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Il governo e le droghe: memoria zero
La Legge sulle tossicodipendenze. Un po’ di storia e di
antefatti
Questo articolo in parte riprende quello pubblicato
su “Fuoriluogo” del maggio 2003
di Sergio Segio
Il governo, per iniziativa del vicepremier Fini
e col sostegno del presidente della Camera Casini, ha rilanciato
a Roma una strategia sulle droghe per niente nuova, dove eguale
a zero risulta non già e non solo la tolleranza, quanto
il buon senso e l’evidenza scientifica. È facile
per tutti capire che sostenere l’eguale dannosità
di droghe leggere e pesanti, infatti, è un insulto sia
al primo che alla seconda. E che, dunque, in questo caso si è
scelta la campagna ideologica, magari utile a porre in secondo
piano le difficoltà economiche e la conseguente conflittualità
sociale e sindacale destinata ad acutizzarsi, a discapito della
valutazione pour cause, del merito specifico della questione droghe
e dipendenze. Un problema certo di rilievo e con riflessi di sicuro
dramma per molte persone e molte famiglie. Ma, proprio per questo,
la campagna ideologica, la crociata repressiva, la semplificazione
che mette sullo stesso piano uso e abuso, consumo e spaccio, hashish
ed eroina, sono quanto di più sbagliato e controproducente
si potesse immaginare di fare.
Purtroppo non c’è nulla di nuovo, e stupisce la mancanza
di memoria al riguardo. L’attuale copione ne ricalca un
altro, egualmente nato all’insegna dell’ossimoro recupero-repressione,
cura-coazione, che ha prodotto nei primi anni Novanta tragiche
conseguenze in termini di morte, sofferenze, diffusione dell’HIV,
carcerazioni, massimizzazione dei danni per le persone tossicodipendenti
e per i semplici consumatori di sostanze. Una delle poche differenze,
forse, è che ora si vorrebbe istituire, oltre che la cura,
anche il lavoro coatto. Una logica che culturalmente viene da
lontano, dalla filosofia dei lager e dei gulag, ma, più
vicino a noi, anche da quella di alcune comunità terapeutiche,
votate più al business che non alla riabilitazione.
Si sa che il sonno della ragione e il prevalere
delle ragioni ideologiche facilmente genera mostri. E se questo
tipo di torpore colpisce la maggioranza di un Parlamento, il risultato,
va da sé, è quello di una legge-mostro. È
successo nel 1990 con la legge n. 162 sulle droghe, quantomeno
riguardo alle sue parti più ottusamente repressive, condensate
nella filosofia della punibilità del semplice consumo di
sostanze e nella sua principale strumentazione: la “dose
media giornaliera”.
La legge n. 162/1990, cosiddetta Jervolino-Vassalli (dai nomi
della democristiana Rosa Russo Jervolino e del socialista Giuliano
Vassalli, rispettivamente ex ministro degli Affari sociali e della
Giustizia, allora ancora contemperata dalla Grazia), è
del 26 giugno di 13 anni fa. La data non è casuale, essendo
quella in cui ricorre la annuale Giornata mondiale contro la droga
indetta delle Nazioni Unite. In quel frangente, l’allora
presidente dei senatori socialisti, Fabio Fabbri, arrivò
a minacciare le elezioni anticipate se il Parlamento non avesse
approvato nei tempi dovuti la nuova legge. Ulteriore dettaglio
che conferma il forte impianto ideologico, il carattere di legge-manifesto
di questa normativa, poi riassunta nel Testo Unico delle leggi
in materia di stupefacenti, promulgato con decreto del Presidente
della Repubblica, n. 309 del 9 ottobre 1990.
Non è, dunque, meno casuale e di minor preoccupazione che,
13 anni dopo, l’attuale governo avesse nuovamente scelto
in origine la data del 26 giugno per annunciare la revisione legislativa,
che è stata nuovamente e con più determinazione
rilanciata invece a Roma il 22 settembre, in occasione della V
Conferenza mondiale sulle droghe.
Una revisione tesa a vanificare le positive modifiche
prodotte sulle norme del 1990 dal referendum dell’aprile
1993, col quale vennero bocciate alcune parti della legge e, in
particolare, l’architrave della “dose media giornaliera”.
Era quella, infatti, il fondamento della legge-mostro partorita
e imposta in particolare da PSI e DC (vigeva il VI governo Andreotti,
composto da DC, PSI, PSDI, PRI, PLI). Una sorta di linea Maginot
che si intese opporre al criterio della “modica quantità”,
proprio della legge precedente, la n. 685 del 1975. Sino al 1990,
infatti, era esclusa la punibilità per la detenzione di
una “modica quantità” di sostanza finalizzata
al consumo personale.
La legge 162 volle invece, programmaticamente, punire chiunque
consumasse droghe. Così, il possesso di una quantità
di sostanza inferiore alla dose media giornaliera (definita con
apposite tabelle ministeriali in 100 milligrammi di principio
attivo per l’eroina, 150 milligrammi per la cocaina, 1/2
grammo per l’hashish) comportava sanzioni amministrative
(sospensione della patente, del passaporto, etc.). Al di sopra
di quella soglia le sanzioni diventavano automaticamente penali
(ma anche la reiterazione o l’inosservanza delle sanzioni
amministrative comportava l’avvio al circuito penale).
La ratio, insomma, era di escludere ogni discrezionalità
da parte della magistratura e delle forze dell’ordine nel
valutare caso per caso se la droga fosse destinata all’uso
personale o allo spaccio, e dunque di punire severamente anche
il semplice consumo. Esattamente come è stato annunciato
ieri da Fini. Una filosofia cupamente repressiva che trovò
(e ancora trova) alfieri e gazzettieri anche in alcune comunità
terapeutiche, che teorizzarono la necessità di «fare
toccare il fondo» alle persone tossicodipendenti («L’unico
modo per costringere il tossico a smettere è fare terra
bruciata intorno a lui. Ai drogati deve essere proibito qualunque
tipo di attività lavorativa»: così allora
don Oreste Benzi, della comunità Giovanni XXIII di Rimini).
In realtà e nella pratica, ben prima di raggiungere questo
“fondo” da cui eventualmente risalire, grazie a quella
legge e a tale filosofia, molti morivano, si infettavano di AIDS
o finivano in carcere, dove non di rado si suicidavano.
Dopo il varo della 162, il rigore punizionista
colpì anche personaggi noti (Laura Antonelli, Patty Pravo,
Marco Bassetti), arrestati o sottoposti a giudizio talvolta solo
per un paio di spinelli. Nel luglio 1991, nel giro di pochi giorni,
tre persone arrestate per droga si suicidarono in carcere. Tra
di esse, Stefano Ghirelli: 18 anni appena compiuti, incensurato,
portato nel carcere di Ivrea poiché trovato con 25 grammi
di hashish, si impiccò dopo il rifiuto del giudice di concedergli
la libertà provvisoria per “pericolosità sociale”.
Questi avvenimenti cominciarono a incrinare il
muro dei sostenitori della legge, assieme al già sensibile
aumento dei detenuti (il 31 dicembre 1990 i tossicodipendenti
ufficialmente presenti in carcere erano 7.299, sei mesi dopo erano
già saliti a 9.623 per arrivare a ben 14.818 il 31 dicembre
1992) e all’aumento delle morti (nel 1990, per la prima
volta, il numero dei decessi per overdose superò le mille
unità, arrivando a 1.161; l’anno seguente giunse
a 1.383 e, nel 1992, a 1.217).
Claudio Martelli, allora ministro Guardasigilli nonché
vicepresidente del Consiglio, si trovò a dover correre
urgentemente ai ripari, specie dopo una sentenza della Corte costituzionale
che, pur respingendo alcune eccezioni presentate da giudici di
merito, invitava esplicitamente il legislatore a migliorare la
legge e i giudici, se del caso, a non applicare rigidamente il
criterio della dose media giornaliera. Si arrivò così
al “decreto Martelli”, n. 247, che nell’agosto
1991 rese non più obbligatorio l’arresto qualora
la sostanza rinvenuta superasse di poco la dose fissata dalle
tabelle.
Un tampone che non risolse il problema. Alla vigilia del referendum
abrogativo, promosso dal CORA (il Coordinamento antiproibizionista
dei radicali) e fatto proprio anche da molte associazioni e comunità
che in precedenza avevano costituito il Cartello “Educare,
non punire”, il governo Amato, anche sulla base di un impegno
preso con Marco Pannella, il 12 gennaio 1993 emanò un decreto
che triplicava i limiti previsti per la dose media giornaliera.
Ma, al di là dei tardivi correttivi, il
18 aprile 1993 il 55% dei cittadini votanti bocciò la punibilità
e la dose media, nonché un altro obbrobrio introdotto dalla
162: l’obbligo per i medici, in violazione di ogni deontologia,
di segnalare i tossicomani alla polizia.
Da allora, non di meno, oltre 30.000 persone tossicodipendenti
continuano a entrare in carcere ogni anno: per detenzione e spaccio,
vero o presunto, nonché per altri reati connessi. Sui 55.670
presenti in carcere al 31 dicembre 2002, 21.922 erano detenuti
per violazione dell’articolo 73 della legge sulle droghe,
i tossicodipendenti risultavano 15.429, di cui solo 1.661 in trattamento
metadonico. Come si sa, la situazione nelle prigioni è
da tempo intollerabile. Il buon senso e quello di umanità
suggerirebbero misure deflative, magari proprio a partire da una
completa depenalizzazione delle condotte relative al consumo personale,
dando finalmente così piena attuazione alla volontà
popolare espressa nel 1993.
Viceversa, la volontà del governo - e in
modo particolare di Alleanza nazionale, che già nell’aprile
2002 ha depositato al Senato il PDL n. 1322 - si indirizza in
modo diametralmente opposto, per la reintroduzione della “dose
media giornaliera” o “dose massima consentita”
che dir si voglia. Se sbagliare è umano, perseverare è
diabolico. In questo modo, le carceri, che già sono un
dramma, rischiano di diventare un vero inferno. Oppure, un grande
business. Così come alcune comunità terapeutiche,
che saranno di fatto svincolate dal controllo pubblico. Come di
nuovo dice oggi don Benzi (cfr. “La Repubblica”, 23
settembre), lo stato deve limitarsi a controllare i risultati,
senza interessarsi dei metodi e senza limitare la «piena
libertà creativa e inventiva» delle metodologie di
recupero. In cosa si sia talvolta tradotta in alcune comunità
quella libertà creativa ce lo raccontano le cronache giudiziarie
del passato. Un passato che a volte ritorna. Come succede per
i mostri.
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IPSE DIXIT
Spacciatore presunto
«Un consumatore, pur essendo sorpreso con una quantità
superiore alla dose media giornaliera, se riesce a dimostrare
che se ne serve per uso personale in quanto quella è la
sua dose media, non verrà considerato uno spacciatore».
[Francesco De Lorenzo, ministro della Sanità, “La
Repubblica”, 14 luglio 1990]
Tanti morti, legge buona
«L’aumento dei decessi non rappresenta certo una smentita
della validità della legge, anzi secondo me ha il valore
di una conferma».
[Rosa Russo Jervolino, ministro degli Affari sociali, “La
Repubblica”, 8 febbraio 1991]
Resipiscenza/1
Non si tratta in alcun modo di varare una nuova legge - avverte
subito il Guardasigilli - ma di arrivare a una «interpretazione
autentica» di quella in vigore. Obiettivo, rimettere «alla
valutazione del giudice anziché a rigidi automatismi la
privazione della libertà personale nel caso in cui il possesso
illecito di stupefacenti ecceda per una lieve entità il
limite fissato dalla legge».
[Claudio Martelli, vicepresidente del Consiglio e ministro della
Giustizia, “La Repubblica”, 2 agosto 1991]
Resipiscenza/2
«Se è maturo il momento per una riflessione collegiale
sul problema droga, questa ben venga, senza però commettere
l’errore di considerare scontato il passaggio tra la repressione
e la liberalizzazione».
[Nicola Mancino, ministro dell’Interno, “La Repubblica”,
10 novembre 1992]
Resipiscenza/3
«Non siamo stati né io né la Democrazia cristiana
a insistere perché chi consuma droga finisse in carcere.
Anzi, il testo originario da me presentato non prevedeva questa
misura. Poi altri partiti che voi ben sapete hanno insistito su
quel punto».
[Rosa Russo Jervolino, “La Repubblica”, 10 novembre
1992]
Diaspora socialista/1
«Sarà stato un caso: ma non appena Craxi ha stabilito
che il presidente del Consiglio è il leader del partito
e che la segreteria presiede all’organizzazione, Amato ha
cambiato la politica di Craxi sulla droga (…). Mettere i
drogati in carcere vuol dire praticare a doppio titolo su di essi
la tortura. Il provvedimento con cui Amato ha stabilito un accordo
con Pannella è in primo luogo un giudizio sul carcere:
ma in seconda linea esso stabilisce che il principio proibizionista
non è più sentito come principio. Esiste un consenso
sociale sul fatto che il proibizionismo non può essere
imposto in forza di un principio morale accettato: e dar forma
rigorosa al proibizionismo era l’intenzione della legge
Jervolino-Vassalli, la legge di Craxi».
[Gianni Baget Bozzo, “La Repubblica”, 11 novembre
1992]
Diaspora socialista/2
«Io non ho tolto una gamba ad Amato. La mia dichiarazione
è stata di grande disponibilità. Invece di fare
polemiche sulla droga, bisogna acquisire dati di fatto (…).
Probabilmente, comunque, la legge va modificata in più
punti».
[Bettino Craxi, segretario PSI, “La Repubblica”, 11
novembre 1992]
Diaspora socialista/3
«Il consumo di droga è male, tuttavia è sbagliato
che alla fine della trafila il tossicodipendente finisca in galera».
[Giuliano Amato, presidente del Consiglio, “La Repubblica”,
11 novembre 1992]
Irriducibili/1
«Amato paga la cambiale a Pannella, il cui appoggio al suo
agonizzante governo viene scambiato con le modifiche varate dal
Consiglio dei ministri».
[Maurizio Gasparri, deputato MSI, “La Repubblica”,
13 gennaio 1993]
Impuniti
«Ero favorevole alla Jervolino-Vassalli, ma l’abolizione
del carcere va bene. Sono invece preoccupato sulla dose media
giornaliera che, anche se triplicata, bisognerà rendere
ancora più chiara e definita».
[Francesco Cardella, fondatore della comunità Saman, “La
Repubblica”, 13 gennaio 1993]
Irriducibili/2
«Ai giovani dobbiamo far capire che non c’è
la droga buona e quella cattiva (…). Dobbiamo avere il coraggio
di usare una parola tabù e politicamente scorretta: repressione».
Gianfranco Fini, vicepresidente del Consiglio e leader di AN,
“La Repubblica, 19 maggio 2003)
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