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Speciale #9
Afghanistan

 

Fuoriluogo Marzo/Aprile 2001

Una storia sconosciuta: il ruolo dell’oppio nell’economia asiatica
L’ORO D’ORIENTE
Nell’Ottocento il principale paese consumatore d’oppio era la Cina, che importava la preziosa sostanza dall’India, e solo in seguito divenne il cuore della produzione mondiale di oppiacei

Francesco Montessoro*

Nel XIX secolo l’oppiomania era una questione cinese, poiché il grande impero asiatico era anche il maggior mercato per l’oppio prodotto dagli inglesi in India. Successivamente la Cina divenne anche il cuore della produzione mondiale di oppiacei e il primo “laboratorio” per le politiche di soppressione della droga. Tuttavia, fino agli anni ‘80 dell’Ottocento, la coltura del papavero interessava solo marginalmente le aree montuose della Cina sud-occidentale che confinavano con i cosiddetti Stati Shan della Birmania e con i principati thai dell’Indocina settentrionale. In queste regioni, destinate a diventare nella seconda metà del Novecento il centro della produzione illegale di oppio ed eroina, erano insediate quelle che gli inglesi definivano “hill tribes”, le tribù delle montagne. Il loro modello economico era fondato su un’agricoltura itinerante, in cui prevalevano le tecniche del disboscamento e dell’incendio della foresta: periodicamente, le aree destinate alle colture venivano liberate dalla vegetazione spontanea per far posto a modesti raccolti di riso e di mais. In questa organizzazione economica solo pochi beni, accanto ai cereali che garantivano una misera sussistenza, avevano una qualche importanza commerciale: metalli e pietre preziose, poi legname, cotone, sale e anche petrolio ma non oppio, almeno negli anni ‘60 dell’Ottocento, poiché il narcotico era consumato e prodotto (oltre che nell’India britannica) solo dai cinesi. Poi, l’oppio iniziò gradualmente a penetrare nelle aree tribali, spesso come semplice integrazione di un reddito che era decisamente inferiore a quello delle popolazioni cinesi.
Gli eventi che propiziarono la nascita dell’economia dell’oppio nella Cina sud-occidentale, e poi nella Birmania settentrionale, furono drammatici. Nel 1855 lo Yunnan veniva scosso da una distruttiva rivolta musulmana, destinata a durare quasi vent’anni. Gli alleati forse più preziosi della comunità islamica furono le tribù di montagna. I massacri che avevano accompagnato la rivolta islamica nello Yunnan, e la sua repressione, furono straordinariamente feroci ed ebbero come conseguenza l’espulsione dei ribelli sopravvissuti verso gli Stati Shan, cioè verso le aree montuose non controllate direttamente né dall’impero cinese né dai britannici. In queste regioni della Birmania nord-orientale, i musulmani superstiti si insediarono come minoranza mercantile, spesso in alleanza e quasi in simbiosi economica con le popolazioni tribali. Dal canto loro, i popoli delle montagne erano già interessati a una lenta migrazione verso sud, causata sia dalle ricorrenti tensioni con i cinesi, sia dalla riduzione delle risorse disponibili. Le conseguenze della rivolta dello Yunnan, e l’impoverimento che ne derivò per i popoli delle montagne, favorirono l’adozione di un’economia fondata sul papavero.
Le distruzioni di vent’anni di guerra, con i massacri e i saccheggi che avevano dissanguato la provincia arrestandone le attività minerarie e limitando la stessa produzione agricola, si saldarono alla metà degli anni ‘70 dell’Ottocento con l’accresciuta domanda d’oppio delle altre regioni cinesi. Ormai le importazioni delle province sud-occidentali, a differenza di quanto accadeva prima della ribellione islamica, erano pagate in oppio. Il papavero stava per diventare la grande industria dello Yunnan.
La vitalità della produzione del papavero nelle aree sud-occidentali della Cina venne rilevata ben presto: l’oppio aveva un grande valore rispetto al suo peso e al suo ingombro, poteva essere trasportato ai mercati anche da valli remote, e poteva essere conservato a lungo senza che ciò ne riducesse il valore. In queste province il narcotico si era affermato come il principale prodotto d’esportazione. Contrabbando e commerci legittimi stavano sviluppandosi insieme per le faticose strade che attraversavano le montagne della Cina sud-occidentale, fino agli incerti confini con l’Indocina, il Siam e la Birmania.
L’oppio della Birmania
Nella Birmania settentrionale, l’oppio rimase relativamente poco importante fino alla seconda guerra mondiale. Poi la Birmania indipendente venne scossa da rivolte armate animate dai comunisti e dalle minoranze etniche delle regioni settentrionali del paese. All’inizio degli anni ‘50, alle tensioni interne si affiancò un nuovo fattore di crisi, quando truppe sbandate dello sconfitto esercito nazionalista cinese abbandonarono lo Yunnan incalzate dalle forze di Mao e cercarono riparo in Birmania. Nel 1953 erano circa trentamila i soldati cinesi del Guomingdang attestati in Birmania. I cino-nazionalisti riuscirono a organizzare il traffico di oppio su larga scala, legandosi alla potente comunità dei cinesi dello Yunnan, che agivano come collettori dell’oppio prodotto dalle popolazioni tribali. La presenza delle forze del Guomindang favorì la trasformazione degli Stati Shan e della Tailandia settentrionale in una delle più importanti aree di produzione d’oppio del mondo. Tra il 1950 e il 1960 la produzione della droga passerà da neppure 40 tonnellate a circa 300-400.

Il ruolo della Tailandia
Il legame tra le forze cino-nazionaliste, la Cia e la nuova leadership militare thai favorì l’ingresso della Tailandia nel mercato mondiale dei narcotici. In questo paese, dopo il 1951, il traffico dell’oppio era controllato dagli stessi ambienti militari e di polizia che governavano il paese. Solo alla fine degli anni ‘50 il traffico passò nelle mani della criminalità cinese di Bangkok e ai cino-nazionalisti fuoriusciti dalla Birmania. I trafficanti shan e le forze dei nazionalisti cinesi che controllavano buona parte delle zone di produzione facevano affluire prima oppio e poi, dalla fine degli anni ‘60, eroina in territorio tailandese, agendo come un esercito clandestino interessato a ottenere armi e merci in cambio di droga. Da paese consumatore d’oppio, la Tailandia divenne così il maggior centro di distribuzione dei narcotici, mentre la stessa produzione aumentò da sette a oltre 100 tonnellate. E anche in questo paese, la produzione del papavero era connessa alle minoranze etniche. Il governo di Bangkok, non volendo alienarsi i favori delle tribù hmong (nella cui economia il papavero era fondamentale) adottò un atteggiamento conciliante nelle aree della Tailandia settentrionale. Negli anni ‘60 stava per nascere quello che diventerà noto come il Triangolo d’oro. L’oppio della regione era pronto per il grande traffico internazionale.
Il Laos tra “guerra segreta” ed eroina
Nella seconda metà degli anni ‘50, con il ritiro francese dall’Indocina, i generali laotiani iniziarono a occuparsi di droga. La crescita della produzione laotiana d’oppio, soprattutto, era connessa alle vicende politiche del paese e a quella “guerra segreta” che nei primi anni ‘60 era stata promossa dagli americani per sconfiggere gli esponenti neutralisti di Vientiane. Washington temeva in particolare un’alleanza tra questi e i comunisti del Pathet Lao, in un contesto esacerbato dalla guerra del Vietnam: molte aree laotiane facevano parte del cosiddetto “sentiero di Ho Chi Minh” attraverso cui affluivano gli aiuti di Hanoi alla guerriglia sud-vietnamita. In queste regioni di confine, oltre che nella Tailandia del nord e negli altipiani del Vietnam centrale, gli americani addestravano i membri delle tribù di montagna per utilizzarli in operazioni di controguerriglia. Negli anni ‘60, queste attività militari clandestine si intrecciarono al traffico d’oppio ed è probabile che anche effettivi americani fossero coinvolti nel traffico di droga per ragioni strategiche e di alleanza politica con la leadership tribale. Nel 1964, per controllare parte della produzione birmana (che veniva stimata ormai in circa 500 tonnellate di oppio all’anno) i laotiani si allearono con un emergente trafficante shan, noto con il nome di Khun Sa. In gioco c’era il controllo della droga prodotta dalle tribù wa e lahu della Birmania nord-orientale.

Storia economica di una regione: il boom del Triangolo d’oro
Oppio e Finanza
Una relativa inversione di tendenza si ebbe a partire dalla metà degli anni ‘70, con la fine della guerra del Vietnam. All’inizio degli anni ‘80 vi fu l’ascesa dell’area della Mezzaluna d’oro

All’origine del Triangolo d’oro vi furono fattori di ordine sociale ed economico, oltre che strategico e politico, concernenti il Laos, la Tailandia e la Birmania. In questo paese, in particolare, la politica separatista dell’élite shan si era accentuata nel 1959, quando il governo di Rangoon aveva soppresso il ruolo politico tradizionale dei capi locali; si trattava di una strategia dalle evidenti implicazioni militari e l’oppio doveva servire per acquistare armi. I ribelli shan pretesero imposte in oppio nelle regioni poste sotto il loro controllo per acquistare armi (americane) dall’esercito laotiano. Anche le formazioni estranee alla componente shan (come le forze della guerriglia guidata dal Partito comunista birmano, radicatasi dal 1969-70 nella regione di insediamento delle tribù wa, al confine con la Cina) si legarono rapidamente all’economia della droga, lottando per il controllo del traffico o tollerando la produzione di oppio nei villaggi posti sotto la propria influenza. Il ruolo di queste formazioni era comunque trascurabile, poiché negli anni ‘60 gran parte dell’oppio era nelle mani dei trafficanti cino-nazionalisti. Il mercato della droga, comunque, si sviluppò considerevolmente dopo il 1965, con l’escalation militare americana nella guerra del Vietnam. In questa fase del conflitto la diffusione dell’eroina tra le truppe americane divenne un fenomeno assai rilevante. Peraltro, questo mercato scatenò una concorrenza spietata. Nel 1967 si assistette al primo vero conflitto per il controllo del traffico tra Khun Sa, le forze cino-nazionaliste che non intendevano perdere il dominio sul traffico, e i militari laotiani; questi ultimi si imposero in uno scontro sul Mekong, al confine tra Birmania, Tailandia e Laos. Con quella che diventò nota come la “guerra dell’oppio”, e che tenne a battesimo sulla stampa internazionale la nascita del Triangolo d’oro, i cino-nazionalisti, almeno per quel che concerne i rapporti con i laotiani e i tailandesi, iniziarono a perdere influenza; Khun Sa, il vero sconfitto, vide ridursi la prospettiva di una rapida ascesa nell’universo del traffico. I laotiani giunsero a controllare una quota crescente della droga birmana.

La crisi del Triangolo d’oro
Una relativa inversione di tendenza si manifestò nella seconda metà degli anni ‘70, con la fine della guerra del Vietnam, quando si ridusse la produzione tailandese e furono applicati i primi programmi di sostituzione delle colture di papavero su iniziativa dell’Onu. Le popolazioni delle aree montuose della Tailandia settentrionale vennero incentivate ad abbandonare la produzione di oppio, sostituendola con quella di frutta, fiori, caffè. Questi progetti produssero risultati contraddittori, sia per carenze infrastrutturali sia per la diffusa corruzione degli ambienti militari e della polizia tailandese. Alla fine degli anni ‘70, l’oppio prodotto nella regione scese a 160 tonnellate rispetto alle 700 degli anni precedenti, e il Triangolo d’oro perse il ruolo di principale area di produzione illegale di oppiacei. Nella prima metà degli anni ‘80, per contro, vi fu l’ascesa dell’oppio dell’Asia sud-occidentale, nelle aree della cosiddetta Mezzaluna d’oro. Anche in questo caso, la droga era connessa alle esigenze strategiche e militari di un conflitto. L’intervento sovietico in Afghanistan, infatti, aveva creato le condizioni per l’espansione della produzione d’oppio destinata a finanziare l’acquisto di armi per i guerriglieri antisovietici. All’inizio degli anni ‘80 solo il 15% dell’eroina consumata negli Usa proveniva dal Triangolo d’oro, mentre quella dell’Asia sud-occidentale si attestava al 60%. Tuttavia, con la fine della guerra in Afghanistan, il Triangolo d’oro riconquistava il primato, fornendo all’inizio degli anni ‘90 circa il 50% della droga che giungeva sul mercato americano. Se nel 1985 la Birmania produceva probabilmente 500 tonnellate di oppio, 100 il Laos e 35 la Tailandia, le regioni della Mezzaluna d’oro avevano produzioni assai più rilevanti: l’Afghanistan 400-500 tonnellate, l’Iran 200-400, il Pakistan 40-70. Il raccolto di oppio del 1989, tuttavia, ripristinava i valori del passato. La Birmania accresceva la propria produzione di quattro-cinque volte, superando le 2600 tonnellate; il Laos passava a 200-300, mentre soltanto la Tailandia vedeva diminuire la propria produzione a 25 tonnellate, anche se si rafforzava il suo ruolo nel transito e nel finanziamento del traffico. La crescita produttiva della Mezzaluna d’oro, nello stesso periodo, anche se significativa non era paragonabile a quella dei paesi dell’Asia sud-orientale.
La rinascita
Dalla fine degli anni ‘80 la produzione illegale di oppio ed eroina tornava a essere una questione birmana. La produzione di oppio birmano aumentò in termini sostanziali, mentre le raffinerie al confine fra la Tailandia e gli Stati Shan, in grado di produrre eroina quasi pura, permisero la produzione di enormi quantità di droga. Gli equilibri etnici, politici e militari che segnarono la crescita della produzione di stupefacenti non sono di facile determinazione, ma sembrano connessi quasi esclusivamente alla regione Shan. Negli anni ‘70 le formazioni shan e cino-nazionaliste si erano indebolite ed erano emersi, in competizione anche con i comunisti birmani, veri “signori della droga” come Khun Sa e il cinese Lo Hsing-han, entrambi legati alle potenti comunità di mercanti yunnanesi, presenti da più di un secolo negli Stati Shan. La frammentazione politica e le rivalità all’interno degli Stati Shan portò nel corso degli anni ‘70 ad alleanze temporanee e a repentini mutamenti di fronte. Khun Sa, arrestato nel 1969 a seguito della sconfitta subita sulla riva laotiana del Mekong due anni prima, venne rilasciato dalle autorità birmane nel 1974 e poté riprendere il controllo del traffico, alleandosi a sua volta con una delle fazioni shan. Alla fine degli anni ‘70 Bangkok cercò di costruire una sorta di alleanza tra i cino-nazionalisti e Khun Sa, e questi ottenne una base in territorio tailandese, in cui resterà fino all’inizio del 1982. L’esercito birmano partecipò a questa intesa attaccando le aree controllate dai comunisti, e ricevendo per questo un certo aiuto militare americano.
Alla metà degli anni ‘80, il gioco delle alleanze portò ad accentuare il conflitto tra Khun Sa e i tailandesi, anche se le operazioni militari di Bangkok non furono risolutive. I mutevoli equilibri interni agli Stati Shan mutarono ancora nel 1989, quando le milizie del Partito comunista birmano, composte in buona misura da guerriglieri di etnia wa, abbandonarono la vecchia leadership facendo precipitare la crisi del partito. Con il ritorno al potere, a Pechino, di Deng Xiaoping e l’adozione nel 1978 di un nuovo corso politico, mutò la strategia cinese nei confronti dei partiti comunisti dell’Asia sud-orientale, e in particolare di quelli della Tailandia e della Birmania. All’inizio degli anni ‘80 il Partito comunista birmano si affidò alla produzione di oppio per acquistare armi, facendosi condizionare progressivamente dall’economia della droga. L’ostilità cinese nei confronti dei comunisti birmani aumentò quando nella Cina meridionale iniziò a diffondersi il consumo di sostanze stupefacenti.
L’inizio degli anni ‘90 sanciva il successo di Khun Sa. Tuttavia, i generali birmani nel 1988-90 dovettero affrontare una profonda crisi politica interna e subire un crescente isolamento internazionale. In cambio di un’effettiva autonomia concessa alle etnie della Birmania del nord, i successori di Ne Win – gli assassini degli studenti e dei monaci buddhisti che hanno lottato per la democrazia alla fine degli anni ‘80 – hanno ricostruito un potere assoluto e arbitrario finanziandosi con l’eroina. In queste circostanze, nel 1996, con la farsa della cattura, della prigionia e del rilascio di Khun Sa sono stati trovati nuovi equilibri di potere destinati a sancire, all’insegna dell’illegalità, l’alleanza tra una dispotica élite militare e i signori della droga.

* Professore all’Università di Milano, studioso della società e dell’economia dell’Asia orientale. Autore, tra l’altro, di: La merce dei sogni. L’oppio nella società e nell’economia dell’Asia orientale (Milano, Franco Angeli 1999) e di Vietnam, un secolo di storia (Milano, Franco Angeli 2000).


 

 

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