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Dall'Agenzia nazionale di informazione "testimoni
di GeNova"
Narcotraffico e affari globali
"Nell'attuale globalizzazione economica, la cosiddetta "globalizzazione
senza volto umano", l'economia criminale è uno dei pilastri.
Solo una legislazione internazionale sui cosiddetti "paradisi
fiscali" unita ad un allentamento delle convenzioni proibizioniste
potrebbero iniziare a ridurre il ruolo dell'economia legata alle
droghe nelle transazioni internazionali e quindi globali".
E' quanto sostiene Luca Rastello, giornalista che da anni si occupa
delle "narcomafie" e delle interconnessioni tra queste
e l'economia, la finanza, la politica a livello locale, nazionale
e internazionale.
Un margine di profitto del 999 per 100
Le droghe cosiddette pesanti, cocaina ed eroina, sono nella storia
dell'economia umana le merci che hanno garantito i più alti
margini di profitto. Basta pensare che per un dollaro investito
in produzione di coca se ne producono mille di guadagno: il margine
di profitto è dunque del 999 per 100. Questo fa sì
che siano l'oggetto privilegiato dell'economia criminale, ma non
solo di questa, anche dell'economia di guerra e dell'economia corsara
dei nuovi stati nati dalla frammentazione del mondo verificatasi
negli anni Novanta.
Questo avviene perché, sottolinea Rastello, classi dirigenti
che hanno bisogno di stabilizzarsi, di garantire il proprio ruolo
e potere indipendentemente dallo sviluppo reale dei loro Paesi,
hanno bisogno anche di accumulazioni di ricchezza vertiginosamente
veloci, che il ciclo legale non garantisce. Per tale ragione le
economie della coca e dell'oppio sono diventate così importanti
per le classi dirigenti di mezzo mondo che è ormai enormemente
difficoltoso distinguere il sistema economico complessivo di molti
Paesi da quello dell'economia criminale. Questo vale nei Balcani,
in Asia centrale ma anche in Colombia e parte dell'America Latina.
Secondo Rastello "tutto ciò accade perché il
margine di profitto è garantito dalla difficoltà di
accesso al mercato al livello del dettaglio: che si può tradurre
col termine "proibizione". E dico questo senza voler sostenere
che abolendo la proibizione si toglierebbe mercato alle mafie, perché
non è vero (altrimenti il tabacco non sarebbe un altro mercato
privilegiato). Ormai le organizzazioni criminali sono delle realtà
economico-finanziarie transnazionali polverizzate e agiscono lungo
canali di relazione indipendentemente dalla natura più o
meno legale della merce che trattano".
Droghe: parte strutturale dell'economia di guerra
I mercati della cocaina e dell'eroina hanno il valore aggiunto dell'alta
redditività, più delle armi. Il mercato delle armi
ha infatti un fatturato complessivo molto più alto di quello
delle droghe, ma il mercato delle droghe presenta margini di profitto
infinitamente più alti. Hanno quindi due modi paralleli e
diversi di essere convenienti.
Questo ha fatto sì che in molte crisi di guerra i due mercati
viaggiassero parallelamente. Per spiegare meglio Rastello propone
un esempio: le "triangolazioni" che si facevano sull'Adriatico
tra il 1993 e il 1995. Non è vero che si scambiavano armi
con droga. In realtà, i grossi canali dell'eroina che giungeva
dalla Turchia (terra di raffinazione verso l'Europa) aprivano delle
relazioni tra Paesi e dei canali su cui passavano anche le armi,
però queste armi andavano a fazioni non sempre in grado di
pagarle. Così, l'ingrosso dell'eroina giungeva insieme alle
armi a fazioni che si prendevano l'incarico di trasformare l'ingrosso
in dettaglio, gestendo gli ultimi livelli del mercato e realizzando
così quei margini di profitto straordinario che permettevano
loro di pagare le armi.
Questo ha coinvolto eserciti e stati nel mercato criminale ed è
l'esempio della mafia del Kosovo, che per anni ha dovuto svolgere
questo tipo di lavoro prima di organizzarsi anche come soggetto
fiancheggiatore di formazioni militari, a loro volta profondamente
condizionate dal mercato criminale e illegale.
"Dunque - afferma Rastello - non basta dire che la droga è
il canale di finanziamento delle parti in armi: è un elemento
strutturale e sostanziale dell'economia di guerra internazionale".
Narco-Stati non solo nel Sud del mondo
Come in tutti i settori dell'economia, anche nell'economia criminale
si è verificato il fenomeno della concentrazione della maggior
parte della lavorazione delle droghe nei luoghi di produzione, che
essendo generalmente situati in aree povere e disagiate garantiscono
costi minori. La raffinazione, che negli anni Settanta e Ottanta
si faceva in Turchia e Sicilia e che dava a queste mafie un grande
potere geopolitico, ha iniziato dunque a concentrarsi sui luoghi
di produzione.
Questo, secondo Rastello, ha radicalmente cambiato la geopolitica
delle cosche: le mafie italiane, ad esempio, oggi contano molto
meno alla luce di queste trasformazioni, perché sono diventate
semplici agenzie di servizi che lavorano in nome e per conto di
altri soggetti che "muovono" le droghe. Tali soggetti
non sono più solamente cosche criminali ma interi stati e
soprattutto soggetti economici e finanziari. Infatti, la parte maggiore
degli ingenti profitti che le droghe garantiscono non va ai produttori
bensì a coloro che attuano il reinvestimento di questo denaro
nel ciclo legale. Si pensi ad esempio che nel 1996 nelle banche
della Florida sono entrati 9 miliardi di dollari, naturalmente senza
controllo, provenienti dai cartelli colombiani e messicani della
droga.
Questo ha fatto sì che l'intero sistema finanziario della
Florida, quarto Stato per popolazione degli Stati Uniti, dipendesse
da una forma non dichiarata di riciclaggio. Quando si parla di narco-stati,
dunque, non bisogna pensare solo al Sud del mondo: "Il fenomeno
è molto più complesso e investe l'economia occidentale,
perché lì produce i suoi maggiori profitti. In questo
ciclo, gli interlocutori di quelle agenzie di servizi transnazionali,
che sono diventate le mafie, sono soggetti di ogni genere e perfino
pubblici insieme ai soggetti economici e finanziari anch'essi transnazionali".
Il caso Afghanistan
Per quanto riguarda l'Afghanistan, oggi al centro dell'attenzione
mondiale, l'aspetto dell'economia illegale è particolarmente
delicato, perché negli ultimi due anni il Paese è
diventato il primo produttore mondiale di oppio, con una produzione
stimata tra il 75 e il 79% di quella mondiale totale. Fino a 6-7
anni fa il primo produttore era la Birmania e il secondo il Pakistan.
La ragione fondamentale di questa escalation afghana è stata
la scelta del Pakistan, che oltre ad essere il secondo produttore
mondiale fino a qualche anno fa rivestiva un ruolo estremamente
delicato negli equilibri tra Oriente e Occidente, ed è servito
come base per gli appoggi internazionali nella lotta contro i sovietici.
Nel periodo dell'invasione sovietica dell'Afghanistan, la scelta
politica del Pakistan fu quella di finanziare e potenziare delle
milizie musulmane sotto "l'ombrello" della CIA. L'esigenza
di costruire in Afghanistan un governo amico, spiega Rastello, portò
il Pakistan ad appoggiare l'insediamento dei talebani, di etnia
pashtun esattamente come la maggioranza delle popolazioni che abitano
le aree tribali del Nord del Pakistan.
Queste aree erano i luoghi di maggiore coltivazione dell'oppio,
nonché aree sottratte al controllo statale: per legge in
quella parte del Pakistan lo stato ha giurisdizione soltanto sulle
strade. "Qui - afferma Rastello - si sono dunque formati i
cosiddetti "signori della droga", baroni dell'oppio come
Haji Baktey, Haji Bakhchud, Gazi Khan, Haji Manjey, Haji Qimya Khan,
Haji Shabaz, il tutto sotto la regia del potente pakistano Haji
Ayub e dell'ex primo ministro del governo afghano sotto la presidenza
di Rabbani, Gulbuddin Hekmatyar.
Questi signori avevano due caratteristiche fondamentali: la capacità
di controllo sulla fonte più redditizia dell'economia locale,
capace di produrre profitti anche a livello internazionale; e poi
il controllo delle frontiere, dal momento che la frontiera tra Pakistan
e Afghanistan per queste persone praticamente non esiste essendo
tutti di etnia pashtun. Si è così deciso di privilegiare
questo ceppo etnico, dando ad esso forza, potere economico e armi,
soprattutto alla sua espressione armata più radicale: i talebani.
Scendere a patti con i "signori dell'oppio"
L'Afghanistan sotto i talebani è così diventato più
interessante del Pakistan per l'economia criminale della zona, perché
totalmente sottratto a giurisdizione nazionale e internazionale,
più di quanto lo siano le aree tribali del Pakistan. Questo
ha portato ad una forte espansione della coltivazione dell'oppio
in aree fino a quel momento vergini dell'Afghanistan, come il Nuristan,
il Nangahar e il Laghmar.
"Lo stato afghano si è dunque coperto di oppio e questo
- sottolinea Rastello - ha accresciuto anche il controllo interno,
dal momento che questa produzione è diventata l'unica possibilità
di sopravvivenza per i contadini (nell'economia globalizzata, infatti,
le colture sostitutive sostenute dall'ONU non sono altro che un
mito)". Nel 1999, poi, l'Afghanistan ha avuto una raccolto
di oppio fenomenale: 4700 tonnellate (quantità che equivale
a più di tutto l'oppio prodotto in tutto il mondo nei primi
anni Novanta), che secondo l'Agenzia di consulenza per i progetti
in Centro Asia equivale a circa 100 miliardi di dollari in eroina,
più o meno il PIL di un Paese occidentale come Portogallo
o Finlandia. Nello stesso anno hanno preso il via forme di guerriglia
islamiche nei Paesi ex sovietici, mentre gli iraniani hanno iniziato
a chiudere le frontiere ai convogli che andavano verso la Turchia
per la raffinazione.
I signori dell'oppio hanno così iniziato a "battere"
i mercati settentrionali, da qui l'invasione dell'eroina in Tagikistan,
Kazakistan e Russia, Paese quest'ultimo dove l'eroina è diventato
un allarme federale perché si è registrato un aumento
vertiginoso dei casi di tossicodipendenza ora stimati intorno ai
tre milioni.
Le alleanze sul territorio afghano-pakistano sono dunque definite
anche dal potere economico che l'oppio garantisce, dice Rastello,
e chiunque voglia intervenire su quel quadrante deve tenerne conto.
"Non credo sia possibile pensare: "facciamo la guerra
e sradichiamo il papavero". Sarà necessario giungere
a patti con i signori dell'oppio, come accadde anche durante l'invasione
sovietica dell'Afghanistan". (E.P.)
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