|
|
Sabato 16 gennaio l'Assemblea di Forum DrogheL’altra Italia delle droghe, un’agenda per il 2010Susanna Ronconi presenta l'assemblea 2010 di Forum Droghe per la rubrica del manifesto del 13 gennaio 2010. Sulle droghe, il tempo ci ha dato purtroppo ragione: la legge 49 e le scelte governative hanno dato i loro frutti avvelenati. Il 2010 si apre con una doppia pesante eredità, che emblematicamente porta il nome di Stefano Cucchi: un ragazzo detenuto per la legge sulla droga, come migliaia di altri (30.528 nel 2008, il 33% dei detenuti!), un ragazzo morto per disprezzo, accanimento e indifferenza delle istituzioni, come altri che, a differenza di Cucchi, sono rimasti invisibili. Quando dicevamo che una brutta legge, liberticida, e una brutta cultura, iperpenalista, avrebbero non solo riempito le carceri ma anche creato un humus per il decadimento del rispetto e dei diritti, facevamo una facile profezia. Che si porta dietro, con dura coerenza, molto altro: i test sui lavoratori secondo una normativa non garantista né scientificamente accettabile; la delegittimazione della riduzione del danno come approccio pratico per un consumo meno rischioso; la svalutazione dei servizi pubblici e il contenzioso con le Regioni; la repressione dei contesti giovanili in cui è (sarebbe) invece utile e possibile incontrare chi consuma e lavorarci insieme (basti ricordare, tra tutti, l’attacco al festival Rototom). Per finire con la candidatura dell’Italia a gendarme europeo delle politiche Onu, e perfino a un suo sorpasso proibizionista delle stesse timide aperture internazionali. Notizie utili sull'assembleaSabato 16 a Firenze, dalle ore 11, si tiene l’assemblea di Forum droghe, l’associazione per i diritti e |
Dal continente americano arrivano segnali chiari: stop alla war on drugs"E' necessario cambiare". La crisi della guerra alle drogheGli ex presidenti di Brasile, Colombia e Messico firmano un documento che riconosce il fallimento della war on drugs e auspica un cambio di rotta. Evo Morales chiede la fine della proibizione sulle foglie di coca. Segnali di speranza dagli Usa. L'articolo di Grazia Zuffa. Dopo quasi trent’anni di doloroso conflitto, la “guerra alla droga” sta per finire? Sembra di sì, visto che i segnali di armistizio provengono dagli Stati Uniti, che questa guerra a suo tempo l’hanno dichiarata ed esportata in tutto il mondo; e dall’America Latina, che più ne ha subito e ne subisce le disastrose conseguenze. Cominciamo da quest’ultima. Agli inizi del 2009, ha terminato i lavori una commissione di esperti di politiche delle droghe promossa dagli ex presidenti Fernando Cardoso, del Brasile, Cesar Gaviria, della Colombia, Ernesto Zedillo del Messico. Il rapporto della prestigiosa commissione si apre con una dichiarazione che non lascia spazio ad incertezze. «è imperativo cambiare la strategia della war on drugs - affermano i tre ex capi di governo - poiché la violenza e il crimine organizzato intorno al traffico di droga sono problemi critici per l’America Latina di oggi e la situazione peggiora giorno per giorno». La crescita del potere della criminalità legata alla droga ha portato alla «criminalizzazione della politica e alla politicizzazione del crimine», perché la corruzione si è infiltrata nelle forze dell’ordine, nel sistema giudiziario, nella vita politica in generale. Gli interventi, sempre più estesi, di sradicamento delle coltivazioni illegali non sono riusciti a far calare la produzione di coca, che rimane stabile, mentre i prezzi della cocaina perfino diminuiscono. Di converso le fumigazioni hanno prodotto più di due milioni di sfollati fra i contadini, oltre alle migliaia di profughi colombiani che fuggono dalle zone dei combattimenti. In più, la repressione indiscriminata ha causato la stigmatizzazione dei consumatori e la criminalizzazione degli usi tradizionali come quello della foglia di coca. C’è bisogno di «un cambio di paradigma», depenalizzando il consumo e concentrando la repressione sul traffico; trovando alternative davvero valide alle coltivazioni illegali di coca e cannabis, compreso il loro utilizzo per prodotti legali (medicinali, tè, tessuti); investendo risorse sul versante sociosanitario, in particolare sulla riduzione del danno. Il cambio è in corso, se è vero che il Brasile, il Messico e l’Argentina hanno già allentato la morsa penale sul consumo. Per non dire di Evo Morales, che ha fatto formale richiesta all’Onu di modificare le convenzioni per togliere la proibizione della foglia di coca. Il Sud America non è più il “cortile” degli Stati Uniti, neppure per le droghe. Nel frattempo, Obama ha aperto le finestre della casa americana e un po’ d’aria fresca si è fatta sentire. Il Dipartimento di Giustizia ha posto fine alla persecuzione da parte degli agenti federali verso i pazienti che usano la marijuana per curarsi, negli Stati dove i referendum popolari hanno legittimato la pratica. Nel dicembre scorso, il Senato ha tolto il veto al finanziamento pubblico dei programmi di scambio siringhe: un voto storico, di alto valore simbolico, poiché il bando a questa efficace forma di prevenzione dell’Aids segnò gli albori della war on drugs. Ora Obama stesso ha annunciato che l’America diventerà leader mondiale nella lotta al virus Hiv. Una promessa di pace per l’anno appena cominciato. Droga e proibizione. Il sistema Usa scoppiaBoom di detenuti. Finiscono dietro le sbarre soprattutto gli innocui detentori di stupefacenti. E con la crisi molti Stati non riescono a sostenere i costi della repressione. Negli Stati Uniti si apre un carcere a settimana e un detenuto costa più di uno studente di una buona università. La popolazione carceraria è arrivata a quota 2.300.000; in proporzione in Italia sarebbero oltre 450mila, anziché “soltanto” 65mila circa. Si sono già avviati un cauto alleggerimento delle leggi penali e una depenalizzazione dell’uso della cannabis su ricetta medica. L'articolo di Giorgio Bignami. Secondo l’autorevole recensore di tre opere sul sistema giudiziario e penitenziario statunitense (D. Cole, New York Review of Books, 19.11.09, p 41), i falchi della repressione stanno oramai pensando a una cauta ritirata strategica. Qualche dato: negli Usa finiscono in carcere 80 innocui detentori di droga contro soli 20 spacciatori, il che è la causa prima del fenomenale aumento della popolazione carceraria - dal 1975 a oggi di ben sette volte, con un’impennata dopo la dichiarazione reaganiana di “guerra alle droghe” nel 1982 -. Con il dilagare da uno Stato al’altro di leggi “tre colpi e sei fuori giuoco”, alla terza condanna, anche solo per un paio di canne, per il furto di un trancio di pizza, per un insulto al poliziotto che senza motivo ti sta massacrando, si va all’ergastolo. La crescente discriminazione a danno dei soggetti delle minoranze sfavorite ha elevato a otto volte la probabilità di un afroamericano di finire in carcere rispetto a quella di un bianco; e per buona giunta, il primo sconta per un piccolo reato, come la semplice detenzione di droga, una condanna mediamente altrettanto lunga quanto quella di un bianco per un reato di grave violenza - una disparità di trattamento che stride sempre di più dopo il successo di Obama -. E ancora: sono stati in gran parte abbandonati o ridimensionati i programmi per i detenuti (di educazione e riabilitazione, di assistenza post-scarcerazione), il che ha fatto esplodere il tasso di recidivismo. Ovviamente, più se ne ingabbiano - la popolazione carceraria è arrivata a quota 2.300.000; in proporzione in Italia sarebbero oltre 450mila, anziché “soltanto” 65mila circa - e più se ne devono prima o poi liberare. Quindi si prevede che dei 700mila scarcerati nel 2009 ben 490mila torneranno all’ovile entro tre anni. Crisi aiutando, a questo punto molti Stati sono alla canna del gas. Non riescono più a sostenere l’escalation delle spese per i corpi di polizia, i tribunali, le carceri (se ne apre una nuova ogni settimana e un detenuto costa più di uno studente in una buona università). Quindi si è già avviato qua e là un cauto alleggerimento delle leggi penali, una depenalizzazione dell’uso di cannabis su ricetta medica, una proliferazione di corti di giustizia ad hoc, per favorire le pene alternative al carcere collegate a programmi di cura e riabilitazione, pur risparmiosamente in via di rilancio. Si ingrossa la schiera dei potenti - Schwarzenegger in testa - che chiedono a gran voce la legalizzazione e tassazione delle droghe leggere, per sfoltire le carceri e salvarsi dalla bancarotta. Infine, come scrive Grazia Zuffa in queste pagine, Obama ha mosso alcuni primi e significativi passi per porre fine alla war on drugs. Sul piano psico-socio-antropologico, il giurista Cole spiega chiaramente come la penalizzazione delle infrazioni minori, e in particolare quella della semplice detenzione di droga, insieme alla feroce persecuzione dei soggetti deboli, sospinge un numero sempre crescente di cittadini a perdere fiducia nella legittimità ed equità del sistema giustizia: una china fortemente scivolosa, poiché quanto più scende il livello di fiducia nella giustizia, tanto più cresce la frequenza e gravità dei reati. Altrettanto ben dimostrato è che gli investimenti nelle misure alternative al carcere, in quelle a favore degli ex detenuti (educazione, lavoro, casa), in quelle mirate ad abbattere le discriminazioni e lo stigma che li emarginano, recano benefici anche economici assai maggiori che non le spese “a perdere” per la repressione: e non solo per la riduzione dei tassi di recidivismo, ma anche per il ripristino della produttività delle persone. Ma diciamolo chiaramente: il proibizionismo serve ormai troppi interessi illegali e “legali” tra loro strettamente intrecciati, come dimostra un semplice esempio. Un taglio dei profitti dei narcos colombiani, quindi il blocco del flusso di denaro sporco verso le banche della Florida, ridurrebbe di circa il 20% il Pil di quello Stato, il quale si gloria di aver sancito la prima truffaldina vittoria di George W. Bush. Da noi gli economisti prudentemente si astengono da altrettanto specifiche analisi: tengono famiglia. Test per lavoratori e i dubbi della CgilSette autisti sospesi per assunzione di sostanze. Esplodono le polemiche per una norma assai discutibile. Giuseppe Bortone, responsabile tossicodipendenze Cgil nazional. Sono sette gli autisti dell’Atm sospesi recentemente dalla guida perché trovati positivi ai controlli sull’assunzione di sostanze psicoattive illegali. Un campione selezionato, in Francia, di autisti di camion compresi fra i diciotto e i venticinque anni dava l’11% di consumatori di derivati della cannabis e il 4% di oppiacei. Si è dunque appena aperto, e non sappiamo ancora con quali conseguenze, il vaso di Pandora incautamente voluto da chi ha deciso, nel 2007 (Ministero della Salute) e nel 2008 (Dipartimento governativo antidroga, cioè Giovanardi) di controllare e sanzionare i consumatori “anche sporadici” compresi in una fascia assai estesa di lavoratori con mansioni “che mettono a rischio altre persone”: essenzialmente, per ora, i lavoratori dipendenti che conducono automezzi, pubblici e privati, e quelli che trattano sostanze pericolose (nucleare, gas, esplosivi). Eppure, al di là delle facili demagogie, le statistiche - e la cronaca - ci dicono che quasi tutti gli incidenti mortali legati al consumo di sostanze psicoattive dipendono da quella, fra le sostanze stesse, che non solo è pienamente legale, ma è anche ampiamente pubblicizzata: l’alcol. Che faranno allora le Regioni e i sindacati, ora che le normative in questione (contro il parere unitariamente espresso dai sindacati stessi) sono state comunque approvate? Cercheranno, è il caso di dirlo, di “ridurre il danno”, e quindi: chi usa il metadone come medicinale, ed è abilitato alla guida dal Sert di riferimento, non deve essere sanzionato. I derivati della cannabis lasciano tracce per settimane anche nelle urine, dunque è follia colpire il mero consumo “in ogni caso” (non posso guidare a settembre perché mi sono fatto una canna a Ferragosto?). I test sul capello (sui quali specificamente ha insistito Giovanardi) riscontrano l’uso di sostanze anche dopo mesi, perciò non hanno nessun rapporto con “l’idoneità alla mansione nel momento in cui viene espletata”: ed è quest’ultimo il vero concetto-chiave per la prevenzione degli incidenti, piuttosto che quello di “stile di vita in generale” (il quale, in questo specifico contesto, risulta moralistico più che preventivo). Le attività che, invece, devono essere realmente “generali” sono la prevenzione stessa e l’informazione sulle sostanze psicoattive e sui loro rischi: esse vanno sviluppate con risorse certe e accresciute, nei confronti di tutti i lavoratori. Inoltre le “categorie a rischio” non possono allargarsi all’infinito, includendo, ad esempio, tutti coloro che usano i carrelli per il trasporto all’interno di una fabbrica. Infine i lavoratori tossicodipendenti - o comunque abusatori di sostanze in una misura che mette a rischio “l’idoneità alla mansione” - esistono, eccome: ma allora devono essere assistiti invece che sanzionati, sottraendoli ai compiti più rischiosi, come si dovrebbe fare per ogni patologia accertata. A meno che non si pensi che in questo caso, oltre che la “patologia” c’è anche la “colpa”: ma saremmo allora - o forse siamo già, purtroppo - al famigerato “Stato etico”. Regime assassinoIl commento di Franco Corleone sull'anno appena passato. L’anno che è appena finito è stato veramente orribile. Il record di morti e di suicidi nelle carceri sovraffollate come mai era accaduto obbligano a un rinnovato impegno contro la legge sulla droga, proibizionista e punitiva, che è all’origine di una persecuzione di massa dei giovani e dei consumatori e che dal 1990 ha colpito oltre seicentomila cittadini e ha fatto scontare almeno trecentomila anni di carcere per un reato inventato dal moralismo salvifico. Nel 2009 si è svolta a Trieste la Conferenza governativa sulle tossicodipendenze. Siamo riusciti a rovinare la festa allo zar antidroga Giovanardi con la pubblicazione di un Libro Bianco sugli effetti della legge che tre anni fa ha reso l’Italia il gendarme d’Europa. Ora abbiamo il compito difficile ma ineludibile di far tornare la questione droga al centro dell’agenda della politica e la scadenza delle elezioni regionali nel prossimo marzo può essere l’occasione per il cambio di paradigma, dando la priorità alla salute e non alla repressione. La morte di Stefano Cucchi ha segnato il confine tra il cinismo crudele del pregiudizio e il senso di umanità verso i deboli. La liberazione dei tossicodipendenti dal carcere deve essere il centro di una campagna che veda coinvolti settori vasti della società italiana; occorre organizzare una mobilitazione continua per far cessare lo scandalo di una pena “terapeutica” che produce morti. Occorre battere l’ipocrisia di chi in nome del mito di un mondo senza droga fa finta di non vedere la realtà di una tragedia quotidiana. Anche i test antidroga indirizzati contro gli studenti e i lavoratori devono essere contestati come forma di egemonia culturale e di controllo sociale. Gli operatori dei Sert e i responsabili delle comunità non autoritarie stanno vivendo un difficile momento di isolamento; pagano lo sfondamento culturale che la destra ha prodotto e scontano la sconfitta se non la scomparsa della sinistra. Tutto vero ma non si può chinare la testa. I fatti ci danno ragione e la frontiera della riduzione del danno deve essere il punto da cui ripartire. Venti anni fa ingaggiammo una dura lotta contro Bettino Craxi quando buttò alla ortiche il patrimonio libertario e dei diritti civili del partito socialista in nome della tolleranza zero. Oggi dobbiamo combattere Silvio Berlusconi che senza pudore pochi giorni fa incensava don Pierino Gelmini. Proprio il padre padrone della comunità di Amelia contro cui lanciava strali ricchi di sdegno e di ironia Giancarlo Arnao nell’ultimo suo editoriale su Fuoriluogo nell’agosto 2000. Sarebbe bello festeggiare il decennale della scomparsa dello studioso e del militante antiproibizionista aprendo una stagione fondata su razionalità e scienza. |
Droga e Democrazia. Il Dossier su fuoriluogo.itDroghe e Democrazia. Verso un cambio di paradigma.On line sul sito di fuoriluogo.it la sintesi in italiano del Rapporto della Commissione Latino Americana su Droghe e Democrazia, promossa dagli ex Presidenti Fernando Cardoso del Brasile, Cesar Gaviria della Colombia, Ernesto Zedillo del Messico e tutta la documentazione di approfondimento che sarà distribuita all'assemblea di Forum Droghe.
|
Altre novità su fuoriluogo.itGli affari prima di tutto, anche sulle CarceriFranco Corleone sul Manifesto del 14 gennaio commenta il Piano Carceri del Ministro Alfano. Rototom EXODUSSfrattato dal Friuli, il festival reggae più grande d'Europa si trasferisce in Spagna. Nel mirino delle autorità, con il presidente Filippo Giunta indagato per via della legge Fini-Giovanardi sulle droghe, l'evento ecologista, antirazzista e antiproibizionista che ogni estate porta 150 mila persone a Osoppo. «Eravamo un antidoto alla crisi, ma in Italia non è più possibile fare nulla». È l'ennesimo segnale del declino culturale dell'ormai ex Belpaese. Quest'anno aveva ospitato Beppino Englaro e Ignazio Mar Licenziato dal Governo britannico perchè sulle droghe credo alla scienzaIl principale consigliere del Governo invitato a dimettersi per aver dichiarato che ecstasy e LSD sono meno pericolosi dell’alcol in un’intervista esclusiva a Agenda Coscioni. |
![]() |