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Speciale #10
La war on drugs all'italiana

 


08.01.2002

Se il modello è San Patrignano

LUIGI MANCONI

Non è esagerato affermare che l'affidamento a San Patrignano della prima "comunità di Stato per detenuti" costituisce un segnale politico – e, soprattutto, culturale – chiarissimo. Un messaggio "ideologico", si dovrebbe dire, preceduto da un altro messaggio, altrettanto esplicito: ovvero la trasmissione di "Domenica In" dall'interno della stessa comunità, lo scorso 23 dicembre. Quella che è (meglio: che era) la Grande Cattedrale del senso comune nazionalpopolare – la trasmissione domenicale di Rai1, appunto – viene chiamata a santificare la comunità della famiglia Muccioli. Santificare in senso proprio: ovvero celebrare solennemente San Patrignano come ente taumaturgico e fonte di salvezza per i "poveri drogati".
La storia della comunità di San Patrignano è lunga, tormentata e, a tratti, drammatica: come quella di tutte le esperienze che hanno a che fare con il dolore umano, che lo "trattano" e che, nelle forme più diverse, lo vogliono lenire e, addirittura, curare. San Patrignano ha conosciuto molte traversie e alcune pagine nere; ha ottenuto estesi riconoscimenti mondani e politici – decine di ministri di più governi l'hanno omaggiata – e controversi risultati terapeutici. Se la domanda fosse: "ha salvato qualcuno dalla droga?", la riposta dovrebbe essere un netto sì. Anche se – e il problema riguarda, beninteso, tutte le comunità — è difficile valutare, con criteri scientificamente attendibili, il tasso di successo e, per contro, la percentuale di recidive (tra quanti vengono considerati "usciti dalla droga"). Ma, ovviamente, non è questo che rende la comunità dei Muccioli oggetto di periodico conflitto: è, piuttosto, il fatto che su San Patrignano è stata costruita una vera e propria ideologia e che, oggi, quella ideologia sembra diventare cultura di governo. Una cultura solidaristicoautoritaria, dove s'intrecciano punizione "a fin di bene" e paternalismo istituzionale, pedagogia giudiziaria e disciplina familiare, intransigenza pubblica e controllo sociale. Alla base c'è, appunto, una concezione autoritaria della solidarietà, dove la preoccupazione per l'interesse collettivo è ridotta a difesa della sicurezza (sacrosanta, com'è noto, ma non sufficiente); e la solidarietà verso il tossicomane si traduce in un meccanismo di interdizionecoercizione. Il presupposto è che il tossicomane sia un individuo incapace di intendere e di volere, di cui si può perseguire la "salvezza" anche senza il suo consenso e contro il suo consenso; e che, dunque, la sola strategia efficace sia quella che surroga la volontà del tossicomane, ne inibisce la residua autonomia, ne assume la piena tutela, sostituendosi a esso. Una frase terribile, pronunciata qualche tempo fa da don Benzi («il drogato deve toccare il fondo per trovare la forza d'uscirne»), riassume efficacemente quella concezione della personalità, e delle sue patologie, che ispira il lavoro di San Patrignano e di altre comunità: e sintetizza un'idea di relazioni sociali e di processi formativi, riassumibile, appunto, nel solidarismo autoritario.
Questo – e non certo una particolare "cattiveria" di Vincenzo Muccioli — spiega i metodi violentemente coercitivi, che originarono le tragedie avvenute a San Patrignano tempo fa; e ancora questo spiega, oggi, l'ostilità di Andrea Muccioli, e del ceto politicointellettuale che lo sostiene, nei confronti della strategia della "riduzione del danno". Quest'ultima, infatti, parte da una premessa esattamente opposta: ovvero dall'idea che nel tossicomane sopravviva una qualche capacità di autonomia (poca o molta che sia) e una qualche capacità di scelta (poca o molta che sia). Ne conseguono politiche sociali – adottate anche da molte comunità — che hanno come primo obiettivo quello di tutelare e incentivare le risorse di indipendenza e di "libero arbitrio", che resistono anche nel tossicomane. E ne derivano metodiche e terapie finalizzate a mettere il tossicomane nelle condizioni di non morire; e di sottrarsi, dunque, all'alternativa secca: o l'astinenza o l'eroina di strada. È questa la precondizione affinché, in un altro luogo e in un altro momento della sua vita, quel tossicomane possa smettere di drogarsi.
Come si vede, si tratta di due concezioni della terapia (ma anche della persona e della sua tutela) radicalmente diverse. Da molti anni – questo è il punto — è in corso il tentativo di privilegiare e di rendere egemone la strategia riassumibile nell'esperienza di San Patrignano. Sotto il profilo scientifico, sarebbe una vera sciagura: in tutto il mondo gli approcci alle tossicodipendenze sono molti e differenziati. Altrettanto in Italia, dove il "modello San Patrignano" rappresenta solo una, e assai minoritaria, esperienza. Non va dimenticato, oltre tutto, che – tra quanti assumono droga – solo 1 su 3 o su 4 (ed è, probabilmente, una valutazione ottimista) frequenta strutture pubbliche o private. Perché, allora, l'esperienza di San Patrignano viene assunta da questo governo come modello terapeutico e sociale dominante, fino a diventare il Metodo Buono anche per l'intervento pubblico? Perché, appunto, rappresenta quel solidarismo autoritario, che è senso comune della coalizione di governo e di parte del suo elettorato. In questa chiave va letta anche l'esaltazione della famiglia in cui si esercita il centrodestra. Indifferente al fatto che proprio l'organizzazione familiare tradizionale e le sue patologie sono all'origine di molte delle crisi che portano alla tossicodipendenza, il ceto politico di governo ripropone il modello familistico, chiuso e autosufficiente (in questo senso San Patrignano è davvero "una grande famiglia"), come unica soluzione alla disgregazione sociale.
E in quella concezione di solidarismo autoritario, va da sé, l'accento è posto sull'aggettivo (autoritario): basti pensare alle modifiche alla legge sull'immigrazione e alla proposta di abbassare la soglia di imputabilità dei minori a 12 anni (a scanso di equivoci, va ricordato che Erika e Omar hanno superato la soglia attuale di 14 anni da quel dì…); e, a ben vedere, gli stessi "annunci" in materia di preostituzione. Negli Usa i liberisti sono antiproibizionisti e i conservatori – e molti filosofi e scienziati della politica — discutono seriamente di "liberismo compassionevole": qui, sempre di manette.

 

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