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Il carcere è il luogo in cui il potere affina le sue tecniche di controllo oltre le sbarre delle celle. «Il corpo e lo spazio della pena», un libro per Ediesse, recensione di Vincenzo Scalia su il Manifesto del 20 gennaio 2012.
In un saggio pubblicato alla fine degli anni
Ottanta, inedito in Italia, Zygmunt Bauman mostrava la circolarità del
rapporto tra il carcere e lo spazio pubblico. Se all'inizio gli istituti
penitenziari erano stati concepiti come corpi separati dalla società ,
dotati di una struttura, di un'organizzazione, e di una configurazione
propria, a lungo termine avevano finito per influenzare la
pianificazione dello spazio urbano. La regolarità a scacchiera dei
quartieri moderni, l'illuminazione notturna quasi ossessiva, la
riduzione degli spazi pubblici a luoghi recintati e circospetti,
riproduce infatti la monotonia e prevedibilità degli spostamenti,
funzionali ad un progetto disciplinare attraverso il quale si dispiega
il controllo capitalistico dei corpi e, parafrasando Foucault, delle
anime.
La società contemporanea, che fa del controllo sociale la sua
cifra, trasformando i luoghi di produzione, scambio e circolazione in
spazi della paura, espelle il carcere dal suo corpo vivo, situandolo in
luoghi sempre più inaccessibili al normale cittadino e sempre più
fortificati. In questo contesto, come si pone il rapporto tra pena e
società ? Come si può, all'interno di spazi sempre più disumanizzati,
declinare parole quali «rieducazione» o «reinserimento»? A queste
domande tenta di rispondere il lavoro collettaneo Il corpo e lo spazio
della pena (Ediesse, pp. 260, euro 13), curato da Stefano Anastasia,
Franco Corleone e Luca Zevi. Contributi forniti da studiosi di diverso
background scientifico (sociologi, urbanisti, giuristi, esperti di
tematiche penitenziarie) guidano il lettore in un percorso che va dalla
disamina dei diversi modelli di carcere al rapporto tra la pena e la
società . Emerge così il fatto che, malgrado la rimozione a cui viene
quotidianamente sottoposta, la questione penitenziaria si ripresenta
continuamente come la soglia critica della società contemporanea, che ne
contiene tutte le contraddizioni più acute.
In uno dei contributi,
Mauro Palma delinea due differenti tipologie di istituzioni
penitenziarie. La prima è quella contenitiva, destinata ad alloggiare il
detenuto e a contenerlo fino alla sua estinzione del debito con la
società . La seconda tipologia riguarda quelle carceri che al loro
interno posseggono quegli spazi preposti ad ospitare le attivitÃ
educative, sanitarie e di socializzazione. Tuttavia, e questo
rappresenta un aspetto da sottolineare, anche all'interno di
quest'ultima tipologia è possibile operare una differenziazione
significativa. Se nei paesi nordici, negli ultimi anni, si sono
costruiti della carceri responsabilizzanti, vale a dire strutture che
differenziano gli spazi, consentono ai detenuti libertà di movimento e
di scelta rispetto alle attività rieducative che intendono seguire,
l'Italia continua a seguire il modello infantilizzante. Questo consiste
nel concentrare tutti gli spazi nei singoli padiglioni, obbligando così i
carcerati ad essere sottoposti al continuo controllo delle autoritÃ
carcerarie, alle quali debbono chiedere il permesso per spostarsi, e
dalle quali continuano a dipendere per ogni minima esigenza vitale.
Il
problema delle carceri, tuttavia, non è riconducibile soltanto alla
tipologia di architettura, bensì alla volontà politica e
all'orientamento sociale che ne sottendono l'edificazione e le finalitÃ
amministratrici. L'intervento di Stefano Anastasia puntualizza come, al
di là del debito pubblico che affligge il nostro paese, la costruzione
di nuove carceri, anche se seguisse il modello scandinavo, non
risolverebbe il problema del sovraffollamento, le cui origini vanno
piuttosto rintracciate nelle leggi criminogene contro i migranti e i
consumatori di sostanze stupefacenti, varate sotto la spinta securitaria
dei primi anni novanta. Questo tema rappresenta il vero nodo gordiano
da sciogliere, alla luce del fatto che, sottolinea Patrizio Gonnella, la
costruzione di nuove carceri, dettata dai soliti criteri emergenziali,
nel corso degli anni non ha fatto altro che creare un circolo vizioso
tra istituti di pena e sovraffollamento. A Milano, Bollate ed Opera
furono costruite per decongestionare San Vittore. Vent'anni dopo, anche
le nuove prigioni milanesi sono sovraffollate. Inoltre, l'edilizia
penitenziaria si connota con un vero e proprio business, da cui possono
scaturire sia episodi articolati di corruzione, come le carceri d'oro
degli anni Ottanta, sia tentazioni privatizzatrici, come successo nel
Regno Unito e negli Usa, la cui conseguenza è quella di una
proliferazione di subappalti gestiti da compagnie che antepongono il
profitto all'implementazione dei diritti dei detenuti. Al tempo di
Monti, questa tentazione, sarebbe il caso di rifuggirla, e di impegnarsi
piuttosto a cancellare le leggi criminogene, a varare misure
alternative alla detenzione e ad impegnarsi per un provvedimento di
amnistia. In altre parole, di rendere il carcere meno necessario
possibile.
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