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18/11/2003
«Fini sconvolgente»
Le Comunità terapeutiche analizzano il ddl droghe: non
ha alcuna base scientifica
LAURA GENGA
«Totale e profondo dissenso sul decreto legge
di Fini». Le parole sono di Lucio Babolin, presidente del
Coordinamento nazionale della comunità d'accoglienza (Cnca),
ma il giudizio che esprime è condiviso da un cartello di
14 organizzazioni che da anni lavorano nel settore delle tossicodipendenze
e insieme rappresentano la grande maggioranza delle reti dei servizi
presenti sul territorio nazionale. A pochi giorni dall'approvazione
del decreto legge sulle droghe in Consiglio dei ministri Cnca,
Federazione italiana comunità terapeutiche, Federserd,
Forum droghe, Consulta delle associazioni e delle società
scientifiche, Società italiana tossicodipendenze più
otto organizzazioni del settore appoggiate anche da Cgil e Cisl,
si sono riunite a Roma per dire la loro sulla politica del governo.
Una politica che, sono tutti d'accordo, non ha alcun fondamento
scientifico, ma trova le sue radici sul piano ideologico. Per
giunta vietando anche l'uso di sostanze stupefacenti, che di fatto
viene equiparato alla dipendenza e anche allo spaccio, il decreto
Fini trasforma un problema sociale in affare penale.
«Siamo stati consultati dal governo in vista del riordino
del testo unico sulla droga - racconta Maurizio Coletti, di Itaca
Italia - ma il decreto Fini non recepisce nessuna delle nostre
indicazioni, l'unificazione di tutte le sostanze in una sola tabella,
ad esempio, va contro il nostro principio di differenziare le
diverse droghe e i relativi comportamenti di consumo». Edo
Polidori, del direttivo Federserd, è ancor più duro:
«Dire che tutte le droghe sono uguali - commenta - è
una dichiarazione di ignoranza». Alla penalizzazione dell'uso
di droghe e all'unificazione delle tabelle si accompagna poi la
nota dolente della quantità massima detenibile. L'articolo
73 delle legge, infatti, fissa la linea di confine tra sanzione
amministrativa e penale con una tabella che stabilisce sostanza
per sostanza la quantità massima di principio attivo oltre
la quale si configura illecito penale. «Su questo punto
- afferma Babolin - si arriva a contraddizioni eclatanti: il tetto
massimo di thc, per dirne una, è di 250 milligrammi, invece
quello della cocaina e dell'ecstasy è rispettivamente di
500 e 300 mg». Stando così le cose, denuncia Polidori
«Allo spacciatore conviene spingere la coca anziché
il fumo». Mentre il consumatore, fa notare Franco Corleone
del Forum droghe, «diventa spacciatore per circa un grammo
di marijuana e rischia una pena spropositata che va dai 6 ai 20
anni». Fabio Scaltritti, della comunità genovese
di S. Benedetto, descrive il clima di terrore creato dal decreto.
In tanti hanno telefonato alla sua comunità, sono persone
che hanno una vita normale grazie al metadone, ma che ora temono
di perdere tutto.
Non convince nemmeno la certificazione dello stato di tossicodipendenza
e la validazione del percorso di cura da parte delle comunità.
Perché si tolgono competenze ai Ser.T. mettendoli in competizione
con il privato e perché le comunità - che ricevono
i finanziamenti in base al numero dei loro utenti - avrebbero
tutto l'interesse a certificare sempre lo stato di dipendenza.
E poi quali enti privati avrebbero queste competenze? Il testo
licenziato dal consiglio dei ministri istituisce un albo, ma per
l'iscrizione non sono richiesti neanche 12 mesi di attività
nel settore, basta avere locali, attrezzature e personale che
abbia lavorato sulle tossicodipendenze.
Inoltre dal riordino del testo unico sulla droga che propone
il governo scompaiono del tutto gli interventi di riduzione del
danno, ossia i servizi che offrono al tossicodipendente prestazioni
di cura che ne tutelano la salute come lo scambio delle siringhe
usate con quelle sterili, o la possibilità di lavarsi e
fare una visita medica offerta nei centri di accoglienza a bassa
soglia, oppure gli interventi sulle overdose.
«Il decreto Fini - commenta Achille Saletti, presidente
di Saman - è inapplicabile anche per un semplice motivo
di costi: non ci sono i soldi per pagare gli ipotetici nuovi ingressi
nelle comunità, che già ora ricevono le rette con
picchi di 3 anni di ritardo dalle Asl».
Il cartello di organizzazioni denuncia infine il progressivo
taglio di finanziamenti per la lotta alla droga negli ultimi due
anni. Per giunta l'inserimento senza correttivi del Fondo 45 (Fnld)
in quello per i servizi socio-assistenziali creato dalla legge
328 del 2000 ha determinato una totale perdita di titolarità
nella gestione dei finanziamenti per la lotta alla dipendenze.
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