RESISTERE, RESISTERE, RESISTERE!
(parte seconda)
Inutile negare che ci si aspettava dal nuovo Governo
una proposta di modifica dellattuale strategia di intervento
sulle tossicodipendenze. La recente enfasi posta, attraverso
i media, sulle comunità terapeutiche, sulla disintossicazione,
sul no al metadone ed alla riduzione del danno,
sul no alla tolleranza ed alla convivenza col problema
ci aveva giustamente preallertati.
La richiesta presentata dallOn. Volonté del CCD
alla Camera dei Deputati concretizza queste nostre, gravi, preoccupazioni.
Si afferma in premessa che lattuale legge non risponde
ai bisogni dei tossicodipendenti, che è causa dellaumento
dellofferta e del consumo di droghe (nuove e vecchie).
Si afferma che è stata compiuta una politica di normalizzazione
del fenomeno, fondata sulla scelta di non curare, ma di convivere
tout court con la dipendenza. La rinuncia a fare prevenzione
e riabilitazione. Lutilizzo del Fondo Droga solo per le
unità di strada.
Si dichiarano fallite tutte le esperienze internazionali in
materia di riduzione del danno nella tossicodipendenza, dimenticando
il contenuto del documento e dellindagine della Commissione
del Senato del settembre 2000, approvato allunanimità.
La tossicodipendenza è una malattia seria
e diffusa; riguarda differenti strati della popolazione e rimanda
al problema ampio della dipendenza.
In particolare, della dipendenza da oppiacei lOMS ha da
tempo fornito la definizione di malattia cronica recidivante,
proprio a sancire che il decorso è lungo, simile a quello
di tante altre patologie con cui abbiamo imparato a convivere,
come il diabete, lipertensione arteriosa, le affezioni
respiratorie croniche, ecc.
Seppure molti di noi si siano dichiarati e siano a tuttoggi
perplessi di fronte ad una identificazione di tale tipo
Tossicodipendenza = Malattia, in molti condividiamo lattenzione
che con quella definizione lOMS ha voluto attivare. Un
percorso lungo con possibili e prevedibili ricadute, un protrarsi
della condizione di malessere ove la mancanza di repentina guarigione
non vuole dire fallimento della cura, ma piuttosto introduce
quel concetto del prendersi cura nel tempo, tipico
di tutte le malattie croniche.
Come nelle altre patologie croniche, la terapia farmacologica
va individuata e personalizzata. Il metadone, come gli altri
farmaci, non è né buono né cattivo, ma
solo uno strumento utile e di provata efficacia a curare e/o
contenere al massimo il rischio delle ricadute e delle complicanze
della stessa malattia.
Ma la tossicodipendenza è la sola malattia per cui il
politico si sente legittimato a decidere quale sia la terapia
più appropriata, quale il farmaco da usare o da non usare,
quale il suo dosaggio e la durata della somministrazione. Nella
proposta si dice: poco metadone, massimo per tre mesi, a scalare,
solo collegato ad un progetto di recupero.
Più comunità terapeutiche, magari intese come
strutture affini e contigue al carcere.
Ma quali sono le evidenze scientifiche che supportano questa
proposta?
La letteratura e gli studi scientifici effettuati, in Italia
ed allestero, evidenziano una superiore efficacia terapeutica
e preventiva dei protocolli con metadone a lungo termine che
prevedono dosaggi medio-alti del farmaco; il maggior numero
di recidive si verifica nel periodo successivo a trattamenti
di breve durata e velocemente a scalare, che inoltre rischiano
di non trattenere in contatto con la struttura sanitaria la
fascia di popolazione più bisognosa di assistenza.
E le persone che non rientrano nello schema terapeutico ipotizzato
nella proposta ma che, anche grazie al metadone, da anni vivono
bene, hanno una famiglia ed un ruolo sociale, cosa dovrebbero
fare? Forse sconvolgere la loro esistenza e quella delle loro
famiglie perché una norma definisce illegittimo, forse
immorale, quello che un medico ha ritenuto invece idoneo alla
cura e che essi giudicano necessario per sé?
E gli operatori, come dovrebbero far fronte ai bisogni di una
larga parte della loro utenza, che rischierebbe di essere discriminata
rispetto alla reale possibilità di usufruire di servizi
sanitari pubblici e privati?
Occorre difendere le operatività e professionalità
dei SERT, le esperienze di integrazione maturate e perseguite
dal privato sociale, la libertà terapeutica anche dei
Medici di Medicina Generale, e, soprattutto, tutelare i diritti
di migliaia di utenti e delle loro famiglie.
Occorre difendere gli interventi e la strategia di riduzione
del danno, che nella mozione viene invece banalizzata o, peggio,
criminalizzata, disconosciuta nel significato proprio di un
intervento mirato su più fronti, volto a contenere i
più gravi danni per la salute del singolo e della popolazione
generale, niente affatto in contrapposizione con altra tipologia
di interventi terapeutico-riabilitativi.
Lo sforzo che dobbiamo continuare a fare va nella direzione
di offrire una vasta e differenziata gamma di risposte terapeutiche
che ,oltre agli interventi di riduzione del danno, non escluda
i programmi di disintossicazione con o senza metadone, gli inserimenti
in comunità terapeutica, i programmi di formazione e
di inserimento lavorativo, gli interventi con le famiglie, con
i medici di medicina generale e con gli altri operatori della
rete dei servizi.
Dobbiamo e vogliamo sostenere con forza, poiché sono
indispensabili, le unità di strada come i centri diurni
a bassa e ad alta soglia, i gruppi di auto aiuto, le attività
educative e di socializzazione, le comunità terapeutiche
.,
secondo una cultura della continuità e della complementarietà
tra il servizio pubblico ed il privato sociale.
No ad ogni politica a rischio di creare esclusione sociale e
nuove, drammatiche marginalità.
Dott.ssa Roberta Balestra
Responsabile Dipartimento delle Dipendenze, Trieste
Dott.ssa Maria Grazia Cogliati Dezza
Responsabile Distretto Sanitario 2, Trieste