Il lettore che abbia la pazienza di leggere sotto l’ennesima controdeduzione del Capodipartimento antidroga a quanto da noi recentemente pubblicato e alle osservazioni a firma di Olimpia de Gouges, non avrà difficoltà a capire perché
Olimpia si sia inserita nel botta e risposta. Chi se non Olimpia avrebbe
potuto affrontare il patibolo degli insulti serpelloniani? Chi se non
Olimpia avrebbe potuto richiamare le ragioni del dubbio e la passione
per il vero dialogo contro la lama arrogante e affilata delle certezze
del nostro interlocutore?
Su ispirazione di Olimpia, anche noi invitiamo il Capodipartimento alla
moderazione e alla cautela. Cautela nell’interpretare i dati della
ricerca neuroscientifica e nel leggere i suoi risvolti sul piano
clinico. Soprattutto cautela nel tradurre meccanicamente i risultati di
un filone di ricerca, comunque parziale, nella scelta politica della
proibizione.
Da questo confronto agostano vogliamo però ricavare un risvolto
positivo. Da tempo pensavamo di organizzare un seminario fra esperti di
ambiti disciplinari diversi proprio sulla ricerca neuroscientifica, sul
rilievo che ha di recente assunto, ma anche sui suoi limiti. Più in
generale, sul suo significato nell’ambito del dibattito politico sulle
droghe.
E’ ora di affrettarsi a mettere in atto questo proposito. Non mancheremo di invitare anche il dottor Serpelloni.
A proposito: Olimpia de Gouges presiederà l’incontro.
Giovanni Serpelloni ha scritto:
Olimpia de Gouges, morta ghigliottinata a Parigi il 3 novembre del
1793 da Robespierre per essersi opposta alla decapitazione di re Luigi
XVI, risponde il 19.08.2010 dall'aldilà al mio articolo del 15 agosto
sui danni cerebrali derivanti dall'uso di sostanze stupefacenti. Si
fanno resuscitare i morti per poter nascondere la vera identità di chi,
con insolenza e maleducazione, entra in un dibattito screditando le
competenze altrui senza far comprendere le proprie e celandosi
vigliaccamente dietro ad un nobile quanto encomiabile pseudonimo. Si
sveli cara, madame de Guoges, affinché tutti noi possiamo apprezzare le
basi di competenza e conoscenza su cui lei fissa nella sua
raffinatezza di eloquio e di pensiero, le sue controdeduzioni.
Detto questo, credo che alcune delle ingenue domande possano trovare
facilmente risposta nelle due monografie sulle neuroscienze
dell'addiction da me curate e che invito i veri curiosi a sfogliare e se
gradito a scaricare gratuitamente
(http://www.dronet.org/monografia.php?monografie=70).
Certamente ed ovviamente esistono delle differenze nei danni cerebrali
in base all'esposizione al consumo (dipendenti da condizioni
neuropsichiche individuali, quantità, durata, tipo di sostanza e
mixing), come altrettanto chiaramente esistono una serie di correlati
clinici e sintomatologici relativi ai danni neuropsichici sottostanti,
conosciuti da anni e tali da giustificare la sospensione cautelativa
dalle mansioni a rischio. Ma bisogna avere la pazienza di leggerli e
studiarli approfonditamente (di solito proprio durante il sabato e la
domenica!) e smetterla di rovistare tra la letteratura scientifica
accreditando e prendendo in considerazione solo quegli articoli che
avvalorano la tesi che le varie sostanze stupefacenti facciano bene alla
salute e perlomeno non si sappia ancora precisamente quanto male
facciano. E poi di quale "male" stiamo parlando? Quello che solo i
nostri occhi inesperti vedono o quello che raffinate tecniche
diagnostiche possono mostrare? In quanto alla tossicità dell'alcol e
alla pericolosità dell'abuso alcolico, il Dipartimento per le Politiche
Antidroga non ha mai sottovalutato la questione né sminuito la portata
sociosanitaria di tale problematica.
Relativamente alla citata classificazione di rischio delle sostanze di
Bernard Roques, credo sia opportuno che madame de Gouges rilegga bene e
più approfonditamente tale articolo che prende molto poco in
considerazione, nei criteri di classificazione relativi alla tossicità,
proprio i più moderni studi di neuroscienze ed in particolare di
neuroimmaging funzionale ad alta risoluzione. Esattamente quello che
invece si è ora in grado di dimostrare come, per esempio, le
significative alterazioni nei consumatori di cannabis dello spessore
della corteccia cerebrale (aree temporo-mesiali e nella corteccia
cingolata anteriore e cioè in associazione con deficit
neuropsicologici di attenzione e memoria). Altri studi sulla
maturazione e sullo sviluppo cerebrale degli adolescenti mediante il
tensore di diffusione - DTI, soprattutto sulla sostanza bianca del
cervello, hanno dimostrato recentemente come queste strutture vengano
modificate sotto l'effetto delle sostanze stupefacenti compresa la
Cannabis, inducendo deviazioni del normale sviluppo. Vogliamo
continuare a tenere gli occhi chiusi? Vogliamo continuare a trovare
giustificazioni per poter utilizzare senza preoccupazione le varie
sostanze? Vogliamo continuare a leggere solo le pubblicazioni che ci
danno ragione e scotomizzare ciò che demolisce le ormai traballanti
ipotesi, insultando anche pubblicamente chi si permette di dire cose
contrarie a certi principi e assunti? Io credo che i veri problemi, da
affrontare per la tutela della salute pubblica in relazione all'uso di
sostanze stupefacenti e alcol, stiano da un'altra parte cara madame de
Gouses. In quanto al rapporto della Global Cannabis Commission, invito i
lettori ma soprattutto lei, madame, a rileggerlo approfonditamente
perché non sostiene affatto le tesi dell'innocuità della cannabis sui
sistemi cerebrali ma anzi ne sottolinea le problematiche e i dubbi che
solleva sono anche conseguenti al fatto che non sono stati prese in
considerazione pubblicazione uscite dopo la stesura del rapporto, come
ho avuto modo di discutere personalmente con i colleghi inglesi. Oltre, a
quel rapporto consiglio madame, di cui a questo punto chiediamo
esplicitamente di conoscere identità e competenze in ambito di
neuroscienze, di aggiornare le sue letture con articoli scientifici nel
campo del neuroimmaging usciti per l'appunto dopo quel rapporto, che
non lasciano dubbi su come dovremmo atteggiarci all'interno di un
approccio cautelativo e preventivo di sanità pubblica, verso sostanze
come il THC, che sono in grado, per esempio, di alterare
inequivocabilmente (rilevato con spettroscopia) il metabolismo del
glutammato nel cervello (neurotrasmettitore fondamentale per il regolare
funzionamento cognitivo) o di creare una frammentazione del DNA dei
neuroni dell'ippocampo (sindrome conosciuta fin dal 1999 se per caso le
fosse sfuggito). Ci spieghi, madame, perché contemporaneamente ci si
batterebbe, affinché, alcune sostanze alimentari (non considerate
"droghe") che inducano solo il minimo sospetto (non la certezza)di poter
danneggiare la salute o il DNA dei neuroni del nostro cervello (con
caratteristiche di pericolosità quindi anche molto meno rilevanti
rispetto per esempio a quanto rilevato per la cannabis), vengano vietate
in via cautelativa, proibite ed escluse dalla produzione e dal
commercio, mentre invece si tollera o addirittura si auspica che la
cannabis (che presenta sicuramente tali effetti) venga messa a
disposizione di tutti e glorificata come innocua se non addirittura
salutare.Concetti e parole forse troppo difficili ma che le saranno di
stimolo per studiare ed approfondire l'argomento, magari la domenica,
come molti medici e studiosi fanno, compreso il sottoscritto. Sempre a
disposizione.
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