
Il ministro Giovanardi spiega la sua proposta
per il recupero dei tossicodipendenti: meglio affidarli alle
comunità terapeutiche che al carcere
«Droga, riabilitazione sì ma senza depenalizzare»
di MARIO STANGANELLI
ROMA - Dopo la proposta di pene alternative per
i tossicodipendenti lanciata dal ministro per i Rapporti con
il Parlamento, Carlo Giovanardi, il centrodestra è sembrato
disunito. Cè stata più di una levata di
scudi da parte di An. Allo stesso ministro, esponente del Ccd,
chiediamo di fare il punto della situazione.
«Vediamo di fare un po di chiarezza. Noi non ci
siamo mossi dal nostro principio fondamentale: "libertà
dalla droga e non libertà di drogarsi". Questo vuol
dire che tutte le ipotesi di liberalizzazione, depenalizzazione,
esperimenti alla svizzera di distribuzione controllata di eroina,
sono escluse».
Anche la pratica della "riduzione del danno"?
«La nostra impostazione di principio si basa su tre caposaldi
sui quali nella Cdl siamo tutti daccordo: prevenire, reprimere,
recuperare. Sul terzo punto dobbiamo vedere cosa fare con il
tossicodipendente: lo manteniamo a metadone ed eroina fino a
farlo morire o ipotizziamo una via di recupero. E qui si può
discutere, come ha fatto anche il ministro della Sanità
Sirchia: se le terapie a scalare sono finalizzate al recupero,
hanno un senso, se invece sono finalizzate a mantenere qualcuno
come uno zombie fino alla morte, no».
Il capogruppo di An, La Russa, si è allarmato allipotesi
di pene alternative.
«E stato un equivoco. Il quadro penale rimane quello
attuale. Non si depenalizza nulla. La novità è
che per il recupero si fa un ragionamento basato su dati di
fatto: le migliaia di ragazzi già affidati dai giudici
alle varie comunità o ai Sert. Per loro, se non si sono
resi responsabili di reati gravissimi, come lomicidio
o lassociazione mafiosa - su questo sono daccordo
con La Russa - si può pensare che alla fine del loro
percorso di riabilitazione nelle comunità, possano non
andare in carcere che, come tutti sanno, è luniversità
del crimine. Parliamo di reati che possono anche andare oltre
i 4 anni di pena, ma che siano sempre compatibili con la prospettiva
del recupero. Non vogliamo cancellare nessuna condanna che il
drogato abbia ricevuto, si tratta solo di vedere se invece di
espiarla in carcere, può più produttivamente scontarla
in una comunità. Beninteso che se non riga dritto finisce
in galera».
La polemica si è accesa sulla scelta di San Patrignano.
«Anche qui cè un equivoco. Le comunità
a cui vengono affidati i ragazzi sono molte: San Patrignano,
don Gelmini, don Ciotti, don Picchi, i Sert e via dicendo. Cè
una scelta pluralista. La polemica è nata sulla proposta
del ministro Castelli che indicava una struttura già
esistente, quella dellex carcere di Castelfranco, vicino
a San Patrignano, per sperimentare unespiazione di pena
particolare da far gestire non solo alle guardie carcerarie
ma anche a chi da una vita si occupa del recupero di questi
ragazzi».
Non è comprensibile la reazione della sinistra di fronte
a una struttura così caratterizzata come San Patrignano?
«Io mi indigno a vedere la Turco o altri esponenti della
sinistra lanciarsi in battaglie ideologiche. Nessuno esclude
tutte le altre comunità. Se lidea dellalternativa
alla pena è valida, potrà essere applicata benissimo
anche altrove. Nessuno nel centrodestra pensa che ci sia una
gerarchia delle comunità. Non erano i leader della Cina
comunista a dire che non importa il colore del gatto, purché
prenda i topi?».
Allora il problema si riduce alla scelta del mezzo di recupero,
visto che sul fine si è tutti daccordo?
«Non è così, perché se la logica
è quella di Franco Corleone o dei radicali di arrivare
alla liberalizzazione della droga, siamo su un crinale diverso,
incompatibile».
Sul progetto di Castelli cè chi parla di "privatizzazione
delle carceri"...
«E una cosa che fatico a capire. Quando i giudici
oggi mandano migliaia di ragazzi nelle comunità che fanno,
privatizzano la giustizia? Mi pare che queste reazioni denuncino
una sinistra crucciata dalla nostra volontà di fare quello
che in 5 anni a loro non è riuscito».
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