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Speciale #10 La war on drugs all'italiana



24.9.03

Una legge fascista sul serio

FRANCO CORLEONE

Alla fine le botti fasciste non possono che dare il vino noto: proclamazioni figlie dello stato etico e retorica sulla sanità della stirpe e sulla purezza della gioventù italica. Il proclama di Fini a Casa Rosetta di don Sorce non rappresenta dunque una novità; oltretutto la svolta punizionista era stata annunciata sei mesi fa a Vienna, nella più autorevole sede dell'Onu, e poi sistematicamente rinviata. Ma ora non si può sperare in un nuovo rinvio: occorre fare i conti con una proposta che si inserisce all'interno di una vera e propria politica sociale della destra. E' una campagna che, sul sottofondo dell'ossessione securitaria e delle paure diffuse, aggredisce nodi simbolici come l'immigrazione, i manicomi, il carcere e ora le droghe. I cardini della proposta Fini sono chiari nella loro rozza semplicità: drogarsi è un male, un disvalore verso cui lo stato deve esercitare una tolleranza zero e siccome si deve stroncare alla radice un comportamento immorale, non si può accettare di convivere e praticare politiche di riduzione del danno. Da questi principi discende il no alla distinzione tra le diverse sostanze, la demonizzazione del metadone e l'esaltazione delle comunità, in specie quelle autoritarie e chiuse, a spese del ruolo dei Sert. La scelta di punire il consumo, perché non si riuscirebbe a colpire lo spaccio, è il tocco più assurdo, ma dalle conseguenze più drammatiche.

C'è una ragione nel ritardo della presentazione della proposta, e sta nella difficoltà di tradurre con un minimo di senso le affermazioni propagandistiche in termini giuridici. Infatti, l'unificazione delle tabelle delle sostanze (attualmente quattro) e l'introduzione del nuovo criterio discriminante della dose massima detenibile, oltre la quale si configura lo spaccio, porta con sé l'unificazione dei livelli di pena: quindi anche la detenzione di un pezzetto di fumo sopra la soglia definita (che nella logica proibizionista sarà bassissima) comporterà da otto a venti anni di carcere. Quando quest'idea sarà messa nero su bianco, ci sarà da ridere. O meglio da piangere, perché una scelta di politica criminale di tal genere avrà conseguenze sociali drammatiche.

Già oggi che sulla carta la detenzione di stupefacenti per uso personale è depenalizzata, metà dei detenuti nelle carceri sono tossicodipendenti o condannati per reati legati alla legge 309 del 1990, quella voluta da Craxi: facile immaginarsi che cosa potrà succedere con una legge iperpunizionista e in controtendenza con le politiche europee, anche le più moderate.

Il centrosinistra deve reagire a questa crociata disumana con una proposta culturalmente alternativa. Il cartello di associazioni che si è costituito a fine giugno ha offerto ai parlamentari un testo di legge per la completa depenalizzazione del consumo, l'abbassamento delle pene, reali alternative al carcere, efficaci misure di riduzione del danno: ed è giunto il momento di depositarla, con tante firme, per dimostrare che non c'è alcuna subalternità - come purtroppo è accaduto in passato.

 

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