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23.11.03
La coca in farmacia
ALESSANDRO ROBECCHI
Se il sottosegretario pippa la cocaina, se il deputato
«brutto ma simpatico» sgancia 2.500 euro a una signorina
per cinquanta minuti d'amore, sinceramente, chissenefrega? Con
tutte le ondate di sentimenti popolari che ci sommergono - dal
patriottismo alla retorica, alla chiamata alle armi - nessuno
sente il bisogno di un'ondata di moralismo bacchettone. Semmai
sarebbe il caso di spolverare un po' di senso estetico, perché
lo spettacolo non è bello e di questi tempi non è
rassicurante avere una «classe dirigente» che sembra
uscita da un film dei Vanzina. Più che lo scandaletto in
sé, come sempre, fa ridere il contorno. Coca lasciata sotto
lo zerbino, vip che non pagano, macchinoni costosi, ristoranti
alla moda, papponi di lusso che consigliano la strategia alle
ragazze: «da quello lì devi farti fare la casa al
mare». Come fiera delle vanità non è un granché,
somiglia piuttosto a una giostra di periferia. Stanchi di suonare
i tromboni della retorica patriottica, i media si sono buttati
a pesce sulla storia, ma ne hanno cavato pochino. Un sottosegretario,
un senatore a vita, qualche esilarante trascrizione su sesso &
droga, desolatamente priva di rock'n'roll. Poi, la solita gragnuola
di pareri e lezioncine, da «la droga fa male» al «succede
in ogni ambiente», chiacchiere in libertà adattabili
a ogni notizia e situazione, dei prestampati, più o meno.
Sorprendente, invece, il tono di comprensione adottato nei confronti
del consumatori della cocaina dello scandalo. Se ne fanno i nomi,
sì, ma si precisa che sono soltanto clienti e si bada bene
- giustamente - a differenziare la loro posizione da quella dei
cattivi, gli spacciatori, che la coca gliela procuravano. Sembra
di capire che la stampa italiana non è ancora pronta all'imminente
drug war lanciata da Gianfranco Fini, distingue ancora tra consumatori
e venditori, non almanacca di dosi medie e non affronta nemmeno
di striscio le implicazioni per la società.
La necessità del recupero forzoso, di un
politico di sottogoverno che si fa una pista di coca non è
nemmeno presa in considerazione. Strana distrazione, perché
se passa il disegno proibizionista già abbracciato dal
governo, quella sarà invece l'emergenza nazionale prossima
ventura. Chissà, forse invece di intervistare Tinto Brass
per fargli dire che una scopata è comunque meglio di una
pera (scusate il francesismo), era meglio provare a capire cosa
rischierebbero i famosi para-vip con la legge Fini innestata e
operativa. I rampolli dell'imprenditoria in comunità? Il
senatore a vita, senza passaporto, che tenta il difficile cammino
del recupero? Uno scenario surreale, almeno quanto quello attuale,
fatto di cani antidroga nei licei e, domani, di retate anti-cannabis.
Ma c'è un altro dato interessante su come i media e l'opinione
pubblica hanno reagito all'ultima pochade a base di coca e generone.
E cioè il fatto che la droga in sé pare l'ultimo
dei problemi e lo scandalo lo producono invece i traffichini coinvolti,
l'ambiente para-malavitoso, la telefonata al pusher, il gergo
adottato. Insomma, è chiaro che se il senatore, il sottosegretario,
il manager o l'imprenditore si andassero a comprare la coca in
farmacia, tutto questo non esisterebbe. Non dovrebbero avere contatti
con gentaglia poco affidabile, non finanzierebbero la mafia dei
narcos e non sarebbero ricattabili, terrorizzati di finire sul
giornale. Aggiungo che tanti bravi lavoratori della giustizia
e delle forze dell'ordine non avrebbero perso un anno di pedinamenti
e intercettazioni per una pesca tutto sommato così mediocre.
Fuori dal giro dei simil-vip di via Veneto e dintorni, la cosa
sarebbe applicabile a tutti i livelli dell'uso di sostanze, giù
giù fino al tossico che non ha a che fare con l'elegante
intrallazzatore con la Porsche, ma con il delinquente di strada
con il coltello, e che non sa nemmeno cosa compra, e ogni volta
rischia la pelle. A guardarla così, persino una vicenda
squallida e ridicola come l'ultimo fatterello di cronaca assume
un aspetto diverso, che è quello di ridicolizzare una volta
di più il proibizionismo, di svelarne la malafede e di
metterne in evidenza i limiti intrinseci. Di svelare insomma il
meccanismo per cui la droga si accompagna alla delinquenza soltanto
perché è la delinquenza che la vende, la stessa
delinquenza che, per i suoi affari, brama, desidera e anela un
proibizionismo sempre più proibizionista.
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