
Ricatto al mondo
«Innevare» Europa e Usa di polvere purissima. È
questo il disegno dei talebani smascherato dai satelliti spia
russi. Ecco la storia di 40 depositi con 100 tonnellate di droga.
Pronta a invadere le nostre città.
PINO BUONGIORNO dal confine tra
TAGIKISTAN e
AFGHANISTAN 23/3/2001
Le vecchie carovaniere della Via della seta sono
ancora lì, intatte. Solo che, più di 2 mila anni
dopo, non servono per trasportare la seta, le spezie e la cultura
dalla Cina al Mediterraneo. Oggi la Via della seta è diventata
l'autostrada per l'Europa dell'eroina e dell'oppio. E Moscovski,
a 200 chilometri a sud di Dushanbe, la capitale del Tagikistan,
un'ex repubblica dell'Urss, e a poche decine di chilometri dal
confine con l'Afghanistan, è il punto di sosta obbligato
per questi loschi trafficanti.
Tutt'intorno è miseria e disperazione, rese
ancora più acute quest'anno dalla siccità che ha
colpito i paesi dell'Asia centrale, la più grave da mezzo
secolo. Ma nel piccolo villaggio di Moscovski le Bmw sfrecciano
a tutte le ore, i mercanti della morte sono lì ben riconoscibili,
i dollari passano di mano velocemente per pagare i pacchi di droga
che provengono dal regno dei talebani, gli «studenti pii»
dell'Islam che con l'eroina finanziano la loro guerra civile e
vogliono destabilizzare il mondo intero.
Di là dal confine, superato il limaccioso
e gelido fiume Panj, nel nord dell'Afghanistan, ci sono ben 40
depositi di narcotici. Contengono 100 tonnellate di eroina purissima,
raffinata nei laboratori della zona. È una valanga di polvere,
pari al consumo annuale dell'intera Europa, che sta per travolgerci.
Vale dai 5 ai 15 miliardi di dollari, a seconda se il prezzo è
calcolato in Europa (più a buon mercato) o negli Usa (più
caro): una somma pari al 20 per cento del fatturato globale generato
dagli oppiacei, oltre 120 mila miliardi di lire.
La bomba eroina è l'ultima, spaventosa arma
usata dai talebani afghani per ricattare il mondo dopo la distruzione
delle statue di Buddha. I depositi sono stati individuati dall'agenzia
per il controllo della droga e del crimine organizzato dell'Onu,
l'Undcp, con sede a Vienna e guidata dall'italiano Pino Arlacchi.
Sono stati anche fotografati a uno a uno dai satelliti-spia russi
della società di stato Rosvooruzhenie (Panorama pubblica
le immagini in esclusiva mondiale). Ma la bomba ha già
la miccia innescata e nessuna potenza mondiale riesce a far nulla
per distruggere quei serbatoi di morte.
Il Consiglio di sicurezza dell'Onu se ne dovrebbe
occupare fra qualche settimana. Stati Uniti e Russia ne discutono
da tempo, ma sembrano impotenti. E i talebani, che controllano oggi
il 95 per cento dell'area dei depositi avendone sottratto una buona
parte all'Alleanza del Nord, il movimento di opposizione guidato
dal comandante Ahmad Shah Massoud, possono gongolare: il loro piano
diabolico sta per andare in porto.
Dando seguito alla «fatwa», la direttiva religiosa,
del mullah Mohammad Omar, 39 anni, la «guida suprema»
dell'Afghanistan, che ha dichiarato la produzione dell'oppio (ma
non la vendita) «anti-islamica», quest'anno gli abituali
91 mila ettari coltivati a papaveri di oppio sono stati convertiti
in altre colture, grano soprattutto, ma anche cipolle e aglio.
La strabiliante scoperta è stata fatta dai funzionari antinarcotici
dell'Onu che, a piedi o in jeep, hanno percorso le quattro province
afghane dedite alla produzione di oppiacei: Nangarhar, Laghman,
Kunar ed Helmand. «Grano ovunque. Incredibile, ma vero»
è stata la conclusione di uno stupefatto Bernard Frahi,
che dirige l'ufficio dell'Undcp a Islamabad, in Pakistan, al ritorno,
il 10 febbraio scorso, dall'ispezione.
I talebani cercano disperatamente di ottenere il riconoscimento internazionale
e il rallentamento delle sanzioni internazionali decise dall'Onu
per le coltivazioni di oppio e per l'ospitalità accordata
al terrorista saudita Osama bin Laden. Questa però è
solo una faccia della medaglia. L'altra, più sconvolgente,
è quella che i talebani contemporaneamente hanno fatto aprire
i rubinetti dei depositi per avvantaggiarsi dei prezzi destinati
a esplodere per la mancata produzione di quest'anno. Un'operazione
decisa dai gruppi criminali afghani che gestiscono il traffico,
con l'accordo politico del governo di Kabul che controlla l'area
e trae beneficio dai prezzi schizzati alle stelle. Secondo le notizie
fornite a Panorama dai funzionari antinarcos del Tagikistan, i talebani
riscuotono due tasse: la prima, l'«ushr», è una
specie di «flat tax» del 10 per cento imposta ai contadini;
la seconda, la «zakat», è pari al 20 per cento
ed è applicata alle organizzazioni criminali. Nel 2000 i
«pii studenti» di Kabul e di Kandahar hanno incassato
dai 10 ai 30 milioni di dollari, secondo l'Onu. Quest'anno la cifra
è destinata a raddoppiare, se non a triplicare. C'è
di più. Dopo aver fatto salire i prezzi e dato fondo alle
scorte, i talebani, rivela a Panorama un funzionario dell'agenzia
antidroga americana Dea, «riprenderanno la produzione nel
prossimo autunno accusando la comunità internazionale di
non aver cancellato le sanzioni. La prova è nel fatto che
nessun gruppo criminale è stato colpito né sono stati
chiusi i laboratori e le raffinerie».
Lungo i 1.700 chilometri di confine tra Afghanistan e Tagikistan
ogni giorno è guerra. Diecimila soldati, 2 mila ufficiali
russi e 8 mila di origine tagika, inquadrati nelle truppe di frontiera
della Federazione russa, sorvegliano l'immensa e accidentata area
in base a un patto Mosca-Dushanbe che risale al 1993.
La Russia di Vladimir Putin è in prima linea in questa
disperata battaglia. Intanto perché l'eroina esportata
dall'Afghanistan attraverso il Tagikistan e l'Uzbekistan raggiunge
anche Mosca. Ma c'è anche una ragione più strategica,
che in parte coincide con la politica americana. L'eroina destabilizza
le cinque repubbliche dell'Asia centrale, mette a rischio le rotte
del petrolio e la stessa produzione di greggio, soprattutto nel
Kazakistan (la «nuova Arabia Saudita» del mondo),
favorisce infine l'avanzata dei fondamentalisti islamici finanziati
con la droga dai talebani. L'organizzazione più importante
è il Movimento islamico dell'Uzbekistan (Miu), guidato
da Juma Namangani, 33 anni, che può contare su 2 mila uomini
equipaggiati con armi sofisticatissime e tecnologie avanzate.
Il leader radicale musulmano, in stretto collegamento con Osama
bin Laden, sogna di fondare uno stato islamico «puro»,
come quello dei talebani, nella valle di Ferghana, un'area condivisa
da Kirgizistan, Tagikistan e Uzbekistan, per rovesciare il presidente
uzbeko Islam Karimov, considerato il più vicino agli Stati
Uniti.
A questo «Grande gioco» Putin vuole risultare vincitore.
Ecco perché nel settembre del 1999, incontrando Arlacchi
per la prima volta a Mosca (allora era solo primo ministro), promise
che avrebbe fatto la sua parte per frenare i traffici di droga
dell'Afghanistan attraverso le repubbliche caucasiche. Il nuovo
zar del Cremlino mantenne la parola e fece avere ad Arlacchi l'informazione
giusta tramite il generale Konstantin Tozkij che comanda le truppe
di frontiera: «Sappiamo che oltre il confine tagiko ci sono
40 depositi con 100 tonnellate di eroina». Arlacchi non
voleva crederci (è successo in seguito anche alla Cia e
alla Dea americane, una volta informate). Pensava a un bluff o
all'aggiunta di uno zero. Possibile? Con questa eroina si può
rifornire l'Italia per 10 anni, gli Stati Uniti per tre anni,
cercò di controbattere. E invece era tutto vero. Lo accertò
per primo un consulente dell'Onu, un altissimo dirigente della
polizia italiana, che raggiunse a Moscovski l'inviato di Arlacchi
nel Tagikistan, un altro italiano, Roberto Arbitrio, uno dei migliori
e più brillanti funzionari dell'Undcp. Lavorando giorno
e notte con gli ufficiali russi i due scoprirono che effettivamente
le fonti dell'intelligence di Mosca in Afghanistan erano affidabili.
Tutto questo però non bastava. Occorreva avere la prova
finale, che fu ottenuta con i sistemi Gps per l'identificazione
via satellite. I Gps furono consegnati agli informatori di Mosca
che riuscirono così a mandare i segnali precisi ai satelliti-spia.
I depositi furono localizzati e fotografati. Non solo: le fonti
rivelarono che ogni magazzino di stoccaggio era protetto giorno
e notte da una decina di sentinelle armate con kalashnikov e lanciarazzi.
Inoltre, ciascuno faceva capo a un gruppo criminale afghano che
gestiva in proprio il traffico fino al Tagikistan. Uno dei capi
era un mullah, un altro un vicesindaco, uno ancora il comandante
del posto di frontiera. Tutti personaggi bene in vista nella comunità
locale e tutti legatissimi ai talebani (e prima ancora a Massoud):
insomma la terza potenza dell'Afghanistan.
Vennero anche individuate le rotte preferite. La prima parte
dal deposito di Faydzabad. L'eroina, raffinata nei tre laboratori
della zona, è trasportata dai muli o a piedi attraverso
il Gorno-Badakhshan fino ad alcuni piccoli laboratori sulle montagne
del Pamir. Questi magazzini possono contenere anche 155 chili
di narcotici al mese con l'eccezione di uno, un po' più
grosso, che da solo ne nasconde 700 chili. La seconda rotta è
quella pianeggiante fra Panj e Moscovski. I depositi principali
sono nelle città di Kunduz e Taloqan. Quasi 10 tonnellate
di oppiacei sono conservate ogni mese, pronte a essere spedite
con auto o camion ad altri minidepositi, a volte una semplice
baracca, al confine con il Tagikistan.
«La frequenza media dei traffici nell'area di Moscovski
è di tre volte a settimana» confida a Panorama un
ufficiale di frontiera. La consegna avviene in modo primitivo,
ma efficace. Il trafficante tagiko contatta via radio la controparte
afghana. I due si mettono d'accordo sull'ora, il posto e la quantità
da ricevere. Quindi il tagiko si avvicina ai fili elettrici piazzati
dalle truppe russe lungo il confine mentre i gruppi afghani attraversano
il fiume. Una volta raggiunta la linea di demarcazione fra i due
paesi, gli afghani lanciano il carico mentre altri criminali tagiki
cercano di distogliere l'attenzione dei soldati russi organizzando
attacchi terroristici.
Il Tagikistan, solo 6 milioni e mezzo di abitanti, pullula di
bande criminali nate durante la guerra civile durata cinque anni
e che ha provocato più di 30 mila morti. Alcuni partiti
politici dell'opposizione si sono finanziati con la droga afghana
e hanno cercato di rovesciare il presidente filorusso Imomali
Rakhmonov. Per tutta risposta e per dare stabilità al paese,
il presidente ha chiesto aiuto all'Onu ottenendo l'apertura di
un'agenzia antidroga locale, composta da 350 agenti, addestrati
da un ex poliziotto di Scotland Yard, che guadagnano 100 dollari
al mese, un'enormità se si pensa che un insegnante non
supera i 7 dollari. I russi e l'agenzia tagika lottano per bloccare
i mercanti dell'eroina. Sempre più spesso ci riescono,
ma i loro sequestri sono pur sempre una minima parte di quello
che passa dal Tagikistan fino alle città europee, fino
a Milano, a Roma, a Napoli e a Palermo.
I 40 depositi afghani sono oggi negli stessi posti di alcuni
mesi fa quando furono scattate le foto dai satelliti, confermano
gli agenti delle Nazioni Unite. Funzionano a pieno regime. L'eroina
entra ed esce. E nessun governo al mondo sembra disposto a sporcarsi
le mani per dar fuoco a quella polvere che di bianco ha solo il
colore.