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Stefano Bertoletti torna sulle morti di Firenze per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 15 febbraio 2010.
A Firenze, da agosto a dicembre, cinque persone sono morte a causa di
un’overdose da oppiacei. Due di loro sono state trovate in casa, una in
un bagno pubblico, una in strada, una in macchina. Sappiamo che si è
trattato di partite d’eroina di qualità superiore alla media. Il numero
di overdose è stato ovviamente maggiore, ma fortunatamente gli altri
casi non hanno avuto esito infausto. Di sicuro, colpisce il fatto che le
vittime non sono giovani alle prime armi, ma generalmente persone
esperte anche se, probabilmente per ragioni diverse, l’eroina era
divenuta per loro un consumo saltuario. Come operatori di servizi a
bassa soglia ci siamo ovviamente messi in allarme, dato che una
situazione così non si presentava da anni. Abbiamo cercato di
interrogarci sul perché il mondo dei consumatori non sembri più in grado
di autotutelarsi di fronte ad eventi come questi.
Alcune risposte erano prevedibili: "Sono cambiati i tempi – si è detto- l'eroina è per lo più di pessima qualità . Il giorno che arriva la partita migliore, è ovvio che capiti il disastroâ€. Altre ci hanno colpito di più: “A differenza di una volta , ora chi collassa si trova da solo o circondato da persone incapaci di prendere le redini della situazioneâ€. Questo ci è sembrato decisamente più preoccupante anche se rappresenta una conferma di quanto emerso negli ultimi anni sugli scenari del consumo: per motivi diversi ci si nasconde di più, ci si isola, e diminuiscono le capacità e le competenze, tra i consumatori stessi, per aiutarsi in caso di emergenza, per fare le prime manovre di soccorso utilizzando il farmaco salva vita, il Narcan.
Soprattutto, ci ha meravigliato l’immobilismo dell’insieme del sistema sanitario, all’interno del quale, come operatori della bassa soglia, pensavamo di costituire un tassello importante. Di fatto niente si è mosso. Non si è riusciti neanche ad attivare azioni di risposta rapida con la distribuzione straordinaria di Narcan, o con una formazione speciale sul primo soccorso da rivolgere ad alcuni tossicodipendenti.
A fronte di ciò, è inevitabile chiedersi se emergenze così gravi rivestano ancora l’interesse dovuto a livello di sanità pubblica e se la riduzione del danno, unica strategia che sinora si è rivelata in grado di tutelare la vita dei consumatori, faccia ancora parte a pieno titolo delle politiche sanitarie; se infine, gli interventi di “bassa soglia†siano ancora parte integrante del sistema dei servizi per le tossicodipendenze. Com’è possibile pensare di fronteggiare l’evolversi di questi scenari di consumo senza uscire dalle stanze delle sedi istituzionali? Non bastano i dispacci di allerta fra i servizi che vengono emessi a seguito delle morti, se le informazioni non raggiungono i consumatori. Tanto meno serve l’azione poliziesca per limitare gli spazi dove si consuma e allontanare i consumatori. Anzi. Il risultato è che questi sono sempre più isolati, più impreparati, più vulnerabili.
Occorre invece convincersi che bisogna rinforzare le capacità di auto difesa dei consumatori stessi, tornando ad investire sui servizi di riduzione del danno e su progetti rivolti ai “pariâ€, anche in tempi di risorse scarse. Non esistono alternative, se davvero sta a cuore la vita delle persone.
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