sanzioni previste per il consumo ludico. Infatti il possesso di marijuana, attualmente considerato “felony” (delitto grave), sarà trattato dal giudice come “misdemeanour” (infrazione di minore gravità) per tre volte consecutive. In altre parole esso sarà considerato meno grave di quanto non avvenga attualmente, e anche nei casi successivi i giudici avranno un più ampio margine di discrezionalità.

L’ALTRA POLITICA DIETRO LA CANAPA
La decisione del Parlamento del Nevada sembra smentire il timore, espresso tra gli altri dal Washington Post, secondo cui la sentenza della Corte Suprema federale potrebbe agire da deterrente nei confronti degli altri Stati intenzionati a legalizzare la canapa medica, aderendo così a un movimento in costante crescita negli ultimi anni. <<Oggi lo stato del Nevada – ha dichiarato Dan Hart, di “Nevadans for Medical Rights” – ha raccolto il mandato degli elettori di andare avanti sulla questione della marijuana medica, al di là della politica federale. Abbiamo sempre sostenuto – ha proseguito Hart – che la sentenza della Corte Suprema è semplicemente una reiterazione della legge federale, per quanto attiene alla marijuana medica, e che essa non preclude ai governi statali la possibilità di legiferare in modo autonomo.>>
Come ha sottolineato Federico Rampini su Repubblica la battaglia per la canapa terapeutica interessa una questione politica molto delicata, e cioè il rapporto tra i singoli Stati, gelosi della loro autonomia, e il governo federale. Non a caso il Procuratore generale (cioè il ministro della Giustizia) della California, Bill Lockyer, ha appoggiato l’Oakland Cannabis Buyers Cooperative durante la sua battaglia legale definendo “unfortunate” (inopportuna, ndr.) la sentenza della Corte Suprema federale e ribadendo che <<la responsabilità nel determinare che cosa sia necessario per la salute pubblica spetta tradizionalmente agli Stati>>. Il 21 febbraio 2001 Lockyer si era rivolto alla Corte Suprema della California per appoggiare l’Oakland Cannabis Buyers’ Cooperative e aveva presentato una memoria in cui sosteneva che, sulla marijuana medica, lo Stato ha il diritto di applicare la propria normativa. E anche la legge appena approvata in Nevada contiene un preambolo che, pur riconoscendo l’opposizione federale alla marijuana medica, afferma che il Nevada <<in quanto Stato sovrano ha il dovere di attuare la volontà del popolo e di regolarne la salute, le pratiche mediche e il benessere in un modo che rispetti le loro decisioni personali concernenti il sollievo della sofferenza attraverso l’uso medico della marijuana.>>

IL PRESIDENTE? FA MARCIA INDIETRO
Nell’ottobre 1999 lo stesso presidente Bush, all’epoca governatore del Texas, si era dichiarato favorevole al principio di autonomia dei singoli Stati anche riguardo alla canapa medica. Successivamente, in occasione dell’audizione davanti alla Corte suprema del 28 marzo sul caso della cooperativa di Oakland, e dunque nella nuova veste presidenziale, Bush ha fatto marcia indietro esprimendosi contro l’uso medico della cannabis. Tuttavia, in tema di politiche sulle droghe, Bush potrebbe essere disposto a rivedere la sua posizione. Almeno, questo è quanto ipotizza Ethan Nadelmann, direttore esecutivo del Lindesmith Center-Drug Policy Foundation, in un editoriale apparso recentemente sul Los Angeles Times. Secondo Nadelmann, all’interno del fronte repubblicano vi sarebbero vari esponenti disposti a un approccio più realistico e meno ideologico di quello della “War on drugs”. Tra questi vi sono, tra gli altri, il governatore del Connecticut John Rowland, il governatore dello Stato di New York George Pataki, e l’attuale capo del Dipartimento della Sanità, ed ex governatore del Wisconsin, Tommy Thompson. E poi c’è Gary Johnson, governatore del New Mexico che, come scrive Nadelmann, <<ha osato dire ciò che pochi altri politici sono disposti ad ammettere ma molti repubblicani credono: che i nostri maggiori problemi di droga hanno a che fare più con la proibizione che con il consumo in sé>>. Che il presidente Bush sia disposto a dar loro ascolto?

 

 

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