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Fonte: Il secolo XIX 29/01/2011

Foglie di coca libere, la protesta dei boliviani

“Mama coca, mama coca!” “Cocaleros arriba!” Davanti al Palazzo di Vetro l’insolito proclama, che riecheggia l’appello lanciato in una recente intervista al Secolo XIX dal presidente Evo Morales, lascia interdetti i funzionari dell’Onu.

Ma la Bolivia torna alla carica. “Le comunità andine – spiega l’ambasciatore della Bolivia presso le Nazioni Unite Pablo Solon Romero, figlio del grande Walter Solon Romero, il più celebre pittore di murales boliviano – non solo da noi ma in Perù, Colombia, Ecuador, Argentina settentrionale e parte del Cile, hanno sempre coltivato e masticato foglie di coca da 5000 anni. La coca fa parte della loro cultura. E’ esattamente come un altre regioni del mondo succede col vino o con il caffè. Il governo dello stato plurinazionale della Bolivia chiede soltanto che questa tradizione millenaria, che non produce danni per la salute e non danneggia nessuno, venga riconosciuto, attraverso un emendamento della Convenzione del 1961 sulla lotta al narcotraffico, che la Bolivia sottoscrive e rispetta da sempre”.

Adesso i nodi sono venuti al pettine. Alcuni paesi, come l’Egitto e la Colombia, grazie all’intensa campagna di persuasione della Bolivia, hanno ritirato le loro obiezioni all’emendamento della Convenzione dell’Onu. Ma gli Stati Uniti e la Gran Bretagna si oppongono. Il loro timore è che, liberalizzando la produzione di foglie di coca, aumenti la diffusione del cloridrato di cocaina, estratto dalle foglie di erythroxylum coca e di erythroxylum novogranatense, con catastrofici effetti nel Nord America e in Europa, che della droga sono i maggiori consumatori, non solo per la salute ma anche per la lotta al narcotraffico.

“Gli Stati Uniti – afferma una nota dell’ambasciata americana a La Paz – rispettano la cultura dei popoli indigeni e riconoscono che l’ acullico (l’usanza di tenere in bocca e succhiare a intervalli un bolo di foglie masticate di coca mista a un poco di cenere o calce, ndr) è un’abitudine tradizionale della cultura boliviana”.

Ma gli americani, pur rinnovando l’impegno a collaborare con il governo della Bolivia, per trovare una soluzione concordata al problema della coltivazione delle foglie di coca e per la lotta contro i trafficanti di droga, alla proposta di emendamento della Convenzione Onu sui narcotici rispondono no. “La sua integrità – rispondono – per la lotta globale contro il traffico di droga – è essenziale”. Entro il 31 gennaio la Convenzione dovrà pronunciarsi sulla proposta della Bolivia ma, fino a questo momento, non si vedono spazi per un compromesso. Che fare? “Bisogna fare chiarezza – dice Solon Romero, l’ambasciatore del presidente Morales -. Noi siamo assolutamente contrari alla produzione incontrollata di cocaina e collaboriamo senza riserve alla Convenzione contro il narcotraffico. L’idea che la Bolivia sia una specie di paradiso dei coltivatori di foglie di coca, dove tutto è permesso, è una falsità. Lo scorso anno abbiamo sradicato e distrutto 8.000 ettari di coltivazioni perché eccedevano il limite di 12.000 ettari, che secondo uno studio finanziato in parte dall’Unione Europea, è sufficiente a soddisfare il consumo interno tradizionale”.

In realtà il “Cocaine project”, uno studio congiunto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità di Ginevra e dell’Unicri (United Nations Interregional Crime & Justice Research Institute), condotto con la “generosa collaborazione del Ministero degli interni italiano”, come dice il rapporto ufficiale dell’Onu, dà ragione almeno in parte alla tesi dei cocaleros, da sempre convinti che l’uso delle foglie di coca, masticate o usate come bevanda in infusione, oltre a combattere il soriche (mal di montagna), sia terapeutico e aiuti la concentrazione mentale.

Alla ricerca, diretta dal professor Francesco Bruno e dalla dottoressa Maria Elena Andreotti, l’Italia ha contribuito con il maggior numero di esperti sulla cocaina (Giancarlo Bascone, Giuliano Bestiaco, Iliana Bona, Giancarlo Costanzo, Francesca Fasoli, Paola Medde e Paolo di Pasquale, tutti di Roma). “L’uso delle foglie di coca – conclude l’indagine condotta in 19 paesi sviluppati e in via di sviluppo – sembra non avere effetti nocivi sulla salute e trova applicazioni positive per le popolazioni indigene delle Ande in campo terapeutico, sacro e sociale”

Pubblicato da LF il 03/02/2011

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