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Speciale
Colombia

a cura di
Mattia Diletti


26.2.2002

Tocca alla Colombia
Guerra civile aperta. Con dietro gli Usa. Sequestrata una candidata presidenziale.

MAURIZIO MATTEUZZI

Non ci voleva molta immaginazione per capire che, dopo l'Argentina, la Colombia sarebbe stata il secondo anello a saltare in America latina. Giovedì scorso, dopo che le Farc avevano dirottato il giorno prima un volo interno e sequestrato un senatore che era fra i passeggeri, il presidente Andrés Pastrana ha annunciato la rottura dei negoziati con il principale gruppo guerrigliero, accusato di "terrorismo", e ha autorrizzato un'offensiva militare contro Farclandia, l'area grande come la Svizzera da cui lo Stato e i suoi apparati si erano ritirati tre anni fa. Ma sabato pomeriggio, mentre si dirigeva a bordo di una jeep proprio verso San Vicente, un posto di blocco delle Farc ha prima fermato poi sequestrato Ingrid Betancourt, uno dei sette candidati presidenziali che si affronteranno il 26 maggio prossimo.
Da allora la Betancourt è scomparsa, mentre sono stati liberati quelli che viaggiavano con lei, compreso un fotografo francese che lavora per Marie Claire . Ora le Farc tengono sotto sequestro 5 deputati e un candidato presidenziale.
Anche se quello della Betancourt sembra un sequestro quasi cercato. La candidata indipendente infatti era più conosciuta all'estero che in Colombia. 40 anni, due figli, tipica esponente della élite cosmopolita bogotana, ex senatrice e autrice di un libro polemico uscito un anno fa - e divenuto un caso letterario - in Francia e presentato il mese scorso in Italia, la Betancourt era considerata una specie di Giovanna d'Arco a Parigi ma praticamente sconosciuta a Bogotà. In un sondaggio del 31 gennaio per conto del principale quotidiano colombiano, El Tiempo, era settima su sette candidati, con lo 0.2% delle intenzioni di voto. Il suo libro - scritto in francese e uscito prima in Francia col titolo La rage au coeur, poi "tradotto" in spagnolo e divenuto La rabia en el corazon e infine in italiano (per Sonzogno) dal titolo ancor più melodrammatico Forse mi uccideranno domani - è il violento atto d' accusa di una "colombiana incorruttibile" (dice lei di se stessa, ma non tutti concordano) contro tutto e tutti (a cominciare dall'ex presidente liberale Ernesto Samper) e con il sogno fisso "che un giorno la Colombia possa diventare una vera democrazia". Ma la Betancourt non è riuscita a sfondare a casa sua - e anzi è incappata anche in qualche guaio giudiziario con le bordate di accuse lanciate nel libro -, nonostante qualche iniziativa fatta apposta per attirare l'attenzione (come quella di distribuire pillole di Viagra) e un accentuato presenzialismo. Solo due settimane fa era stata uno dei quattro candidati a viaggiare fino a San Vicente per un dibattito televisivo con le Farc. Dopo la rottura dei negoziati e la ripresa dell'iniziativa militare annunciate da Pastrana, voleva essere la prima a tornare in quella che ormai è diventata una zona d'operazioni. "Doveva" andare, anche se i militari l'avevano sconsigliata.
A parte le vicende di Ingrid Betancourt, che per far parlare di sé rischia grosso, la Colombia è a un punto critico.
Tre anni di negoziati fra Pastrana e le Farc non hanno portato a nessun risultato concreto. Il paese si era già trovato sull'orlo della guerra civile aperta in gennaio, quando solo l'intervento dell'inviato dell'Onu, James LeMoyne, di alcuni vescovi e degli ambasciatori dei dieci paesi "amici" (fra cui l'Italia), era riuscito a portare a un accordo dell'ultimo minuto, il 20 gennaio. Ma Pastrana aveva dato alle Farc fino al 7 aprile per proclamare un cessate il fuoco e quindi la fine dei sabotaggi, sequestri, attacchi militari. Il gruppo guidato da Tirofijo Marulanda ha continuato tuttavia nella sua strategia del negoziato-mentre-si spara, accentuando anzi le sue iniziative, fino a quando Pastrana ha deciso di rompere e di lasciar fare ai militari. In una intervista dai toni troppo trionfalistici uscita ieri sul quotidiano di Barcellona La Vanguardia, dà già per liquidata la guerriglia, sia pure solo "politicamente" per il momento, "sia internamente sia internazionalmente".
In realtà le cose non stanno proprio così. E quasi tutti concordano che la guerra civile da quasi 40 anni in corso in Colombia, non può trovare una soluzione militare. Se l'Eln, il secondo principale gruppo guerrigliero, sta portando avanti i suoi negoziati con il governo dopo un accordo di principio del deicembre scorso (l'ultimo round di negoziati si è tenuto all'Avana alla fine di gennaio), le Farc si dicono sempre disponibili ai negoziati. Ma pongono delle condizioni che Pastrana - ormai in scadenza di mandato e quindi un'anatra zoppa - e quelli che stanno dietro e sopra di lui non intendono accettare.
La rottura del difficile e faticoso negoziato di pace avviato alla fine del `98 è innanzi tutto il risultato della pressione Usa, prima ma soprattutto dopo l'11 seeembre. Il Plan Colombia funziona ormai a pieno regime e la presenza americana - consiglieri , armamenti, soldi - è sempre più vistosa e aperta. Contro le piantagioni di coca e il narco-traffico ma ora, soprattutto, contro "la narco-guerriglia". Mentre le squadracce paramilitari di estrema destra, coccolate e alimentate fino a ieri (ieri?) da forze armate colombiane e padrini americani, sono ormai un cancro incontrollabile e il candidato oltranzista Alvaro Uribe, sostenitore della"guerra totale" alla guerriglia, fa il pieno dei consensi nei sondaggi elettorali e potrebbe vincere la partita presidenziale al primo turno.
La Colombia sprofonda nella guerra civile aperta. Con rischi concreti che si espanda nei paesi vicini, già fortemente instabili: Ecuador, Venezuela, Perù...

 

 

 

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