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2.10.03
Gli studenti del Virgilio in assemblea:
«Siamo delusi e depressi ma reagiremo»
di Wanda Marra
«Siamo disilluse e depresse. Pensavamo di vivere in uno
Stato libero». Il commento è sussurrato da una ragazza
bionda, sui 16-17 anni, all’uscita del Virgilio, il liceo
romano da due giorni nell’occhio del ciclone, dopo che agenti
infiltrati nella scuola sotto le spoglie di bidelli, hanno perquisito
le case di alcuni studenti alla ricerca di hashish. E da due giorni
gli studenti del liceo Virgilio non si fidano più di nessuno.
Né – come è ovvio - della polizia, né
dei politici, né della preside, né dei professori,
né dei giornalisti.
E così l’assemblea studentesca di stamattina - convocata
per chiedere chiarimenti alla preside, Rosanna Bornoroni - è
blindata. Chiusa la porta che dà su Via Giulia, all’ingresso,
due bidelli e la vicepreside Lidia Calò non fanno entrare
nessuno. Ma, soprattutto i più giovani – dietro consenso
dei genitori comunicato alla stessa vicepreside via cellulare
– continuano ad uscire. Qualcuno, arrivato in IV ginnasio
da non più di 20 giorni, ha stampata in faccia la confusione
di chi non ci capisce nulla. Qualcun’altro – non senza
esitazioni – racconta quel che sta succedendo dentro: «La
preside ha ribadito quello che aveva detto ai giornali: lei non
sapeva niente, non si era accorta di niente, non aveva autorizzato
la polizia - dice Eva, capelli neri corti – Ma molti di
noi non ci credono, e gliel’hanno ribadito: com’è
possibile che non si fosse accorta di quello che stava succedendo
dentro la scuola?». E un’altra studentessa, capelli
rossi, II liceo, rincara la dose: «Se fosse vero quello
che ha detto, la preside non ha fatto altro che confermare la
sua incapacità a gestire il Virgilio».
Una sorta di difesa arriva da un paio di professoresse: «Ma
lei lo sa com’è fatto questo liceo? È un labirinto
di 12.000 metri quadrati. E i bidelli sono troppo pochi: colpa
della riforma Moratti, che li ha ridotti. E poi, gli spinelli
si fumano in tutte le scuole di Roma: il Virgilio è preso
di mira, perché è un simbolo». Da sempre,
infatti, il liceo di via Giulia è uno dei punti caldi,
di proteste e movimenti: non solo protagonisti delle lotte degli
anni ’70, ma anche punk e metallari sono passati di qua.
Da sempre è all'avanguardia dell'offerta formativa, essendo
uno degli istituti che per primo ha aperto la strada alle sezioni
sperimentali: «Il Virgilio non è amato, perché
è un luogo aperto, dove si insegnano tante cose, più
che nella maggior parte delle altre scuole», dice ancora
un’insegnante.
«Hanno parlato di spacciatori – afferma un ragazzo
del V ginnasio – ma hanno trovato in tutto sette grammi
di hashish». E un altro: «Perché sono venuti
qui? Perché non vanno nelle private? Non sanno cosa troverebbero…».
Parlare con gli studenti – ma anche con gli insegnanti
– comunque, è difficilissimo. Bisogna superare un
muro di diffidenza e di rabbia. E tra l’altro, loro, i ragazzi,
si sentono anche un po’ traditori. La consegna è
chiara: non parlare con i giornalisti, non rilasciare alcuna dichiarazione.
In pochi dicono il loro nome, alcuni lo fanno, pregando di non
pubblicarlo.
Intanto, si fanno le 11, 11 e 15. L’assemblea, iniziata
alle 10.00, dovrebbe finire alle 12,00. Ma in realtà è
ormai agli sgoccioli: si aprono le porte dell’istituto,
molti escono e – confondendosi tra la folla – si riesce
a entrare. In cortile, se possibile, l’atmosfera è
più tesa e cupa che fuori. Uno striscione recita ironicamente,
sfondo nero e due occhi gialli: «Attenti. Ci osservano».
Un cartello esprime l’opinione di tutti: «Fuori la
repressione dalle scuole».
E gli studenti – in tanti piccoli capannelli – continuano
a discutere. Di cosa? «Ci sono tre proposte che verranno
valutate domani mattina in un’altra assemblea – racconta
una studentessa, 17 anni, capelli rossi corti, piercing –
Una è di iniziare un’autogestione totale, un’altra
di fare lezione la mattina e l’autogestione il pomeriggio.
Un’altra ancora è per non fare nessuna autogestione,
ma stabilire una rete con le altre scuole per protestare e manifestare».
Mentre parla, la notizia che un giornalista è entrato nella
scuola, comincia a diffondersi. D’altra parte, il sospetto
è immediato: basta uno sguardo (di disprezzo). Così,
arriva un ragazzo, anche lui sui 17: «Abbiamo valutato che
non è il caso di parlare con i giornalisti. Per esempio,
ieri ci è arrivato un documento di solidarietà da
parte di altre scuole romane. E noi non l’abbiamo mandato
ai giornali, perché siamo sicuri che verrebbe tagliato
e stravolto. E così non abbiamo mandato neanche quello
scritto da noi».
Fatti gonfiati, strumentalizzati. Racconti inesatti. Tutto sulla
loro pelle. Per questo si è deciso di non rilasciare dichiarazioni.
E forse per questo, in molti lo fanno lo stesso, sperando che
qualcuno dia voce a quello che pensano loro. Ma non si fidano.
Palpabile nell’aria è la sensazione generale che
la scuola non sarà più la stessa. Che un clima persecutorio
e impaurito rimarrà anche quando tutti – a cominciare
dai media – si saranno dimenticati dei fatti ora sulla bocca
di tutti. Ed è per evitare ulteriori delusioni, che gli
studenti affiggono sulla porta del liceo un altro cartello: «Fuori
i giornalisti dalla nostra scuola».
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