Discussione delle mozioni Volontè ed altri n. 1-00042,
Michelini ed altri n. 1-00044, Valpiana ed altri n. 1-00045,
Cè ed altri n. 1-00049, Maura Cossutta ed altri n. 1-00050,
Turco ed altri n. 1-00051 e Fioroni ed altri n. 1-00052 concernenti
la lotta alla tossicodipendenza.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione delle mozioni
Volontè ed altri n. 1-00042, Michelini ed altri n. 1-00044,
Valpiana ed altri n. 1-00045, concernenti la lotta alla tossicodipendenza
(vedi l'allegato A - Mozioni sezione 1).
Avverto che sono state altresì presentate le mozioni
Cè ed altri n. 1-00049, Maura Cossutta ed altri n. 1-00050,
Turco ed altri n. 1-00051 e Fioroni ed altri n. 1-00052 che,
vertendo sullo stesso argomento delle mozioni all'ordine del
giorno, verranno svolte congiuntamente.
La ripartizione dei tempi riservati alla discussione della relazione
è pubblicata in calce al calendario dei lavori (vedi
resoconto stenografico della seduta del 14 gennaio).
(Discussione sulle linee generali)
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali
delle mozioni all'ordine del giorno.
È iscritto a parlare l'onorevole Michelini, che illustrerà
anche la sua mozione n. 1-00044. Ne ha facoltà.
ALBERTO MICHELINI. Signor Presidente, data l'ora
chiedo l'autorizzazione alla pubblicazione in calce al resoconto
della seduta odierna del testo del mio intervento.
PRESIDENTE. La Presidenza lo consente.
È iscritta a parlare l'onorevole Dorina Bianchi, che
illustrerà anche la mozione Volontè ed altri n.
1-00042, di cui è cofirmataria. Ne ha facoltà.
DORINA BIANCHI. Signor Presidente, anch'io chiedo
l'autorizzazione alla pubblicazione in calce al resoconto della
seduta odierna del testo del mio intervento.
PRESIDENTE. La Presidenza lo consente.
È iscritto a parlare l'onorevole Ercole, che illustrerà
anche la mozione Cè ed altri n. 1-00049, di cui è
cofirmatario. Ne ha facoltà.
CESARE ERCOLE. Signor Presidente, anch'io mi associo
ai colleghi e chiedo l'autorizzazione alla pubblicazione in
calce al resoconto della seduta odierna del testo del mio intervento.
PRESIDENTE. Sta bene. La Presidenza lo consente.
È iscritto a parlare l'onorevole Burtone, che illustrerà
anche la mozione Fioroni ed altri n. 1-00052, di cui è
cofirmatario. Ne ha facoltà.
GIOVANNI MARIO SALVINO BURTONE. Signor Presidente,
noi consideriamo importanti le mozioni che sono state presentate
e vogliamo subito dire in premessa che riteniamo che questo
dibattito non debba essere rituale; proprio per questo non vogliamo
nascondere qualche preoccupazione. La preoccupazione deriva
dalla confusione che il Governo ha manifestato in alcune dichiarazioni,
per esempio quella del Vicepresidente del Consiglio che ha parlato
in maniera molto confusa di un dipartimento nazionale antidroga,
ha riproposto la questione della repressione, ha considerato
fallimentari la strategia della riduzione del danno e, complessivamente,
le strutture pubbliche che operano nel campo della tossicodipendenza.
Inoltre, consideriamo estremamente preoccupanti le dichiarazioni
del ministro della sanità che, in un'intervista al Corriere
della Sera del 28 dicembre 2001, ha definito testualmente interessante
il centro sperimentale svizzero. Credo, allora, che noi dobbiamo
sostenere l'impegno a non essere ondivaghi, cioè a non
manifestare interesse con facilità e poi far calare il
silenzio. Si deve invece portare avanti un impegno costante
che veda impegnate le istituzioni, nonché i partiti e
tutta la società.
Vogliamo dire subito che la nostra posizione non è quella
dei portatori di verità; non vogliamo la spettacolarizzazione
e consideriamo estremamente grave la criminalizzazione della
tossicodipendenza. Abbiamo sempre pensato e sostenuto che, attorno
a tale problema, al dramma di tanti giovani, occorre alimentare
la cultura del dialogo e ragionare sulle analisi, sui risultati,
ponendo in essere sperimentazioni che abbiano, però,
ben chiari gli obiettivi da cogliere e le possibili conseguenze.
Tra l'altro siamo convinti che la tossicodipendenza sia una
questione complessa che tocca la vita degli uomini.
In ordine a tale problematica, non vi sono una motivazione o
una causa: vi sono le motivazioni e le cause, le tante motivazioni
e le tante cause; è in continua evoluzione per l'età
e per le fasce dei consumatori, così come continuano
a manifestarsi novità importanti nel consumo di alcune
sostanze stupefacenti.
Sappiamo che è diventata drammatica anche la presenza
di droghe sintetiche, venute alla ribalta negli ultimi anni:
sono molto pericolose e, soprattutto, sono state nel passato
sottovalutate.
In ordine al problema della tossicodipendenza vogliamo adottare
alcune scelte di campo: non guardiamo, in primo luogo, all'oggetto
droga ma al soggetto persona. Non ci sentiamo sconfitti né
rassegnati e riteniamo che la battaglia contro la droga si possa
vincere; lo dimostrano i tanti giovani che ritornano alla vita,
dopo essere entrati nel tunnel della droga. L'altra scelta di
campo è che pensiamo ad un'idea guida: la strategia globale,
la necessità di portare avanti, con sinergia, un impegno
per la prevenzione, anche per la cura, la riabilitazione ed
il reinserimento, una forte iniziativa politica per la repressione
dello spaccio e del traffico.
Quando parliamo di prevenzione, pensiamo alla necessità
di intervenire sulla domanda e di incidere, quindi, nel contesto
del più generale disagio giovanile. Sappiamo, tuttavia,
che non sono sufficienti i messaggi informativi sul fenomeno,
anche se nel recente passato il Governo di centrosinistra si
è impegnato ad offrire ai giovani argomenti precisi e
non terroristici attorno alla problematica in discussione. Sappiamo
che quando parliamo di prevenzione, dobbiamo andare più
in profondità ed affrontare questioni complesse che appartengono
al mondo contemporaneo, non facilmente semplificabili: le incomprensioni,
le impotenze dei giovani di fronte al mondo globale, la percezione
di vuoto e di violenza del consumismo esasperato, la mancanza
di valori di riferimento, di messaggi educativi, di diritti
e di doveri di cittadinanza. Sono tutte questioni che ci vengono
poste e che interessano le nostre famiglie, la comunità
e le istituzioni. Pur sapendo, quindi, che il cuore del problema
rimane aperto e che deve essere affrontato alle radici, non
è semplicistico dire che, con realismo, dobbiamo prendere
atto di dati drammatici che si riscontrano nella tossicodipendenza.
Inoltre, pur avendo portato avanti, con impegno in tanti paesi
europei, e non soltanto, politiche di prevenzione, tanti giovani
si drogano. Pertanto, l'impegno che deve essere assunto con
le nostre mozioni è quello di portare avanti una strategia
che sappia farsi carico della cura, della riabilitazione e del
reinserimento dei tossicodipendenti.
Per la cura, riteniamo sia necessario mettere in campo tutte
le azioni possibili, senza pregiudiziali e senza preclusioni:
ogni strategia terapeutica capace di combattere il flagello
della droga deve essere sostenuta, sia essa pubblica o privata.
Sappiamo che, attorno a questa problematica, vi sono state divisioni
e che molti hanno criticato i servizi pubblici territoriali
(mi riferisco ad un'intervista del Vicepresidente del Consiglio).
Riteniamo che la critica diventi distruttiva se non pone alternative
e se il suo unico scopo è quello di mettere in discussione
le strutture pubbliche presenti nel nostro sistema sanitario.
Riteniamo che i servizi territoriali debbano essere riorganizzati
perché, pur con alcuni limiti, essi hanno già
dimostrato efficacia ai fini della soluzione di problemi complessi
relativi alla tossicodipendenza.
Allo stesso modo vogliamo, ancora una volta, ribadire l'importanza
della strategia della riduzione del danno. Certamente, parlare
di riduzione del danno può far pensare alla rinuncia,
alla rassegnazione, al rischio che la tossicodipendenza venga
«sanitarizzata»; ma la fotografia oggettiva della
tossicodipendenza mostra l'esistenza di una «terra di
nessuno», di tanti giovani che, in una fase della loro
vita, non sono ancora in grado di uscire dal tunnel della droga
(e sono quelli che rischiano di più). Questi giovani
hanno bisogno di interventi, presenti nella strategia della
riduzione del danno, a bassa soglia, degli operatori di strada,
e questo è un approccio di aiuto che non dobbiamo far
mancare, neanche a coloro che ancora non sono disposti ad uscire
dal tunnel della droga. Vediamo, quindi, l'importanza della
strategia della riduzione del danno come mezzo e non come fine.
Infine, pensiamo sia necessario dare più forza alle comunità
terapeutiche, quelle che hanno ottenuto i migliori e più
significativi risultati. Sono risultati dimostrati dai tanti
giovani che sono usciti, che si sono riabilitati e che hanno
trovato un inserimento sociale. Per loro, per le comunità
terapeutiche, bisogna prevedere nuovi sostegni, al fine di migliorare
le loro strutture ricettive. È necessario affidare loro
anche attività di prevenzione, direttamente promosse
e gestite, ma, soprattutto, bisogna andare oltre i risultati
ottenuti. In altre parole, i problemi molto spesso insorgono
quando il giovane curato deve essere reinserito nella società,
quando ritrova città invivibili, non trova centri di
accoglienza e, soprattutto al sud, non trova il diritto di piena
cittadinanza: il lavoro, che potrebbe avere uno scopo anche
pedagogico e formativo e di reinserimento a pieno titolo. L'impegno,
quindi, non è finalizzato a fare dei giovani ex tossicodipendenti
una categoria protetta, ma ad offrire strumenti alle comunità,
perché dopo la disintossicazione e la riabilitazione
possano preparare il pieno reinserimento del giovane nella società.
La strategia globale non può fare a meno, come dicevamo,
della repressione. La nostra posizione è chiara: non
vogliamo criminalizzare il tossicodipendente, ma sappiamo che
bisogna ulteriormente rafforzare le politiche che colpiscono
gli spacciatori e, soprattutto, rinnovare un forte impegno contro
il narcotraffico. La lotta alla droga deve essere soprattutto
lotta al cartello della droga e a tutte le mafie che, attorno
ad essa, fanno i loro sporchi affari. Una svolta è possibile
ed è quella di incidere sul riciclaggio: sappiamo che
flussi di danaro sporco giungono nel mercato legale attraverso
società e banche che sono presenti nei paradisi fiscali.
Un impegno serio può essere quello di mettere fine al
segreto bancario ed è una delle proposte a cui è
pervenuta anche l'Assemblea generale delle Nazioni Unite, riunitasi
nel 1998, con la partecipazione di 35 Capi di Stato, a New York.
In quella sede, fu avanzata tale proposta, al fine di sollecitare
una riflessione. Fu ribadito che la droga è un problema
planetario che necessita l'adozione di una posizione comune
e l'impegno di tutti gli Stati ad evitare che vi sia l'offerta
e la domanda, con iniziative che passano attraverso una politica
finanziaria chiara e netta, che blocchi chi fa affari sulla
tossicodipendenza.
Signor Presidente, vorrei fare un'ultima considerazione, nata
a seguito della presentazione di alcune mozioni che non affrontano,
in termini definitivi, il problema. Esso rimane aperto. A tal
riguardo, vogliamo esprimere la nostra opinione come esponenti
del gruppo della Margherita. Molto spesso, quando si parla di
tossicodipendenza, si affronta il tema del proibizionismo e
dell'antiproibizionismo. Quando tale questione diventa veramente
dialettica, ci si ferma, si arriva all'immobilismo. Il dibattito,
in tal caso, non è utile perché porta a non agire
contro la droga. Nel frattempo, emergono schemi manichei e furori
ideologici, quasi a voler mettere uno spartiacque tra conservatori
e progressisti, tutti convinti di possedere la verità.
Noi pensiamo, invece, che occorra dialogare e sviluppare una
capacità di ascolto.
Entriamo nel merito delle questioni anche in questo dibattito.
La prima riguarda l'opportunità di un'iniziativa autonoma
di un paese nella scelta di legalizzare qualsiasi droga, sia
essa leggera o pesante. Ho parlato dell'Assemblea generale dell'ONU
e ho riferito che, in tale sede, è stata ribadita, con
una risoluzione, l'illegalità della droga. Va anche ricordato
che il Parlamento europeo ha più volte detto «no»
alla legalizzazione di qualsiasi droga. Ciò rappresenterebbe,
dunque, un atto di grave rottura internazionale delle convenzioni,
più volte votate. Il nostro paese, unito nella solidarietà
europea, non può non tener conto delle politiche più
volte approvate in quella sede. Deve esserci dunque l'impegno
a non discostarsi dalle posizioni condivise e soprattutto di
evitare che il nostro paese diventi, così com'è
accaduto altrove, meta di turismo della droga.
La seconda considerazione ha un riferimento scientifico. Qualcuno
sostiene che le droghe cosiddette leggere non provochino danni
alla salute. Questa sera vogliamo affermare che anche su questi
temi è necessario un ulteriore approfondimento. Le droghe
cosiddette leggere possono comunque causare gravi danni alla
sfera psicoemotiva di un adolescente che deve educare le proprie
emozioni. Le droghe leggere alterano il rapporto con la realtà
e disinnescano i freni inibitori. Tra l'altro, quando si parla
delle droghe leggere, non si tiene conto di quelle cosiddette
sintetiche che, è vero, non provocano assuefazione, ma
causano gravi danni fisici al sistema nervoso centrale.
Quindi, riteniamo sbagliato pensare alla legalizzazione. Si
è di fronte ad una sottovalutazione del fenomeno, mentre
è necessario intervenire con tempestività e profondità
ed occorre capire cosa induca all'uso della droga: è
proprio nel momento in cui il disagio nasce che bisogna saper
percepire il messaggio di protesta, di denuncia e di dolore
lanciato dal giovane che comincia a fare uso di stupefacenti.
La terza considerazione è economico-finanziaria. Si asserisce
che legalizzare le droghe leggere possa servire a separare il
loro mercato da quello delle droghe pesanti, ad evitare una
contiguità, a sottrarre alle organizzazioni mafiose una
larga fascia di consumatori; inoltre, la legalizzazione farebbe
venire meno il cosiddetto proibizionismo e determinerebbe, conseguentemente,
una caduta del consumo di droga.
A tali argomentazioni abbiamo da opporre alcune semplici considerazioni.
Pensiamo che non si possa ridurre un fenomeno così complesso
a questioni economico-finanziarie; in ogni caso, dovendo comunque
stabilire alcune regole (ad esempio, il limite di età
degli acquirenti), lo Stato-distributore sarebbe nuovamente
scavalcato da mercati illeciti che si rivolgerebbero a nuovi
consumatori ed a nuove sostanze.
Ma poi, siamo veramente certi che la legalizzazione faccia passare
di moda lo spinello e che l'assenza di trasgressione possa far
diminuire il consumo di stupefacenti? Anche in questo caso possiamo
controbattere in maniera molto semplice: la legalizzazione non
darebbe alcuna motivazione per smettere e, forse, ne offrirebbe
tante per cominciare; non si avrebbe una diminuzione del consumo,
ma anzi un aumento, senz'altro utile alle mafie del narcotraffico,
le quali appronterebbero altre strategie per adescare nuovi
consumatori.
Non bisogna guardare alle scorciatoie; occorre privilegiare
l'impegno serio e quella strategia globale cui abbiamo fatto
riferimento (e quando parliamo di strategia globale alludiamo
anche alla necessità di non gettare la spugna). A tale
proposito, alcune considerazioni riferite alla cosiddetta esperienza
svizzera trovano la nostra ferma opposizione. Più specificamente,
avendo riguardo proprio al predetto esperimento svizzero, il
ministro della salute del Governo Berlusconi, professor Sirchia,
in un'intervista concessa al Corriere della sera, ha ritenuto
di poter considerare interessante l'utilizzo legale dell'eroina.
Vogliamo dire al ministro che consideriamo tale strategia estremamente
negativa: somministrare eroina significa mettere a rischio l'equilibrio
psicofisico del giovane, distruggerne l'intelligenza, l'amore
per la vita e l'esistenza stessa. Nel famoso parco di Zurigo,
i giovani non vengono curati, ma isolati, accontentati e nessuno
si preoccupa del loro futuro: è una scelta, quella, comunque
egoistica. Non pensiamo a quella svizzera come ad una esperienza
di tolleranza: essa ha come obiettivo di rimuovere il problema
della tossicodipendenza.
Sono queste le motivazioni poste alla base della nostra mozione.
Dopo averle illustrate, da un lato, riteniamo di dover ribadire
il nostro impegno per la cura, la riabilitazione ed il reinserimento
dei giovani e, dall'altro, vogliamo dire di no alla legalizzazione
di qualsiasi droga.
Dire «no» non significa criminalizzare il tossicodipendente,
non significa avere esaurito il problema, dire «no»
significa che vogliamo fare una scelta probabilmente più
difficile: aiutare i giovani ad uscire dal tunnel ed a scegliere
la vita. Tanti giovani lo hanno dimostrato con la loro esperienza:
la droga è un male che si può vincere, ma è
una sfida che coinvolge tutti, nessuno escluso (Applausi dei
deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo e dei Democratici
di sinistra-l'Ulivo - Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole
Maura Cossutta, che illustrerà anche la sua mozione n.
1-00050. Ne ha facoltà.
MAURA COSSUTTA. Signor Presidente, ritengo che
sulla questione delle droghe occorra molta più serietà.
Molto, certo, è stato fatto, molto si è discusso,
ma ancora tanto c'è da fare e tanto c'è da discutere.
Troppo spesso prevalgono, invece, atteggiamenti pregiudiziali
che non aiutano all'ascolto, al confronto, e quindi anche alle
scelte. Invece, occorre innanzitutto un atteggiamento culturale
di non autoreferenzialità e una scelta condivisa di sincera
e coerente laicità. Sì, parlo di laicità,
perché credo che questo sia un punto dirimente. La laicità
non è un pensiero debole, un minimalismo culturale pragmatico,
non significa relativismo etico né tanto meno anticlericalismo.
È l'orizzonte alto che i nostri padri costituenti tutti
hanno scelto per scrivere il patto costituente. La laicità
non è un contenitore vuoto di valori e di principi, bensì
il percorso consapevole che ha costruito la cultura dell'universalismo
dei diritti e la cultura democratica. Lo dico perché
questa cultura ha affidato alla politica, all'istituzione, il
compito della ricerca del bene comune e della costruzione della
polis. Al di fuori di questo, io credo che la politica si riduca
a ben poca cosa: tattica, rincorsa della convenienza. Così
essa entra in una crisi profonda di autorevolezza. Oggi, tutta
la politica è in crisi, e non è un caso che oggi
parlino le uniche autorità storicamente riconosciute:
la Chiesa e la scienza. Ma questo non è un bene. Nell'affrontare
allora il tema delle politiche sulle droghe occorre tenere conto
di questo e contrastare tutti insieme ideologie a priori, presunzioni
di verità, illusioni di sicurezze identitarie, e anche
- io dico - percorsi legislativi che abbandonano la strada maestra
della laicità. Il mio atteggiamento, quindi, vuole essere
aperto, chiaramente e dichiaratamente aperto, e, con questa
ricerca vera di confronto, tenta di essere rigoroso.
Dobbiamo ragionare sulle tante esperienze, sui risultati, sulle
conseguenze di alcune scelte fatte, sui contesti storici, sociali,
culturali, da cui quelle scelte sono partite: in Italia, in
Europa e nel mondo. La mia opinione è che alcuni modelli
- li chiamo modelli perché sono diventati dei modelli
-, purtroppo, non abbiano funzionato. Non ha funzionato il modello
che, per chiarezza, per semplificazione, abbiamo tutti chiamato
proibizionista; si è dimostrata un'illusione l'equazione
vietare uguale a impedire. Nella mozione che ho presentato a
nome di tutti i deputati del gruppo dei Comunisti italiani (con
la firma anche di altri deputati, di altri gruppi) sono citati
dati, statistiche. Si è proclamata la guerra alla droga,
ma si è lasciata fare purtroppo la guerra ai drogati.
Il proibizionismo, le politiche punitive, non sono riuscite
né a vedere né a contenere soprattutto le conseguenze
di questa criminalizzazione. Penso all'aumento vertiginoso del
numero dei detenuti ed anche all'estensione del fenomeno criminale
del traffico delle droghe, grande business mondiale (ai primissimi
posti). Ritengo, però - e questo è il secondo
punto - che anche il modello cosiddetto della legalizzazione
abbia seri limiti - e mi rivolgo ai colleghi popolari - , perché,
se è vero che può eliminare il mercato illecito,
esso è condizionato solo dagli aspetti legali, senza
considerare il rischio dell'allargamento del consumo. Ragioniamo,
io sono pronta a ragionare e a confrontarmi.
Ancora: il modello, diciamo, medico, cioè l'approccio
al problema fondamentalmente da un punto di vista medico, pone,
credo, serie questioni. Sanitarizzare e medicalizzare questo
problema complesso significa rimuovere l'obiettivo di intercettazione
del disagio sociale non solo dei giovani, cioè rimuovere
quegli aspetti psicologici, sociali e culturali del fenomeno
e, invece di assumere l'obiettivo della tutela della salute
del tossicodipendente, soprattutto dalla piaga delle infezioni
da HIV - questo, ad esempio, è stato un elemento che
ha contribuito a correggere le politiche di tanti Stati europei
negli anni passati - e della salute pubblica, propone strategie
esclusivamente sanitarie e mediche che considerano sempre il
tossicodipendente come un malato non in grado di badare a se
stesso e tale da poter essere addirittura considerato incapace
di intendere e di volere, con la conseguenza, inevitabile, di
un'unica risposta terapeutica obbligatoria e persino coatta.
Lo dico perché è di questo che si sta parlando:
anche di ipotesi di strategie terapeutiche obbligatorie e coatte
con la conseguenza, ancora più grave, che questo malato
non sia più titolare della pienezza dei diritti.
Le comunità in cui si pratica esclusivamente la scelta
dell'astinenza, anche prevedendo il ricovero coatto, sono, oggi,
sempre più corteggiate ma sono sempre più simili,
purtroppo, alle istituzioni segreganti dei vecchi e nuovi manicomi
proposti da disegni di legge della destra che vogliono modificare
anche la legge n.180. Sono domande serie, sono dubbi che, insieme,
dobbiamo porci: è questo davvero il modello che si vuole
perseguire? Si ha coscienza, per davvero, di dove può
portare questa brusca, violenta inversione di rotta? Sta avvenendo
una torsione profonda, io credo, di una cultura di riferimento
che, badate, non è solo una cultura della sinistra, è
una cultura di riferimento più generale che è
stata capace di costruire, nei decenni, diritti e conquiste
per tutti, emancipazione sociale, promozione delle libertà
e responsabilità individuali insieme: libertà
e responsabilità individuali insieme anche alla responsabilità
collettiva.
Si dice che lo Stato ha il diritto e il dovere di intervenire
sostituendosi al soggetto fragile e/o patologico e/o deviante
e lo si dice in termini etici, non solo, quindi, per la sicurezza
della collettività ma anche per la salvezza di questi
soggetti. Questo è un punto delicato, forse anche di
divisione, ma credo che dobbiamo confrontarci perché
ritengo sia in discussione una cultura di riferimento. Si dice
che questa è la vera solidarietà. Io penso che
stia dilagando una visione etica della legislazione sull'onda,
purtroppo, di emozioni e di paure che si cavalcano senza governarle.
La tolleranza zero non assume più alcun connotato autoritario
ma solo salvifico. Questa solidarietà, in realtà,
a mio avviso - è questo un motivo di discussione su cui
intendo confrontarmi con tutti i colleghi - è subalterna
al divieto penale ed è preoccupante che questi segnali
non siano visti e non siano compresi come segnali preoccupanti.
Mi rivolgo a chi non è di sinistra ma è un democratico,
un laico e mi rivolgo anche ai cattolici che sono o dovrebbero
essere, tutti, laici; mi rivolgo a chi è e si sente liberale:
la normalizzazione sociale autoritaria, questa intolleranza
salvifica, il dilagante impulso ad una legislazione fortemente
etica non sono segno di modernità ma di restaurazione;
è in atto un'operazione politica e culturale che poco
ha a che fare, purtroppo, con l'efficacia delle politiche sulle
droghe.
Si riservano attenzione ed interventi per i tossicodipendenti
che scelgono la strada terapeutica, per coloro che si vogliono
salvare, ma solo per quelli, e abbandono, purtroppo - mi rivolgo
al collega del gruppo dei popolari -, di quell'altra utenza
che non si intercetta o che subisce, nelle comunità,
un fallimento terapeutico. Sulle droghe, certamente, devono
cambiare i comportamenti dei tossicodipendenti ma anche l'atteggiamento
della società verso di loro. Non sarà sufficiente
nessuna politica se questo punto non sarà acquisito e
se non si costruiscono, contemporaneamente alle politiche specifiche
sulle droghe, anche le condizioni culturali per un pieno inserimento
dei tossicodipendenti nella società.
Certo, serve allora l'informazione, tanta. Ma quanti tabù,
quanti preconcetti, quando si fa informazione seria, corretta,
tra gli adolescenti nelle scuole. Serve informazione, con tutti
gli strumenti per intercettare i giovani, per far arrivare l'informazione,
affinché diventi strumento attivo di consapevolezza.
Serve quindi l'informazione, la prevenzione, tanta. Intervenire,
certamente, sul disagio, là dove si intuiscono i segnali
di un futuro problema. Serve una rete forte di servizi socio-sanitari,
non solo pubblici, ma in integrazione - questa è l'esperienza
positiva di questi anni - con il volontariato ed il privato
sociale, con risorse certe ed aumentate (serve più welfare,
non meno spesa sociale). Servono, inoltre - questo è
il punto che ci differenzia da altri colleghi - misure capaci
di depenalizzare: per ridurre il numero dei detenuti è
necessario aumentare le pene alternative al carcere; serve,
credo, una politica di riforma per mutare le norme culturali
sulle droghe e portare verso una sempre maggiore integrazione
ed inclusione sociale dei tossicodipendenti. Se invece si pongono
l'accento e l'enfasi, come purtroppo si sta facendo da più
parti, soprattutto dalle destre (vedendo la mozione presentata
dagli esponenti della Lega sono inorridita), sul divieto di
consumo e sulla punibilità, anche le sperimentazioni
dei servizi e le sperimentazioni terapeutiche si conformeranno
sola alla logica coattiva, persino con una sovrapposizione tra
sistema terapeutico e carcerario. A tal proposito la proposta
di affidare alla comunità di Muccioli le pene alternative
al carcere la dice lunga; lo ripeto, la dice lunga.
In conclusione, la mia mozione vuole dire semplicemente questo:
costruiamo un'attenzione vera, seria, critica; sulle scelte
finora fatte apriamo un confronto rigoroso, come è avvenuto
durante la scorsa legislatura, con un'indagine conoscitiva alla
Commissione sanità del Senato, anche in riferimento alle
esperienze di altri paesi europei - che certo sono differenti
da noi e a cui noi non vogliamo per tanti aspetti assomigliare
-; esperienze che, purtroppo, non hanno in Italia la legittimità
di essere discusse. La politica di riduzione del danno, è
a ciò che mi voglio riferire, va nominata fino in fondo
senza tentennamenti e va praticata con coerenza. Si tratta di
una strategia complessa per un problema che si presenta complesso,
una strategia che interviene su più piani: su quello
dell'informazione e della prevenzione certamente; su quello
dell'estensione dei servizi e delle politiche sociali, altrettanto.
Interviene, però, anche su quello della depenalizzazione,
aprendo alla sperimentazione. In tanti comuni questo è
già stato fatto con molti operatori serissimi. Molto
è già stato fatto. Parlo di una sperimentazione
ovviamente controllata, attentamente valutata - ed intendo dire
valutata rispetto anche ai risultati nelle comunità basate
sulla scelta dell'astinenza (tutto questo l'abbiamo scritto
nella nostra mozione) - cercando sempre il coinvolgimento, il
più consapevole possibile, dei consumatori di droga.
Parlo anche di una sperimentazione per fasce di popolazione
a rischio, collega dei popolari, e non per tutti, della somministrazione
controllata di eroina.
Si tratta di una strategia difficile, questa sì, molto
difficile, proprio perché non è mai scelta di
indifferenza, rassegnazione, che rimuove il dramma umano e sociale
della droga. Si tratta, invece, di una politica che chiama il
massimo della responsabilizzazione nel controllo sociale, di
quella solidarietà fattiva che tutti proclamano ma che,
per essere tale, prima di pretendere di salvare si deve imporre
di aiutare.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole
Battaglia, che illustrerà anche la mozione Turco ed altri
n. 1-00051, di cui è cofirmatario. Ne ha facoltà.
AUGUSTO BATTAGLIA. Signor Presidente, non è
la prima volta che in Assemblea si affronta l'argomento della
tossicodipendenza. Lo abbiamo già fatto anni fa con la
legge n. 309 e più recentemente con la legge n. 145.
Il tema è sempre stato oggetto di confronti appassionati,
al di là delle posizioni di ciascuno di noi, perché
tutti, credo, abbiamo a cuore l'esigenza di individuare la strada
giusta per realizzare le condizioni per prevenire, arginare,
sconfiggere, l'abuso di sostanze che portano dipendenza e le
implicazioni che l'abuso di droghe porta nella vita delle persone,
negli equilibri di tante famiglie, nella società intera.
Non è quindi la prima volta, ma non siamo neanche all'anno
zero.
Vi è oggi, a differenza che nel passato, un'importante
rete di servizi: mi riferisco ai servizi pubblici e privati
e ai SERT. Le comunità, i comuni e le ASL si sono impegnati
e vi è una presenza nel territorio per affrontare questo
problema. Anzi, vogliamo sottolineare il grande lavoro svolto
nel corso della XIII legislatura, che non ha visto soltanto
l'approvazione della legge n. 45 del 1999, ma anche, e soprattutto,
una costante azione di Governo. Si è operato con efficacia
per rafforzare i servizi, a partire dalla riqualificazione e
dal rafforzamento della presenza pubblica, delle ASL e dei comuni,
ma si è lavorato anche per riorganizzare e migliorare
quella miriade di realtà del privato sociale, fatto spesso
di esperienze ispirate ad una forte solidarietà, molto
motivate, con una forte componente di volontariato, esperienze,
in alcune realtà di frontiera, anche eroiche. Mi riferisco
a tante iniziative che si sono realizzate nella storia di questo
settore, dal gruppo Abele, alle tante comunità e realtà
di accoglienza, al CEIS al CNCA, a San Patrignano e alla fondazione
Exodus.
Su questo fronte vi è stato un grande impegno e lo dimostrano
il lavoro di questi anni ed i tanti atti del Governo di centrosinistra.
Si è portato il fondo per l'intervento della lotta alla
droga a 800 miliardi di lire ed è stato siglato l'atto
di intesa tra Stato e regioni che ha consentito di costruire
e di rafforzare una rete significativa, per offrire un ventaglio
di possibilità di intervento: terapie multidisciplinari,
trattamenti farmacologici, servizi di comunità residenziale
e semiresidenziale, riduzione del danno (questione tanto discussa)
e reinserimento lavorativo. Proprio questa gamma di possibilità
è importante, perché il tossicodipendente - lo
ripetiamo spesso - è un individuo con il suo disagio,
con le sue nevrosi, con le sue povertà, ma anche con
le sue risorse. Solo la capacità di capire quel male
oscuro e i suoi problemi mette l'operatore ed il servizio in
grado di realizzare un progetto individuale per quella persona.
Ecco il motivo per cui - anche in alcune mozioni presentate
dalla maggioranza vi è traccia di questo atteggiamento
- trovo sempre inutile e superficiale la difesa di questo o
quel modello, l'alzare i vessilli di questa metodologia o di
quella comunità, per dire che solo una è la soluzione
e che l'altra non serve. Non è così. Ce lo dice
l'esperienza di questi anni e, soprattutto, l'esperienza di
chi ha lavorato con i giovani e meno giovani alle prese con
questo dramma. Gli operatori ce lo hanno detto con molta chiarezza
negli anni scorsi, ad esempio, nella prima conferenza sulla
droga a Napoli e in quella successiva di Genova. Gli operatori,
con il loro lavoro e la loro esperienza, ci hanno aiutato a
capire che bisogna, e si può, prevenire la tossicodipendenza,
ma tale obiettivo non si raggiunge soltanto con minacciose sanzioni
e proibizioni; si previene il fenomeno, se si mettono tanti
giovani in condizione di ragionare e di riflettere, se si forniscono
loro le informazioni corrette, ad esempio, nella scuola, quando
attraversano un età spesso difficile, o anche nei loro
spazi, nelle discoteche, in quei luoghi di divertimento dove,
però, spesso il gruppo e l'eccitazione rendono più
facile l'aggancio dello spacciatore.
Gli operatori ci hanno insegnato che la tossicodipendenza si
può vincere individuando di volta in volta il percorso
giusto, che talora può essere la terapia psicologica
e altre volte la somministrazione di un farmaco sostitutivo
che consenta di attenuare la dipendenza e di avviare un processo
di recupero o un intervento educativo, anche attraverso la sperimentazione,
in molti casi, di una nuova vita nelle comunità.
Tuttavia, essi ci dicono che, se vogliamo affrontare il problema
per quello che è, e non per quello che noi immaginiamo,
dobbiamo sapere che non tutti i tossicodipendenti sono in condizione
o sono disposti o hanno la forza di rivolgersi al servizio.
Se il tossicodipendente non ha questa forza è il servizio
che deve andare da lui. Mi riferisco a servizi a bassa soglia,
riduzione del danno, quell'aggancio che ancora, magari, non
ci consente di curare e di recuperare, ma apre un dialogo, difficile
e debole in alcuni casi, e stabilisce un contatto. Magari ti
dà la siringa per non contrarre l'AIDS o l'epatite, ma
migliora la qualità della tua vita, ti aiuta a non morire.
Questo, scusatemi, come leggo in alcune mozioni, non è
accettazione, incoraggiamento, tolleranza alla droga, assuefazione,
è tutt'altro: è una possibilità in più
per agganciare persone che altrimenti rimarrebbero abbandonate
a se stesse.
In questi casi di frontiera difficili e duri, come si fa a dire
che metadone o riduzione del danno cronicizzano le situazioni?
Certo, possono anche sortire questo effetto, possono farlo se
gli interventi non sono ben attuati. Al contrario, se bene effettuati,
consentono di aprire un varco ad un possibile intervento di
recupero: questo dice l'esperienza. L'intervento buono o cattivo
non ha nulla a che vedere con il tipo di intervento - dobbiamo
superare questo equivoco - ma ha a che vedere con la professionalità
dell'operatore.
Vorrei dire ai colleghi Volontè e Michelini che il problema
non è verificare i risultati della strategia della riduzione
del danno, ma effettuare una costante verifica della qualità
su tutti i servizi erogati. Infatti, si può sbagliare
negli interventi sulla riduzione del danno, si può essere
inefficaci nelle comunità e si può essere inefficaci
nel lavoro dei SERT. Allora, dobbiamo lavorare alla qualità
dei SERT, verificare gli effetti delle terapie farmacologiche,
verificare i risultati del lavoro delle comunità e dei
servizi a bassa soglia. Per tutti occorre conoscere quanti e
quali utenti entrano nel servizio, quelli che escono e come
ne escono, e quanti sono, poi, quelli che a distanza ricadono
nella tossicodipendenza.
Abbiamo bisogno di verità in questo settore, non di slogan,
di propaganda, di modelli che dicano «noi siamo i più
bravi di tutti» e ti facciano vedere quello che quel giorno
ti vogliono far vedere. Abbiamo la responsabilità di
andare a fondo delle cose e chiediamo che si vada a fondo sull'insieme
dei servizi per valutare quello che vale e quello che non vale,
per incoraggiare e sviluppare quello che dà risultati
e per scartare quello che, invece, risultati non dà.
Solo questo ci aiuterà a mettere a punto nuove strategie
sempre più efficaci ed anche a selezionare i servizi
migliori, quelli che danno risultati. Non c'è dubbio
che una messa a punto serva, ma non perché in questi
anni, come leggo nelle vostre mozioni, si è privilegiato
un tipo di servizi, quelli a bassa soglia, rispetto ad altri,
o si sono rafforzati i SERT penalizzando le comunità.
Sapete che ciò non è assolutamente vero perché
in questi anni abbiamo avuto uno sviluppo dell'insieme dei servizi.
Dobbiamo mettere a punto la strategia perché il fenomeno
droga è in continua trasformazione. Cambiano i tempi,
le persone, le abitudini, le mode, le sostanze e quello che
valeva ieri non sempre vale anche oggi. Questo ci dicono i dati
dell'osservatorio, i dati dell'Istituto superiore di sanità
ed anche i dati comunicatici recentemente dal ministro Maroni.
Non credo che questo allarmismo serva a risolvere i problemi.
Non vedo in Italia quell'onda crescente e devastante che descrive
l'onorevole Michelini, la tragedia collettiva che non risparmia
più nessuno. Se fossimo a questo punto, signori, dovremmo
veramente ricominciare da capo. Le cose non stanno così.
Naturalmente, lungi da me sottovalutare la gravità e
la drammaticità del fenomeno, grave anche se ci fosse
una sola famiglia a vivere questa tragedia. Non voglio, dunque,
sottovalutare niente, però i dati non dicono quanto è
scritto in quella mozione, tutt'altro.
Se vogliamo fare cose utili dobbiamo partire dalla realtà,
non dalla descrizione di una realtà che non esiste o
che non ha quelle caratteristiche. I dati ci dicono che il fenomeno
della tossicodipendenza in Italia è statico, non c'è
una crescita prorompente. Diminuisce l'uso di eroina, cresce,
ma di poco, l'abuso di altre sostanze. È stabile il numero
dei decessi e anche quello dei detenuti tossicodipendenti. Naturalmente,
non ci possiamo accontentare di questo, però è
tutt'altro rispetto a quello che leggo nelle mozioni.
Ci sono nuovi fenomeni preoccupanti, le nuove droghe: l'ecstasy,
la ketamina, una crescita dell'abuso di cocaina. Si tratta di
fenomeni gravi, non soltanto perché sono sostanze nuove
e pericolose come le altre, ma perché spesso esse sono
sottovalutate, non sono vissute da chi le assume come droghe,
mentre, invece, provocano disastri anche loro.
In questi anni, all'interno di questo mondo che cambia, che
si trasforma, qualcosa è successo; partendo anche da
ciò che abbiamo realizzato (non lo dico per valorizzare
il lavoro del Governo di centrosinistra ma perché si
tratta di un lavoro collettivo), la società italiana
si è attrezzata ed ha risposto. Per esempio, gli ultimi
dati forniti dal Ministero ci parlano di un fatto positivo,
cioè che si è verificato un aumento del ricorso
ai servizi da parte dei tossicodipendenti. Il vero problema
è come agganciare il tossicodipendente e questo ventaglio
di servizi che abbiamo costruito ha fornito la possibilità
a più persone - che prima rimanevano fuori e non avevano
contatto con i servizi - di rivolgersi agli operatori: tutto
ciò è molto importante e ha rotto quel muro che
separa il tossico, così come viene definito, dalla comunità.
I dati ci dicono che diminuiscono le infezioni di Hiv, l'Aids,
e tutto ciò è molto importante perché migliora
la qualità della vita di quelle persone, che non sono
più lasciate a se stesse, ma hanno degli interlocutori,
qualcuno che li aiuta anche a vivere meglio questa situazione
drammatica dalla quale non riescono a liberarsi.
I dati ci dicono che anche i risultati dei servizi in termini
di recupero sono buoni, perché tanti giovani - grazie
ai SERT, alle comunità, ai servizi a bassa soglia e a
quelli educativi e formativi - trovano in loro stessi e nei
servizi la forza di cogliere l'opportunità di liberarsi
dalla schiavitù della droga, per ridiventare uomini e
donne libere.
Non so se abbiamo intrapreso la strada giusta perché
dobbiamo sempre mantenere il dubbio (che ci fa andare avanti,
guai cullarsi sugli allori), ma tutto ciò ci dice che
abbiamo lavorato, che siamo andati avanti, che ci sono dei risultati
positivi.
Credo che dobbiamo partire da questa realtà e anche le
risoluzioni presentate oggi in questo Parlamento per essere
utili devono farlo, per vedere come possiamo migliorare ed andare
avanti. Da questo punto di vista, chiediamo al Governo degli
impegni, in primo luogo quello delle risorse. Infatti, sono
necessarie le risorse per rafforzare e migliorare la rete, per
potenziare i servizi pubblici nella sanità (i SERT, le
piante organiche, le assunzioni) - perché tale lavoro
richiede risorse e personale - per rafforzare i servizi dei
comuni per le comunità, e per sviluppare i servizi più
difficili, quelli di riduzione del danno.
Da questo punto di vista, la finanziaria non ha dato risposte
perché ha bloccato il fondo per le politiche sociali
a quello dell'anno scorso; anzi, abbiamo dovuto presentare un
emendamento perché avevate tolto circa mezzo miliardo,
non so per quale vostro emendamento. Sulla sanità sappiamo
quali siano le difficoltà, ne abbiamo parlato in quest'Assemblea
poco fa.
Inoltre, è necessario anche attuare le cose che sono
già state decise. Per esempio, l'atto di intesa Stato-regioni
del 5 agosto 1999 va attuato in tutte le regioni: alcune lo
hanno fatto, altre sono indietro. Dobbiamo, quindi, lavorare
in questo senso, fissare gli standard per i servizi, istituire
gli albi per le diverse specifiche aree, attuare la verifica
della permanenza degli standard dei servizi finanziati.
In tutte le ASL bisogna realizzare i dipartimenti delle dipendenze,
proprio per fornire un'evoluzione ai servizi dei SERT e per
renderli più funzionali ed efficaci. Anche noi abbiamo
a cuore la qualità del lavoro dei SERT e del servizio
pubblico, non liquidiamo - come ha fatto l'onorevole Fini -
l'attività di centinaia e migliaia di lavoratori che
affrontano la parte più difficile, perché, a differenza
di altri servizi, i SERT hanno l'utenza del territorio, quella
più difficile, non quella selezionata con dietro la famiglia
e via dicendo.
I SERT svolgono il lavoro più duro ed esso va rispettato:
troppo comodo giudicare dal di fuori ed affermare che serve
a poco o a niente. Invece, dobbiamo rafforzarli, creare i dipartimenti
e fissare gli standard di funzionamento anche del servizio pubblico.
Inoltre, non dobbiamo attuare l'atto di intesa in tutte le sue
parti, in quanto dobbiamo offrire quella che abbiamo definito
la rete dei servizi, quella che ci consente di realizzare programmi
individualizzati. Dunque, bisogna insistere sulla prevenzione,
che significa: sostegno alla famiglia nelle sue responsabilità
educative; potenziamento delle campagne di informazione, sia
verso le scuole sia verso discoteche e i giovani; attivazione
di percorsi riabilitativi e sviluppo di quegli interventi di
riduzione del danno che hanno dato risultati importanti. Tutto
ciò, naturalmente, verificando quanto successo e il funzionamento
dei servizi. Dobbiamo realizzare tutto questo anche guardando
l'Europa, avvalendoci delle esperienze degli altri paesi.
Non credo che qui, per l'ennesima volta, si debba svolgere la
solita discussione, in cui ci si accusa a vicenda di essere
proibizionisti o antiproibizionisti, di voler vendere la droga
dal tabaccaio o di voler mettere in carcere chiunque si fumi
uno spinello. Si tratta di una polemica passata ed inutile che
divide l'Assemblea e non risolve nulla, perché il mondo
gira ugualmente e le vicende si realizzano lo stesso.
Sarebbe invece più serio guardarsi intorno, anche oltre
i confini del nostro paese, valutando seriamente le esperienze
anche degli altri paesi; ad esempio, quanto si è realizzato
in Svizzera, in Spagna e in Olanda. Tra circa due mesi uscirà
la relazione relativa al lavoro svolto in Olanda e, ritengo,
che la questione seria da affrontare sia quella di misurarci
con i risultati scientifici e non con quanto abbiamo sentito
dire o abbiamo letto sul giornale. Occorre affrontare tutto
ciò con un taglio rigoroso, scientifico e scoprire se
altre soluzioni, magari sperimentate in altri paesi utilizzando
determinati farmaci e sostanze, riescano a farci fare passi
avanti.
Se, dunque, notiamo che anche da quelle esperienze - discutibili
quanto vogliamo e discusse, tra l'altro, anche in questa sede
- emergono cose positive, è nostro dovere misurarci con
tali risultati. Quindi, anche forme di somministrazione controllata;
verifichiamo quanto successo in quei paesi prima di scartare
ogni soluzione.
Occorre svolgere tale verifica con rigore e coraggio, perché
in gioco vi sono vite umane, che dipendono anche dalle nostre
scelte. Soprattutto, dobbiamo guardare all'interno dei servizi
che hanno vissuto una fase spontanea, sperimentale, con operatori
che, spesso, soprattutto nei primi anni, si sono formati sul
campo, non avendo un'adeguata professionalità ma che,
nella realtà, hanno poi dimostrato di riuscire a conseguire
dei risultati.
Ora, se vogliamo migliorare, dobbiamo passare ad una fase nuova,
che richiede il superamento di aree di incertezza e di ambiguità.
Vanno, quindi, definiti i profili degli operatori e di chi può
essere responsabile di un servizio sociale o di un servizio
sanitario; dobbiamo definire la formazione necessaria per svolgere
quelle funzioni e, per coloro che già lavorano, dobbiamo
definire l'equipollenza dei titoli, la formazione permanente
nel pubblico e nel privato.
Se faremo tale operazione riusciremo a realizzare, a rafforzare,
una gamma di servizi articolata, con operatori professionali,
con modelli definiti nel pubblico e nel privato e, in quest'ultimo
settore, anche con tariffe certe. Infatti, anche il privato
ha bisogno di certezze; va bene la solidarietà, va bene
il volontariato, va bene la passione che ci si mette, ma un
servizio per funzionare ha comunque bisogno di risorse e di
certezze nel finanziamento. Il pubblico non deve finanziare
attraverso contributi, occorre disporre di strumenti più
efficaci.
Occorre anche rivedere la situazione delle carceri; vi sono
troppi detenuti tossicodipendenti. Anche tali soggetti hanno
diritto alla tutela della salute e, nei limiti del possibile,
se il reato è stato la conseguenza di una patologia,
qual è la tossicodipendenza, allora è questa che
dobbiamo curare e superare.
Quindi, sviluppiamo forme di custodia alternative al carcere.
Non creiamo il carcere dei tossicodipendenti; non mettiamoli
tutti da una parte, come sembra qualcuno voglia fare!
Facciamo un discorso serio: fissiamo gli standard, facciamo
un albo presso il Ministero della giustizia, adottiamo tutte
le soluzioni idonee a consentire alle persone di scontare la
pena in una condizione che possa aiutarle a superare la dipendenza.
Ho concluso, signor Presidente. In ultimo, la nostra mozione
sollecita maggior impegno nella lotta al traffico ed allo spaccio
delle droghe. È lì che si deve operare con fermezza
e con rigore, usando i mezzi più sofisticati, mobilitando
le forze dell'ordine, colpendo i capitali che si accrescono
con il commercio della droga e il traffico internazionale. L'Unione
europea ci invita e ci sollecita a collaborare nei procedimenti
contro il traffico della droga: credo che la legge sulle rogatorie
non aiuti a farlo.
Allo stesso modo, non ci rende ottimisti quello che sta succedendo
al Ministero del lavoro e degli affari sociali del ministro
Maroni: ho l'impressione che gli affari sociali, per questo
Governo, quasi non esistano, non soltanto nel settore della
tossicodipendenza, ma anche in altri settori. Ora mi si deve
spiegare perché, per un anno, non si è convocata
la consulta sulla tossicodipendenza, perché si è
indebolito l'osservatorio, bloccando le convenzioni con il gruppo
Abele e con il CNR. Posso capire l'atteggiamento nei confronti
del gruppo Abele. O meglio, non lo capisco; comunque, il gruppo
Abele non può essere simpatico a tutti, ma il CNR è
un'istituzione pubblica. L'osservatorio è stato messo
nelle condizioni di non funzionare e questo è grave sia
sul fronte interno sia sul fronte dei collegamenti con l'osservatorio
europeo di Lisbona: si tratta di strumenti importanti. Inoltre,
non si capisce il motivo del rallentamento di una serie di provvedimenti
amministrativi, né la mancanza di impegno sull'attuazione
dell'atto di intesa con le regioni.
Ho l'impressione che ci sia quasi una fobia distruttrice di
ciò che ha fatto il centrosinistra. Va bene. È
passato quasi un anno: almeno, fateci vedere qualcosa di nuovo
riguardo a quello che vuol fare il centrodestra nel settore
sociale. Non vorrei che questo vuoto di iniziative il centrodestra
lo colmasse non con la concretezza dell'agire quotidiano, ma
sollevando polveroni contro servizi ed operatori che con impegno
e sacrifici si adoperano per salvare tanti giovani dalla più
drammatica emarginazione (Applausi dei deputati del gruppo dei
Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole
Zanella. Ne ha facoltà.
Onorevole Zanella, le ricordo che ha a disposizione otto minuti.
Per l'economia del suo discorso, le devo dire che se lei dovesse
utilizzare tutto il suo tempo oggi, non ne avrebbe poi per la
dichiarazione di voto. Glielo dico perché si regoli.
LUANA ZANELLA. Grazie, signor Presidente.
La mozione Volontè ed altri n. 1-00042, come altre presentate
dalla maggioranza, sin dal suo incipit, propone un approccio
alla problematica delle politiche sulle droghe confuso e riduzionistico,
non consentendo un confronto sobrio ed onesto con la complessità
della questione; né, d'altronde, è possibile misurarsi
serenamente con la ricchezza di analisi, di esperienze e di
progetti che da anni, a livello nazionale ed internazionale,
sono oggetto di studio, di riflessione, di dibattito politico,
culturale ed istituzionale. Soprattutto, tale approccio impedisce
di vedere le persone che fanno uso di sostanze stupefacenti.
Di conseguenza, non si fanno le dovute ed imprescindibili differenze
tra droghe e droghe, tra uso, abuso ed uso saltuario delle medesime.
Si mette tutto nello stesso calderone: cannabis e suoi derivati,
eroina, cocaina, ecstasy, crack, alcol; non si fa netta distinzione
tra narcotrafficanti e consumatori di sostanze illecite né
si avvia alcun ragionamento sulla depenalizzazione e decriminalizzazione.
Si rimuove la scomoda realtà degli stili di vita che
attraversano classi sociali, età, sessi e che comportano
anche l'avvicinamento alle sostanze: rispetto ad essi, ovviamente,
ha senso porsi non in termini repressivi e moralistici, ma con
piani d'azione aperti ai contesti culturali e sociali, all'ascolto,
al dialogo, all'informazione e alla promozione del benessere.
In premessa, si arriva a mistificare e, in alcuni passaggi,
a falsificare lo stato attuale delle strategie adottate in Italia
e all'estero, i dati reali e gli obiettivi raggiunti. Nel dispositivo
si propone, di fatto, la liquidazione della riduzione del danno,
dandone un'accezione mortificante e riduttiva; si attaccano
i SERT, che pur si dice di voler valorizzare, prevedendo addirittura
un'unica tipologia di protocollo terapeutico a scalare che i
SERT già applicano per oltre il 70 per cento dei casi;
si tace, per esempio, sul mantenimento metadonico che consente
vita e lavoro a persone che hanno reiteratamente fallito altre
vie di terapia e recupero.
L'enfasi e la fiducia sono tutte riposte nella comunità
terapeutica, considerata il vero snodo per la politica sulla
droga a scapito dei servizi territoriali. Non viene preso in
considerazione il fatto che la comunità migliore riesce
a recuperare al massimo il 25 per cento di tossicodipendenti:
basterebbe questo per porsi il problema del ventaglio di interventi
e servizi che sono invece necessari per affrontare razionalmente
il problema. D'altronde, le linee guida nazionali e regionali,
i piani di zona delle realtà più avanzate, mai
si pongono in alternativa ai vari tipi di intervento del pubblico
e del privato sociale, perché è solo attraverso
l'integrazione di una pluralità di soggetti e di strumenti
che si riesce a governare e continuamente ricalibrare la strategia
complessiva della politica sulle droghe. Eppure, atti a disposizione
ne abbiamo in abbondanza per leggere luci ed ombre dell'attuale
sistema di interventi e servizi creato per dare risposte, all'interno
del quadro normativo, adatte a domande e bisogni vecchi e conosciuti
e a quelli più recenti, meno conosciuti e più
difficilmente aggredibili. E vi sono ancora problemi drammaticamente
aperti: basti pensare allo scandalo dei 18 mila tossicodipendenti
in carcere. Lì vi si possono rintracciare percorsi e
scelte che creano orientamento e possibilità di progredire
dal punto di vista umano, prima ancora che politico e giuridico.
Quello a cui assistiamo oggi, con le mozioni Michelini ed altri
n. 1-00044 e Volontè ed altri n. 1-00042, non ha solo
a che fare con la svolta reazionaria, autoritaria, controriformistica
di questa maggioranza sul tema delle droghe, come quella che
abbiamo visto sulla salute mentale; ha a che fare anche con
una cultura forte e radicata, che si esprime chiaramente nello
stesso impianto legislativo vigente che, nonostante il referendum
del 1993, rimane compresso nell'ambito del diritto penale e
contribuisce non poco alla costruzione del senso comune e allo
stigma sulle persone tossicodipendenti come potenzialmente pericolose,
persone da cui la società deve salvaguardarsi, segregandole
in carcere o in apposite comunità terapeutiche. Si tratta
di figure scomode, da sottrarre perfino allo sguardo, esattamente
come le prostitute e altri soggetti che fanno parte del paesaggio
urbano, cui non si riconoscono gli elementari diritti di cittadinanza
e che rappresentano il negativo per eccellenza, perché
testimoniano con immediatezza e indecenza le contraddizioni
più laceranti del paese. Dunque, la battaglia è
non solo sul piano politico e istituzionale - e per questo rimando
alle mozioni da noi presentate - ma prima di tutto sul piano
culturale e simbolico.
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare
e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali
delle mozioni.
Prendo atto che il Governo si riserva di intervenire nel prosieguo
del dibattito.
Il
seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.