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24.10.2001
Oppio per oppio
L'Onu e il governo talebano avevano dichiarato l'Afghanistan una
nazione "poppy free", senza più coltivazioni di
papavero. Ora è tutto da rivedere. La guerra costa e l'oppio
rende molto più del grano. Lo sanno bene i contadini, lo
sa bene il Mullah Omar. Ma lo sanno bene anche i mujaheddin dell'Alleanza
del Nord, alleati dell'Occidente, che non hanno mai smesso di coltivarlo
LUCIA VASTANO
Nelle valli di Jalalabad e Kandahar questo è tempo di semina.
A inizio ottobre i contadini afghani spaccano la terra per prepararla
ad accogliere i semi, poi aspettano la luna propizia per spargerli
e farli crescere forti e sani. In aprile sarà tempo di raccolto.
Cosa raccoglieranno il prossimo anno, se papavero da oppio o grano,
o niente, non si sa. Perché la guerra ha rimescolato tutte
le carte. E così se nel luglio scorso Bernard Frahi, responsabile
per l'Afghanistan dell'Undcp, l'organismo Onu contro la droga e
Abdul Hamid Akhundzada, responsabile talebano per il controllo della
droga, avevano dichiarato l'Afghanistan di Mullah Mohammed Omar
una nazione "poppy free", senza più coltivazioni
di papavero, ora è tutto da rivedere.
La guerra costa e l'oppio rende molto più del grano. Lo sanno
bene i contadini che ho incontrato - ho lasciato l'Afghanistan nello
scorso agosto. Lo sa bene l'Alleanza del Nord che non ha mai smesso
la produzione sul suo territorio. Lo sa bene anche il Mullah Omar,
che ha bisogno di soldi per armi e munizioni: non esiste al mondo
una moneta migliore della droga per comprare armi e proiettili.
E poco importa se nella fatwa del 27 luglio 2000 aveva dato avvio
alla sua guerra contro alla droga. In fondo anche oppio ed eroina
possono essere un buon sistema per punire l'Occidente. Basta solo
avere pazienza perché per crescere il papavero ha bisogno
di tempo e di cure. Quando ad aprile si andrà nei campi per
estrarre l'oppio, forse il regime di Kabul sarà già
caduto. Ma i guadagni resteranno per chi possiede la terra. Ma chi
possiede ora i campi su cui crescere il papavero?
Melaek Abdullah Kudus è vecchio ma ostinato. Da oltre vent'anni
è il capo villaggio di Sultan Pur, a pochi chilometri da
Jalalabad. Da una vita lavora nei campi. Si era sentito molto fortunato
quando, nel 1997 una banca della capitale gli aveva concesso un
mutuo per l'acquisto di un appezzamento di terra. Un mutuo impegnativo,
ma sopportabile. "Riuscivo a mettere da parte un po' d'oppio
come risparmio di famiglia", ci raccontava Melaek l'estate
scorsa. "Lo sotterravo in un posto segreto e lo vendevo solo
in caso d'emergenza. L'aprile dello scorso anno sono arrivati i
trattori da Kabul e hanno sradicato tutti i fiori. Ci hanno detto
di seminare grano perché è questo che Allah vuole:
pane e farina per riempire le pance della gente. E noi abbiamo obbedito.
Ma il grano vale molto meno dell'oppio che vendevamo a 4.000 rupie
pakistane al chilo (circa 140.000 lire, ndr). Ci si è messa
poi anche la siccità e così ora non abbiamo più
soldi per pagare il mutuo. Molti hanno venduto i campi. Terre ormai
senza valore comprate a caro prezzo per produrre oppio. La comunità
internazionale ci ha abbandonato. Ci avevano detto che se contribuivamo
alla lotta alla droga ci avrebbero dato semi, trattori, pompe per
scavare pozzi e far scorrere l'acqua nei canali anche in periodi
di siccità. Non ci è arrivato niente. Il 15% dei contadini
si sono arresi e se ne sono andati. Per le strade qui intorno si
vedono da mesi girare jeep da 80.000 dollari. Si fermano davanti
alle case dei piccoli proprietari come me e fanno la loro offerta,
quattro soldi neanche sufficienti a recuperare la somma investita.
Chi sono i compratori? Provate un po' ad immaginarlo".
Non ci vuole molta fantasia. Chi può avere soldi in un Afghanistan
in piena crisi economica? I talebani e i trafficanti. Di droga,
di armi o di opere d'arte trafugate. Così il cerchio si chiude
e la povera gente si ritrova con un pugno di mosche e con un futuro
da servi della gleba nei campi per i quali ha versato i risparmi
di una vita e tanto sudore.
"Il nonno non ha voluto andarsene", dice Mokhtar, ventidue
anni, nipote di Melaek. "Ma io non ce l'ho fatta, soprattutto
adesso con la guerra. Ho un bambino piccolo. Ho venduto la mia terra
ed ho raggiunto la famiglia di mia moglie a Peshawar, sono al sicuro.
Come ho passato la frontiera? Non c'è problema, basta pagare.
Prima mia moglie era insegnante, poi con le leggi imposte dai talebani
ha dovuto abbandonare il lavoro. Fino allo scorso anno le era però
concesso stare nei campi, a tagliare il bulbo del papavero per estrarre
l'oppio. I talebani lo sanno, senza le donne a dare una mano non
si può curare un campo. In quest'ultimo anno la vita è
stata molto dura per mia moglie. Senza la coltivazione di papavero
era costretta a stare a casa. Molte donne si sono date fuoco per
la depressione e per protestare contro la legge. Che dovevo fare?
Aspettare una bomba dal cielo o il gelo dell'inverno senza legna
per il camino, o la fame? Mi sono rimaste solo cipolle e patate.
Allah benedica l'oppio che avevo messo da parte e che mi ha permesso
di mettere in salvo la mia famiglia".
La strada che da Jalalabad conduce in Pakistan attraverso il mitico
Khyber pass è una delle poche asfaltate e in buone condizioni
del Paese. In quella striscia di terra che corre lungo i confini
e che per il Pakistan è area di autonomia tribale, a maggioranza
pashtun, c'è una specie di fortino super tecnologico. Da
pochi mesi è stato confiscato dal governo, ma prima apparteneva
a Ayub Afridi, leader della Khyber Agency che controllava il traffico
di droga dell'area. Ayub ha passato un certo periodo nelle prigioni
pakistane e in quelle americane. Ma le sue molte aderenze con il
mondo politico lo hanno tirato fuori da entrambe le galere, con
cavilli giuridici e pressioni sui magistrati. Un altro del clan
afridi se la passa brutta. In questo Pakistan che tutto d'un tratto
diventa l'alleato più devoto per l'Occidente, Rehmat Shah
Afridi, ricchissimo direttore e proprietario del Frontier Post,
uno dei quotidiani più venduti della North West Frontier
Province, è stato arrestato e condannato a morte per traffico
di droga. Lui, nel più classico cliché mafioso, ha
detto che si rivolgerà alla Corte Suprema perché "vittima
di un complotto" degli avversari. E' probabile che qualche
collaboratore con velleità di far carriera e salire ai vertici
della cupola mafiosa lo abbia tradito. Perché tra le tante
guerre in corso nel martoriato territorio afghano e negli uffici
pakistani vi è anche quella per il potere.
Lucia Vastano è della redazione di "Narcomafie"
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