
7.01.2002
LETTERA AL CORRIERE
Guido Vergani sul Corriere del 29 dicembre ha stigmatizzato
la polemica sul progetto di affidare alla Comunità di
San Patrignano la gestione della struttura penitenziaria di
Castelfranco Emilia poiché, a suo avviso, i detrattori
non ne conoscerebbero il contenuto preciso.
Per quanto mi riguarda, io conosco in tutti i risvolti la questione
e per primo ho denunciato sul mensile Fuoriluogo un'operazione
ambigua, portata avanti senza trasparenza, che annullava senza
alcuna giustificazione un progetto sperimentale nel trattamento
dei detenuti tossicodipendenti, elaborato dal precedente governo
d'intesa con la Regione Emilia Romagna.
A tal fine la Casa di Lavoro di Castelfranco Emilia è
stata ristrutturata con una spesa di 15 miliardi per trasformarla
in un carcere a custodia attenuata o meglio, a trattamento rafforzato,
per detenuti tossicodipendenti ma non solo: con l'obiettivo
di favorire il reinserimento sociale attraverso il lavoro e
uno stretto legame con la realtà del territorio. Un progetto
cioè di integrazione sociale e non di separatezza, che
scommetteva sulla risocializzazione e non sulla segregazione.
Che cosa c'è che non va nell'ipotesi alternativa di San
Patrignano? In primo luogo la mancanza di chiarezza sul carattere
della struttura. Questa rimane un carcere con le sue regole,
la sua direzione, il suo personale di polizia penitenziaria,
i suoi educatori e con la presenza, voluta dalla legge, del
Sert? Se così è, quale sarebbe la funzione degli
operatori di San Patrignano? Quella di volontari o di gestori
tramite convenzione dell'azienda agricola? Oppure si vuole sperimentare
un carcere affidandone la gestione a un soggetto privato? E
si sceglie la Comunità di Muccioli perché, come
dice l'ineffabile ing. Castelli, avrebbe il know how? E' questa
confusione che alimenta la preoccupazione di un'operazione di
puro potere.
Tutt'altro problema è quello delle ragioni per cui tanti
tossicodipendenti sono in carcere. Il motivo è semplice:
i reati compiuti sono o di violazione della legge sulla droga
( piccolo spaccio) o furti, scippi, rapine per procurarsi denaro
per acquistare la sostanza, ma anche per semplice cessione gratuita.
Qui si giunge al nodo su cui ci si è incagliati nella
scorsa legislatura: occorre cambiare la legge, iniziando dall'abbassamento
delle pene che sono tra le più alte d'Europa e che in
molti casi impediscono di accedere alle pene alternative, presso
i Sert o presso le comunità terapeutiche. Si dice: i
tossicodipendenti non devono stare in carcere. D'accordo. Ma
oggi non vanno in carcere perché tossicodipendenti, visto
che il consumo personale è depenalizzato, ma per altri
reati.
Il rischio di proposte equivoche quali quelle della Comunità-carcere
è di rinchiudere le persone in quanto tossicodipendenti
(e non in quanto autori di reato), esattamente come ieri avveniva
per i matti in manicomio.
Franco Corleone
Ex sottosegretario alla Giustizia
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