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Una denuncia contro la tragica inerzia del manicomio diffuso. La diagnosi, sia doppia che singola, è sempre una sottrazione di senso alla vita delle persone, agita in maniera difensiva da quei servizi che allontanano da sÊ il problema cercando di dislocarlo altrove. Da Fuoriluogo, maggio 2004.
Lâutilizzo che oggi viene fatto della âdoppia diagnosiâ nei confronti di quei tossicodipendenti che presentano rilevanti sintomi sul piano psicopatologico è il frutto del ritorno acritico di culture biologiche. La conseguente riproposizione di classificazioni, definizioni e regole, piuttosto che facilitare la lettura della realtĂ tende a filtrarla, mascherarla, occultarla.
La diagnosi, âdoppiaâ o âsingolaâ che sia, è sempre una sottrazione di senso alla vita della persona: omologa, riduce, classifica sottraendo valore e senso alla storia personale, ai vissuti, alla soggettivitĂ .
Il processo diagnostico, in psichiatria, è sempre falsamente deduttivo: sovrapporre schemi e definizioni agli oggetti della sua osservazione e costruisce poi i relativi nessi causali.
Lâuso della diagnosi, qui âdoppiaâ, piuttosto che offrire strumenti per la lettura e la comprensione della storia delle persone, risponde, in maniera difensiva, al bisogno di quei servizi che, attraverso pratiche che separano bisogni diversi in una stessa persona, perseguono lâobiettivo di allontanare da sĂŠ il problema e di dislocarlo altrove. Questo è il modo attraverso cui si sono strutturati e si alimentano circuiti infiniti che rinviano ad altro senza mai offrire una risposta esauriente e concreta; ciascun servizio dĂ una risposta, sempre parziale, e si garantisce rispetto al suo compito istituzionale.
Risponde ancora allâinteresse delle case farmaceutiche che riducono e semplificano la vita delle persone per suggerire lâuso di farmaci per altro particolarmente costosi. Le anfetamine per bambini disattenti, gli antipsicotici di nuova generazione per gli adolescenti burrascosi; gli antidepressivi a âfiumeâ per le umane infelicitĂ della vita quotidiana; e per gli anziani nelle case di riposo, sedativi e contenzione.
Su due elementi di riflessione vorrei fermare lâattenzione:
1. à del 1975 il divieto di ricoverare in manicomio i tossicodipendenti. La legge 685/75, evitando il ricovero del tossicodipendente in ospedale psichiatrico, cercava soprattutto di avviare percorsi sanitari e sociali non piÚ fondati sulla istituzionalizzazione violenta delle persone. La legge, però, vietando il ricovero in manicomio, non voleva di certo dire che le persone che assumono sostanze non possono vivere anche situazioni di disagio assimilabili al disagio psichico.
2. Ha ragione Marcomini (cfr. Fuoriluogo, aprile 04) quando ricorda il peso della âillegalitĂ del mercatoâ nelle storie di sofferenza di giovani tossicodipendenti. LâillegalitĂ lâavevamo identificata, anni fa, con il âdoppio del problemaâ ovvero quella maschera, quelle incrostazioni, quelle modalitĂ comportamentali stereotipate e stili di vita âistituzionalizzatiâ simili nelle diverse persone tossicodipendenti, necessitati, condizionati non dal problema in sĂŠ, ma dal suo âdoppioâ ovvero dalla illegalitĂ . E abbiamo sempre saputo che, se quel âdoppioâ non fosse esistito, ovvero il carcere, la pena, il nascondimento, la coesione gruppale difensiva, la difesa fatta sistema di vita, la marginalitĂ , e molto altro ancora, il problema sarebbe apparso per quello che era. E meno difficile sarebbe stata la ricerca di âpercorsi di normalitĂ â. Ma, e qui la mia opinione è difforme da quella di Marcomini, si sarebbe comunque evidenziato un problema.
La tossicodipendenza non è soltanto la ricerca di nuove modalitĂ di vivere, di rompere i limiti della normalitĂ , di provare sensazioni particolari, forme di piacere e di introspezione speciali; spesso, e i servizi pubblici per le tossicodipendenze lo registrano tutti i giorni, i tossicodipendenti portano storie di vita condizionate dalla marginalitĂ , dalla fragilitĂ , dallâabbandono, dalla miseria anche culturale e relazionale! Poco hanno a che vedere con la libertĂ e il desiderio di radicalitĂ . In questi casi quello che interessa non è la questione della âdoppia diagnosiâ, ma la presenza o meno di servizi sanitari e sociali, pubblici e del privato sociale, in rete ed integrati, in grado di sviluppare buone pratiche, mettendo al centro la persona, tentando di trovare tutte le possibili soluzioni ai suoi molteplici bisogni. Anche se serve, e perchĂŠ no!, in collaborazione con i servizi di salute mentale.
Quando invece i servizi intervengono catalogando e classificando con la finalitĂ di separare bisogni e persone, producono la vera pericolositĂ sociale. Spingono le persone nellâarea della marginalitĂ e limitano di fatto il loro potere e la loro autonomia attraverso cattive pratiche fondate sul rinvio, sullâabbandono piuttosto che sul sostegno e lâaccompagnamento.
Credo che oggi non si possa piĂš parlare della psichiatria in termini di controllo sociale. Lâesercizio del controllo si attua piuttosto attraverso meccanismi diffusi ed eterogenei talvolta sotterranei, impalpabili. La psichiatria non mi sembra piĂš al centro della scena.
Il controllo oggi mi pare si materializzi piuttosto attraverso lâabbandono, la negazione. Le forme dellâesclusione si concretizzano, quasi per inerzia, in un processo progressivo di periferizzazione degli individui. La cittadinanza finisce silenziosamente per scivolare via.
Inclusione è la parola dâordine delle democrazie mature. Se ieri gli psichiatri garantivano e confermavano (attraverso il certificato medico) lâesclusione, era questo il senso del mandato, oggi è per includere che si deve lavorare. Tuttavia sotto la copertura delle politiche per lâinclusione, periferizzazioni, frammentazioni, lesioni quotidiane di diritti costruiscono circuiti manicomiali sotterranei, giganteschi mondi di marginalitĂ , assenza di democrazia, sottrazione di senso e di diritto alla vita di uomini e donne. Ă questa la piattezza, lâopacitĂ , il mondo che conferma la psichiatria. Lo psichiatra, quello della âdoppia diagnosi e non solo, oggi è di fatto complice (acritico) di questi meccanismi.
In altre parole la psichiatria clinica, ma anche nella sua declinazione comunitaria, territoriale, finisce per confermare questi percorsi di scivolamento verso il margine. Diventa una delle tante stazioni del declino, con le sue porte girevoli, le sue dichiarate competenze, insieme al carcere, alla stazione di polizia, allâalloggio popolare, lâospedale, la panchina della metropolitana, lâassociazione di volontariato. Sono certa che oggi bisogna rifiutarsi di giocare questo ruolo. In questo senso ritengo assai rischioso il ricorso alla âdoppia diagnosiâ. Bisogna rifiutare di costruire la tragica inerzia del manicomio diffuso cosĂŹ come ci rifiutammo di essere complici della violenza delle istituzioni totali. Il rifiuto può attuarsi soltanto cercando di sviluppare intenzionalmente strategie di contrasto a questi meccanismi di silenziosa periferizzazione. PiĂš che distruzione di istituzioni il tecnico deve avvertire la necessitĂ di costruire istituzioni, di inventare percorsi nuovi e alternativi, intrecciare instancabilmente reti di significato intorno alle persone. I servizi centrati sulle persone possono essere i luoghi di queste invenzioni dove può prendere forma, inverarsi, assumere il significato trasformativo il mandato dellâinclusione. Questo mi sembra antagonista.
Per chi ha lavorato per superare forme di istituzionalizzazione a tutela della cittadinanza e della soggettivitĂ e lavora oggi per costruire percorsi innovativi, non può non risultare evidente la necessitĂ di superare non solo lâuso delle classificazioni e della âdoppia diagnosiâ ma anche la poetica e la mistica delle âalterazioni dello stato di coscienzaâ. E non può non apparire altrettanto evidente la necessitĂ di costruire nella ruvidezza della vita quotidiana davvero âpercorsi di normalitĂ â che sostengano la diversitĂ , nel concreto, producendo inclusione sociale.
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