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21/02/2005
A Castelfranco Emilia la prima struttura di rieducazione
Sarà inagurata da Fini il 21 marzo e ospiterà 140
detenuti
Carcere per tossicodipendenti è gestito anche da
San Patrignano
Polemica per il coinvolgimento del centro fondato da Muccioli
dal nostro inviato JENNER MELETTI
CASTELFRANCO EMILIA - Sembrano contadini come gli altri, gli
uomini che portano il fieno alle vacche da latte. Uno guida il
trattore, l'altro scarica le balle, un terzo taglia i campi per
andare a controllare le arnie delle api. Ma un fossato e una rete
alta poco più di due metri raccontano che questo non è
un podere come gli altri: è una Casa di Lavoro, con detenuti
che dopo il carcere hanno subito anche questa "pena supplementare".
Proprio qui, oltre la rete sorretta da pali verdi ed i resti dei
muraglioni del Forte Urbano il 21 marzo verrà inaugurato
alla presenza di un bel pezzo di governo (sicuri per ora il vicepremier
Gianfranco Fini e il ministro Carlo Giovanardi) il primo carcere
speciale per tossicodipendenti.
Il progetto è stato preparato dalla comunità di
San Patrignano, che sarà impegnata anche nella gestione
del carcere, con attività "di carattere eminentemente
educativo".
Il direttore della Casa penale, Francesco D'Anselmo, dice solo
che non può raccontare nulla e che bisogna chiedere al
Dipartimento amministrazione penitenziaria (che nemmeno risponde).
Per fortuna, in un'intervista al settimanale della diocesi modenese,
Nostro Tempo, il direttore D'Anselmo nel gennaio 2004 aveva svelato
qualche segreto.
"Stiamo facendo lavori di ristrutturazione e presto potremo
accogliere 140 persone. La nostra diventerà una struttura
a custodia attenuata per le pene inflitte ai tossicodipendenti.
Il lavoro sarà importante anche per i nuovi detenuti: abbiamo
16 ettari di seminativi, un frutteto, un vigneto, una stalla,
alveari per la produzione di miele".
I lavori sono ancora in corso, ma le celle - a due o tre posti
letto - sono state in gran parte ristrutturate. Ancora aperto
il cantiere per i nuovi impianti di luce, acqua e gas. Ma ad appena
un mese dall'inaugurazione ancora non è chiaro a cosa serva
questo che il ministro Giovanardi ha chiamato "carcere modello".
"È una struttura che serve - ha spiegato il ministro
il 16 febbraio a Roma, in un incontro dedicato a "Strategie
nazionali e internazionali nella lotta alla droga" - per
il recupero di detenuti tossicodipendenti condannati a pene detentive
che non permettono l'assegnamento alla comunità. È
evidente che chi è condannato per omicidio non può
uscire dal carcere, ma non per questo si rinuncia all'idea di
un recupero dalla tossicodipendenza".
Una struttura, dunque, molto diversa dai Servizi a custodia attenuata
esistenti da più di un decennio (il primo è stato
aperto a Rimini nel 1992 proprio dall'attuale direttore di Castelfranco)
in otto carceri italiane. "In Emilia Romagna - spiega l'assessore
alle politiche sociali Gianluca Borghi - oltre a Rimini abbiamo
un altro piccolo reparto "attenuato" a Forlì.
Entrambi funzionano benissimo, ma sono "reparti" con
10 o 15 detenuti.
Qui si sta aprendo un carcere con più di 100 detenuti
e alla Regione, in questi 4 anni, non è stato detto nulla.
Scriverò al ministro Castelli e al direttore del Dap per
fare sapere che esistiamo anche noi. A Rimini e Forlì il
tossicodipendente riflette sulla possibilità di entrare
in una comunità. Gli operatori - medici, psicologi, esperti
di comunità, mandati dalle Asl - cercano di capire se davvero
ci sia un impegno serio. E dopo un mese, due, quattro, c'è
il passaggio alla comunità".
Secondo il ministro, il carcere di Castelfranco sembra invece
destinato ad una popolazione "fissa", e questo contrasta
anche con le intenzioni espresse dal partner principale dell'amministrazione
penitenziaria in questo progetto, San Patrignano. Si era parlato
già nel 2001, della presenza della comunità diretta
da Andrea Muccioli in un carcere dello Stato.
"Ci dispiace per chi ci invidia - dichiarò allora
il figlio di Vincenzo Muccioli - ma l'idea l'abbiamo avuta noi.
Quella di Castelfranco sarà una struttura nuova ed estremamente
originale. Chi ci invidia è interessato solo alla spartizione
delle vacche. Tutto nasce da un nostro progetto, che ho portato
personalmente al ministro Castelli".
Quattro anni di lavoro in sordina, e ora arriva la conferma.
"San Patrignano - spiegano ora i dirigenti della comunità
- ha ideato e sta definendo, insieme al direttore della Casa circondariale
di Castelfranco ed altre realtà attive nel campo del recupero
e del reinserimento, un progetto d'avanguardia, di forte valenza
educativa e sociale".
La comunità si fa forte della propria esperienza. "Dal
1984 ad oggi, qui da noi, 3.500 anni di carcere sono stati sostituiti
da percorsi alternativi mirati alla riabilitazione e al pieno
reinserimento sociale".
Ma anche la comunità di Rimini non sembra pensare a detenuti
chiusi a Castelfranco fino alla fine della pena. "Il progetto
- dicono infatti - prevede attività motivazionali, di sostegno
e formazione, propedeutiche all'ingresso in comunità per
il completamento del programma".
Nella fretta di arrivare ad un'inaugurazione in campagna elettorale
forse non tutto è stato dunque definito. A dicembre, ad
esempio, il direttore di Castelfranco ha incontrato a Modena il
Ceis e la comunità l'Angolo di don Soffritti, oltre agli
operatori del Sert. Ha chiesto la loro collaborazione e il loro
contributo, senza fare però cenno alla presenza degli operatori
di San Patrignano. Anche i 24 "internati" tuttora presenti
nella casa di lavoro non sanno nulla del loro futuro: forse saranno
trasferiti nella vicina casa di lavoro di Saliceta San Giuliano.
Già trasferite invece quasi tutte le 60 mucche di razza
olandese, che saranno sostituite dalle pregiate vacche bianche
di razza modenese. Si vuole infatti avviare una stalla modello.
Sembra davvero l'inizio di una nuova san Patrignano.
(21 febbraio 2005)
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