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Grazia Zuffa torna sull'esperienza tedesca di safe injection room, per
la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 14 settembre 2011.
Mi è capitato di vedere in televisione una scena della recente campagna elettorale di Milano. Una sostenitrice di Letizia Moratti apostrofa una passante: “Ma lo sa lei che Pisapia è a favore delle “stanze del buco”? Al solito, il nome fa la cosa e le “stanze del buco” esprimono a un tempo l’esecrazione per la pratica, il disprezzo per i “drogati”, la condanna degli amministratori che vorrebbero “legittimare” chi “si buca” a scapito dei cittadini perbene. A giudicare da com’è andata a finire, l’argomento non è stato troppo convincente. Ma capita che le “stanze del buco” ricorrano con una certa frequenza sulla bocca di alcuni governanti, quale esempio del “politicamente inammissibile” nel campo della droga. Ai cattivi maestri della fuorviante retorica e della subdola disinformazia, proviamo a rispondere con la forza degli argomenti. Un’occasione in tal senso è stata offerta dalla presenza del responsabile delle politiche di riduzione del danno del comune di Francoforte, Juergen Weimer, alla summer school di Forum droghe e Cnca di inizio settembre (scarica la presentazione). Francoforte è stata una delle prime città ad aprire, nel lontano 1994, non le “stanze del buco”, ma le Safe Injecting Rooms (Sir), alla lettera “locali per l’iniezione sicura”. Weimer ha perciò potuto tracciare un bilancio di questi servizi, ad oltre quindici anni dall’apertura. Dalla fine degli anni novanta, all’eroina di strada si è affiancato il crack, anch’esso iniettato, e sono circa 4000 i consumatori che ogni anno utilizzano il servizio. La maggioranza degli utenti provengono dai dintorni di Francoforte: i consumatori che vivono in città in genere hanno una casa o stanno nei centri di accoglienza notturni, provvisti di propri locali per l’iniezione sicura. Il gruppo dei “pendolari” è più giovane e socialmente integrato rispetto a quello di Francoforte. In genere le persone hanno una casa e un lavoro, oppure studiano all’università: non consumano diverse volte al giorno come chi vive sulla strada, ma usano la droga per lo più settimanalmente, per le occasioni ricreazionali. Per questo vengono a Francoforte, attratti dalla migliore qualità della cocaina e dell’eroina. Le Safe Injecting Rooms servono per “provare” la sostanza, incontrollabile sul mercato illegale, in modo da prevenire il rischio maggiore dell’overdose.
Qui sta il punto di forza delle Sir come presidio della salute dei consumatori: in 15 anni non si è mai verificato un caso di morte dentro il servizio, anche se i malori dovuti a overdose sono frequenti (circa 300 al mese). A questi incidenti fanno fronte gli operatori che sorvegliano continuamente il locale dove avviene il consumo, attraverso uno stretto rapporto con le ambulanze e coi dipartimenti di emergenza degli ospedali.
Ma le “stanze” danno il “messaggio sbagliato” e rischiano di incrementare “il buco”, obiettano gli oppositori. E’ vero il contrario. La popolazione che frequenta le Sir sta invecchiando. L’età media è di 40 anni per gli uomini e 38 per le donne e non c’è quasi nessuno sotto i 25 che le frequenti (l’età d’ammissione è 18). Il modello d’uso intensivo “di strada” è meno diffuso che negli anni novanta: nella generazione intorno ai 20 anni iniettarsi la droga è considerato fuori tendenza, così come lo sono gli oppiacei in generale. Da qualche anno, anche il crack sta cominciando a declinare. I giovani prediligono gli stimolanti, spesso nei contesti di divertimento, insieme alla “normalizzata”cannabis. In una parola, si riduce l’area dell’uso più rischioso, un bene dal punto di vista della salute pubblica. Ammesso che il bene pubblico sia nella mente di chi fa politica.
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