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Speciale #9
Afghanistan

 


24.10.2001

C'è anche l'oppiodotto
La guerra e le nuove alleanze dei signori della droga
MAURIZIO VEGLIO *


Immaginate un paese desolato, povero, oppresso. Immaginate che l'unica ricchezza provenga dalla coltivazione di una pianta tra le poche in grado di adattarsi al clima secco e arido. Una pianta "magica" e proibita, miraggio del piacere per milioni di persone, miniera d'oro per i signori locali e unica fonte di vita per 600mila contadini. Esiste una valida ragione morale, economica o religiosa per vietare questa coltivazione? In Afghanistan sì.
Come si legge nel numero di ottobre di Narcomafie, che presenta un esclusivo dossier dedicato al ruolo del narcotraffico nella crisi internazionale, il 27 luglio del 2000 Mullah Mohammed Omar, leader supremo dei Talebani, ha proibito la coltivazione del papavero da oppio - da cui si ricava l'eroina - decretandone l'incompatibilità con la religione islamica. Fino a quel momento dall'Afghanistan proveniva oltre il 70% dell'oppio prodotto in tutto il mondo, che, sotto forma di tasse, garantiva circa 200 miliardi all'anno al governo talebano. Il 90% dell'eroina smerciata in Europa proveniva dalla lavorazione dell'oppio afghano attraverso la rotta balcanica (Iran, Turchia e Stati balcanici singolarmente impegnati in una guerra devastante) o, più recentemente, attraverso l'Asia Centrale e la Russia.
Abdul Hamid Akhundzada, responsabile del governo talebano per il controllo della droga, ha dichiarato nello scorso luglio a Lucia Vastano - v. pezzo di aperura della pagina - che negli 8.000 villaggi coinvolti nell'economia della droga non c'è più traccia dei campi di oppio. Anche Bernard Frahi, responsabile locale dell'agenzia delle Nazioni unite per la lotta alla droga (Undcp), ha confermato che l'Afghanistan - come il Pakistan - è ormai un paese poppy free, cioè libero dalle coltivazioni di papavero. L'oppio è da diversi anni la moneta corrente afghana, buona per pagarsi un viaggio verso il Pakistan o l'Iran ma anche per acquistare armi, rifornimenti e munizioni. E allora dove sono le "banche", i magazzini con le scorte? Davvero le coltivazioni riguardano esclusivamente la regione controllata dai mujaheddin che, pure, è bene ricordarlo, non hanno mai smesso di coltivare papaveri? E soprattutto: chi sta comprando le terre svendute dai contadini, che non possono più pagare il mutuo grazie al quale l'avevano acquistata?
Narcomafie racconta la storia della guerra alla droga in un paese violentato da un lungo, tremendo conflitto che dura da 22 anni, e che ha prodotto molte vittime, quasi 5 milioni di profughi e 12 milioni di mine ancora inesplose. Il regime autoritario e oscurantista dei Talebani non rappresenta che l'ultima disgrazia di una storia tormentata e purtroppo ancora lontana da una soluzione.
Ma le questioni aperte, sullo scacchiere internazionale, sono molteplici: Narcomafie dedica anche una speciale attenzione all'evoluzione geopolitica in Tagikistan, passaggio obbligato verso il mercato del futuro, la Cina. Grazie alla posizione strategica, nel piccolo Stato centroasiatico piovono gli investimenti dell'Occidente, che rischiano però di finire in mano alla mafie dominanti in questa regione off-limits. E non vanno trascurate la contesa per il controllo del Mar Caspio, dove dovrebbe passare un megaoleodotto in grado di attraversare l'Afghanistan fino all'Oceano Indiano, e ancora le atrocità e l'eredità della guerra nella Cecenia musulmana, anch'essa ricca di giacimenti di petrolio e gas naturali.
Sull'intero scenario pesa un inquietante paradosso. Come ricorda nel suo articolo Alison Jamieson, nel corso degli anni Ottanta Osama bin Laden e le diverse fazioni afghane ricevettero finanziamenti, armi e anche missili Stinger dagli Stati Uniti in funzione antisovietica - si calcola che nel 1989 l'appoggio americano abbia raggiunto i 600 milioni di dollari. Oggi lo sceicco si è rivoltato contro i sostenitori di un tempo, che adesso appoggiano, insieme agli ex nemici russi, i mujaheddin anche loro grandi coltivatori di papavero. Nuovi attori e nuove alleanze, ma sullo sfondo le stesse vittime.

Maurizio Veglio è della redazione di "Narcomafie"


 

 

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