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Quaderno n.8
In affettuosa memoria di Giancarlo Arnao, maestro e amico di
tutti noi, senza il cui insegnamento ed esempio questo libro bianco
non avrebbe potuto essere scritto.
CASO CLINICO N. 1, Giampiero T.
Giampiero T. ha 27 anni, diploma di geometra.
All'età di 19 anni viene investito
da un'autovettura e condotto in gravi condizioni all'ospedale.
Diagnosi: trauma cranico con frattura del massiccio facciale,
emorragia subaracnoidea, fratture multiple del tavolato cranico
e dell'orbita di sinistra, fratture scomposte del femore sinistro
e dell'omero sinistro. Dopo 45 giorni di stato comatoso e due
mesi di ricovero è stato dimesso dall'ospedale.
A distanza di un anno, proprio nello
stesso giorno dell'incidente, è preda di una crisi epilettica
insorta durante il sonno. Viene ricoverato in ospedale e curato
con luminale, farmaco antiepilettico, che continua ad assumere
regolarmente per 9-10 mesi.
Durante questi mesi apprende che la marijuana
puo' essere una cura alternativa ai barbiturici nella prevenzione
delle crisi epilettiche, pertanto decide di sperimentarla su se
stesso con la speranza di evitare i pesanti effetti collaterali
dei barbiturici.
Sospende di sua iniziativa la terapia barbiturica e si procura
"l'erba proibita" che non aveva mai fumato prima. Non
ha più assunto farmaci antiepilettici ma ha fumato spinelli
tutti i giorni in numero variabile da tre o quattro fino ad otto
in un giorno.
Chiaramente il dosaggio non è valutabile vista l'incognita
del mercato nero sia in termini di qualità che di disponibilità.
Dal 1994 al 1997 non ha avuto nessuna
crisi epilettica né ha sofferto di particolari effetti
collaterali derivanti dall'assunzione di questa sostanza.
Nel 1996 in seguito al sequestro di 11 piantine di canapa indiana
che aveva in casa, ha trascorso due notti in carcere quindi rinviato
a giudizio e nel gennaio del 1999 subisce una condanna di un anno
e mezzo.
Nel marzo del 2000 viene assolto in appello "perché
il fatto non costituisce reato".
Nel 1997, per motivi di studio e di lavoro, si trasferisce dalla
Calabria a Perugia dove sospende praticamente l'assunzione di
"erba", dopo averne sperimentato la cattiva qualità,
e si procura saltuariamente hashish pure di pessima qualità.
I cambiamenti generali dovuti al trasferimento,
lo stress psicofisico dell'attività lavorativa, ma specie,
a suo dire, la netta riduzione e la saltuarietà dell'assunzione
di cannabinoidi sono cause scatenanti di una crisi epilettica
che comporta un immediato ricovero ospedaliero.
Tra il 1997 e il 1998 è andato
incontro a quattro crisi epilettiche con ricovero ma ha sempre
rifiutato di assumere la terapia antiepilettica per i pesanti
effetti collaterali specie a carico del fegato. Inoltre vedeva
aggravarsi anche la disfunzione sessuale, sequela anche questa
dell'incidente, infatti per due anni aveva assunto gonadotropine
(ormoni stimolanti) prescrittegli da un Centro Specialistico di
Pavia.
Nell'ottobre del 1998 è rientrato
a San Giovanni in Fiore (CS), suo paese di origine, e, dopo un'udienza
dell'indagine preliminare per la vecchia questione delle piantine
di canapa, ha avuto la sua ultima crisi epilettica con ricovero
all'ospedale di Cosenza. Da allora non ha più avuto crisi,
sono tornati completamente nella norma i valori di funzionalità
epatica, sono nettamente migliorati i disturbi della sfera sessuale,
non ha assunto alcun farmaco ma ha fumato circa quattro sigarette
di cannabis al giorno.
Ho visitato il signor Giampiero T.
All'esame obbiettivo sono ben evidenti i segni somatici dell'incidente
occorsogli.
Tutte le cartelle cliniche, gli esami laboratoristici, quelli
strumentali e i referti delle visite specialistiche ben documentano
le patologie riferite nella loro sequenza cronologica, ma c'è
qualcosa di più, proprio in relazione alla questione cannabis.
Un certificato del suo medico curante
di San Giovanni in Fiore (CS) datato 21.6.1996 recita:
"Si certifica che il Sig. Giampiero T. da circa un anno e
mezzo mi ha riferito di aver sostituito la terapia di fenobarbital
con canapa indiana, per curare le crisi convulsive di cui è
tuttora affetto, e di aver riscontrato un miglioramento clinico
anche in riferimento alla sua patologia su base endocrina".
Nella cartella clinica del Policlinico
San Matteo dell'Università di Pavia, dove è seguito
per le sue disfunzioni sessuali, in data 5.3.1996 è riportato:
"Il paziente attualmente riferisce di usare ancora sigarette
di Deidrocannabiolo, ottenendo miglioramento nei rapporti sessuali.
Da circa un anno è stato sospeso uso dei barbiturici (farmaci
antiepilettici ndr). Si sospende terapia (ormonale ndr)".
Nel 1997 viene ricoverato una prima volta all'ospedale di Perugia
per una crisi convulsiva, nella cartella infermieristica è
riportato puntualmente il rifiuto del paziente di assumere la
terapia antiepilettica (Luminale) prescritta dai medici.
In un successivo ricovero nello stesso
ospedale si legge nella cartella clinica:" non assume la
terapia antiepilettica consigliata dai sanitari all'epoca del
trauma. Si apprende che fa uso di cannabinoidi."
Il 15.9.1997, dalla cartella infermieristica, ore 22,30: "paziente
non si trova all'interno del reparto. Si apprende dai sanitari
del reparto che il paziente è stato visto salire su una
macchina ed allontanarsi dall'ospedale. Si avverte la polizia
(113)." Ore 23,30: " Paziente rientrato al reparto.
Nega di essersi allontanato dall'ospedale. Si avverte il 113 del
rientro. Si preleva urina per dosaggio cannabinoidi."
Il giorno successivo c'è il risultato dell'esame urinario
che rivela non solo la presenza di cannabinoidi e la totale assenza
di tutte le altre sostanze stupefacenti, ma anche l'assenza dei
barbiturici a conferma della mancata assunzione dei farmaci antiepilettici.
Dal diario clinico in data 24.3.1998:
" Riferisce di avere, a volte, episodi di cefalea, annebbiamento
della vista, arrossamento degli occhi ma non sa assolutamente
definire la loro frequenza nel tempo, inoltre l'episodio cesserebbe
subito con l'assunzione, tramite fumo, di canapa indiana."
Un esame delle urine eseguito nello stesso ospedale di Perugia
in data 22.4.1998 rivela sempre la presenza di cannabinoidi e
l'assenza di altre sostanze stupefacenti e dei barbiturici.
Nel certificato di dimissione, sempre
dall'ospedale di Perugia, in data 14.5.1998 si ritrova un chiaro
riferimento alla tossicità dei farmaci antiepilettici:
" Il paziente, al momento, non è in trattamento specifico
per l'Epilessia data la rarità delle crisi convulsive che
finora si sono verificate esclusivamente nel sonno; si ritiene
opportuno mantenere tale atteggiamento astensionistico essendo
per adesso il costo dovuto all'assunzione dei farmaci maggiore
del beneficio."
E ancora, il 15 ottobre 1998 in un certificato
medico dell'ospedale di Cosenza, dove era stato ricoverato per
la sua ultima crisi epilettica, il neurologo scrive tra l'altro:"
ha interrotto la terapia farmacologica prescritta di sua
volontà. Afferma di usare sigarette di deidrocannabinolo
ottenendo miglioramento del suo stato."
Nell'agosto del 1999 nell'ospedale Bellaria di Bologna è
stato sottoposto ad un nuovo intervento chirurgico alla testa
per mucocele frontale post-traumatico (vecchio incidente). Anche
nella cartella clinica di questo ospedale è segnalato che
"
.il paziente ha interrotto la terapia farmacologica
e assume stupefacenti marijuana".
Per finire, il Sig. Giampiero T. mi consegna
un documento della Regione Calabria, Commissione Medica per l'invalidità,
in cui si attesta: "Invalido con totale e permanente inabilità
lavorativa: 100% L.118/71."
Per concludere riporto alcune ipotesi
che mi sono venute in mente in relazione alla situazione del Sig.
Giampiero T..
1° ipotesi: al Sig. Giampiero T.
piace l'effetto della canapa indiana quindi strumentalizza la
sua condizione per continuare impunemente a drogarsi. Ipotesi
possibile ma poco probabile sia perché è arrivato
alla cannabis non come droga ma nella ricerca di una terapia alternativa,
sia perché, mancando la dipendenza, pare proprio controproducente
cacciarsi in tanti problemi legali per farsi riconoscere il diritto
di curarsi con questa sostanza. Avrebbe potuto fumarla clandestinamente
come fa qualche milione di persone in Italia!
2° ipotesi: la canapa non ha effetti
farmacologici ma solo psicologici. In questo caso, vista la relativa
rarità delle crisi, i pesanti effetti dei farmaci antiepilettici
e gli indubbi benefici psicologici anche per i disturbi legati
alla sfera sessuale, non si può non ritenersi positivo
l'utilizzo farmacologico della canapa indiana in alternativa ai
barbiturici.
3° ipotesi: la cannabis è
effettivamente efficace nella terapia antiepilettica. Ciò
è suffragato da numerose esperienze aneddotiche nonchè
da alcuni studi di piccole dimensioni (v. voci bibliografiche
27-28 dell'appendice 2). Nel nostro caso è riferita, inoltre,
la pronta remissione dei sintomi premonitori delle crisi convulsive
dopo l'assunzione di cannabis.
Pertanto, in considerazione dei vantaggi
apportati da questa sostanza al Sig. Giampiero T., dei bassi livelli
di rischio tossicologico e dei consistenti effetti collaterali
sperimentati con i farmaci antiepilettici legali, si ritiene farmacologicamente
corretto e umanamente doveroso che il Sig. Giampiero T. sia autorizzato
alla terapia antiepilettica con cannabis indica seguita da monitoraggio
medico.
Dott. Nunzio Santalucia
CASO CLINICO N. 2, Stefano G.
Stefano G. ha 41 anni, e lavora come
impiegato.
Nel settembre del 1983 in seguito alla
comparsa di un rigonfiamento all'ascella sinistra si sottopone
ad indagini mediche che portano alla individuazione di un sarcoma
sinoviale, una forma tumorale molto aggressiva. Il paziente si
sottopone a un ciclo di radioterapia e quindi in data 8.3.84 affronta
un primo intervento chirurgico all'Istituto Rizzoli di Bologna,
che comporta l'amputazione del braccio sinistro.
Superato senza complicazioni l'intervento,
tutto sembra andare bene, sino al febbraio '91, data in cui una
TAC eseguita all'Istituto Rizzoli svela una recidiva del tumore
a livello polmonare. Viene praticato un nuovo intervento, seguito
da 10 cicli di chemioterapia.
I farmaci chemioterapici, come spesso succede, inducono pesanti
effetti collaterali che il paziente così descrive:"
Gli effetti collaterali sono una tortura: senso di nausea per
giorni, nessun appetito, testa pesante, infezioni in bocca, a
volte un po' di febbre, un senso generale di fastidioso appannamento.
Per giorni non mangio quasi nulla, l'appetito si ripresenta molto
lentamente, dopo 5/6 giorni dal completamento del ciclo di chemioterapia."
Nonostante tutto, sembra che le terapie
siano state efficaci, e per cinque anni il paziente non ha piu'
disturbi. Ma nel maggio '96 i controlli mettono in evidenza una
nuova recidiva, a livello mediastinico. I medici interpellati
consigliano: 6 cicli di chemioterapia + nuovo intervento chirurgico
(eseguito al Centro di Riferimento Oncologico di Aviano nel febbraio
'97) + radioterapia.
Memore dei pesanti effetti collaterali
sperimentati in occasione del precedente ciclo di chemioterapia,
ed essendo venuto casualmente a conoscenza del fatto che negli
USA si era sperimentato con successo l'utilizzo dei cannabinoidi
nel trattamento della nausea da chemioterapia, il paziente si
documenta e decide di verificare personalmente l'efficacia di
tale terapia. Ecco la descrizione del risultato:
"Ero, all'epoca, già un consumatore ludico, ma non
immaginavo che la canapa potesse avere qualche benefico effetto
in una situazione così dolorosa. Ricordo bene la prima
volta che, di ritorno dai tre o quattro giorni di somministrazione
dei farmaci, ho usato l'erba: quella stessa sera (ero uscito al
pomeriggio dal centro oncologico) ho mangiato con grande piacere
i tortellini della nonna. Una rivelazione! Prima trascorrevo i
primi giorni a casa (4 o 5, spesso una settimana) con grande sofferenza,
senza toccare praticamente cibo, in compagnia di un perenne senso
di nausea; ora invece potevo mangiare subito e, mangiando, mi
riprendevo in brevissimo tempo. Ho tentato di discutere della
cosa con vari medici, e oncologi, per trovare una modalità
seria, scientifica, di utilizzo. Non ho mai avuto alcuna risposta
alle mie richieste argomentate. Ovviamente, mi sono chiesto spesso
se il mio miglioramento non fosse frutto di suggestione, ma, ascoltando
attentamente il mio corpo, mi rendevo conto che stavo realmente
meglio, e ne traeva vantaggio anche il mio umore.
In questa situazione di grande sofferenza, l'uso di cannabis si
rivela un sostegno psicologico non indifferente: in passato, durante
i periodi di cura, ero soggetto a momenti di profonda depressione
e di calo delle energie mentali.
Ora, riuscivo a mantenere abbastanza alto e costante il livello
di determinazione necessaria per fronteggiare la malattia. Credo
che questo fosse dovuto in parte all' "abitudine" (...
la malattia continua a recidivare, occorreva attrezzarsi per sopravvivere...),
ma, anche e soprattutto, all'utilizzo di cannabinoidi.
Apprezzavo (e apprezzo) molto lo stato mentale indotto dai cannabinoidi,
in quanto mi "stabilizza" psicologicamente, consentendomi
di poter concentrare le mie energie (anche fisiche) per contrastare
la malattia.
D'altro canto, lo "status" di consumatore di cannabinoidi,
mi esponeva (e mi espone) alle tensioni di chi si deve procurare
illegalmente quel materiale che io utilizzo come medicamento.
Tensioni che attengono sia all'illegalità stessa (anche
del consumo, che come si sa è sanzionato amministrativamente),
con i rischi inerenti alla frequentazione di luoghi di spaccio,
ma anche alla impossibilità di poter verificare la qualità
delle sostanze reperite. Del resto, l' "autoproduzione",
che sarebbe preferibile anche perchè potrebbe dare garanzie
sulla qualità, è difficilmente praticabile sia perchè
anch'essa comunque illegale, sia perchè modi e tempi di
coltivazione sono lenti e laboriosi, aumentando quindi i rischi."
Dopo un nuova fase di benessere, il paziente ha avuto due ulteriori
recidive: la prima nel giugno '99 e la seconda nell'ottobre 2000.
A seguito di quest'ultima, il paziente sta in atto praticando
dei nuovi cicli di chemioterapici, e riferisce di continuare ad
utilizzare la cannabis come terapia di supporto. Al riguardo dichiara:
"Credo sia il momento, anche in Italia, di iniziare una battaglia
perché sia possibile usare legalmente la canapa a fine
terapeutico, e per fare conoscere a tutti (medici, malati, associazioni,
media) le potenzialità di questa sostanza, partendo da
una semplice domanda: perché soffrire, quando, con una
pianticella naturale, è possibile star meglio? "
Nel commentare questo caso clinico bisogna ricordare che l'efficacia
del delta-9-THC , il piu' importante principio attivo della cannabis,
nei casi di nausea e vomito secondari a chemioterapia è
stata dimostrata in vari studi clinici, controllati in doppio
cieco.
[v. voci bibliografiche 2-8 dell'appendice 2].
In tutti questi studi i cannabinoidi
risultavano più efficaci delle terapie tradizionali nel
dominare questa spiacevole conseguenza della chemioterapia. A
seguito di tali indiscutibili evidenze due derivati sintetici
del THC, il dronabinol e il nabilone, sono stati ufficialmente
registrati nella farmacopea in USA, Gran Bretagna, Olanda e Germania
e sono normalmente in commercio nelle farmacie di quei paesi.
Contro ogni evidenza scientifica, in Italia non si è mai
arrivati alla registrazione di questi farmaci e, quel che e' piu'
sconsolante, i medici, gli oncologi, sembra che ne sconoscano
l'esistenza, come il paziente ha amaramente potuto constatare.
Quale comportamento puo' adottare il
medico di fronte ad un paziente che, avendo sperimentato l'efficacia
dei cannabinoidi quale valido aiuto nella sua lotta contro una
neoplasia, chiede di essere aiutato ad utilizzare tali sotanze
?
La legge prevede, in linea teorica, che il medico possa prescrivere
i derivati della cannabis, con le modalità indicate dall'art.
43 del T.U. sulle sostanze stupefacenti e psicotrope. Ma di fatto,
per quanto detto sopra, una tale prescrizione non avrebbe alcuna
concreta possibilità di essere soddisfatta per vie legali.
Che fare allora? Rassegnarsi ad indirizzare
un bisogno di salute verso il mercato nero?
Certamente non e' una strada che puo' soddisfare la coscienza
deontologica del medico!
Pertanto, riconosciuto il benefico ruolo
terapeutico svolto per il paziente dai derivati della cannabis,
e ritenendo tale terapia supportata da convincenti evidenze scientifiche,
ritengo deontologicamente corretto prescrivere al signor Stefano
G. il ricorso a tale presidio terapeutico. Al contempo rivolgo
alle autorità sanitarie competenti un pressante appello
perchè vengano tempestivamente individuate opportune modalità
legali per la soddisfazione di tale prescrizione.
Dott. Salvatore Grasso
CASO CLINICO N. 3, Ines S.
Ines S. ha 40 anni.
L'incontro, del tutto casuale, tra Ines
e la Cannabis è avvenuto alcuni anni fa in un momento non
affatto facile per Ines che subiva le conseguenze di un intervento
chirurgico di isterectomia e la successiva cobaltoterapia endocavitaria
per un carcinoma uterino.
Inappetenza, nausea, vomito, disturbi urinari e intestinali, insonnia,
ansia, depressione e soprattutto il dolore.
"Il dolore è una cosa terribile!"
- racconta la paziente - "Ti fa crescere molto, ti fa capire
quanto è bella la gioia, però comunque rimane dolore!
Non hai più fame, hai un senso di nausea continua, anche
quando bevi l'acqua ti sembra piombo nello stomaco. Non riesci
più a fare una bella dormita di tutta una notte, ti addormenti
a fatica, ti svegli continuamente, la mattina sei più stanca
della sera anche se hai preso un sonnifero".
Ines S. affronta la situazione con una
alimentazione naturale, aria di campagna e attività sportiva.
È una donna gioiosa, ama la vita, le piace la natura, le
piace ridere, scherzare.
"Con degli amici una sera è capitato di fumare un
fiore di marijuana, a me piace chiamarlo fiore di marijuana, e
prima di tutto ho sentito una tranquillità ancora maggiore
di quella che cerco di procurarmi da sola. Mi sono rilassata.
Poi mi ha stimolato l'appetito e questa è stata per me
una cosa incredibile, dell'altro mondo! Fumare il fiore di marijuana
e cominciare a mangiare con gioia, con appetito, quando per anni
non ho più saputo che cosa significasse mangiare, il piacere
di mangiare, il gusto, la fame. Sentire lo stimolo della fame,
per me è stata una cosa così grossa che ho detto:
per carità, ma io allora voglio fumare!"
Ines S. non è sicuramente una
donna irresponsabile, pertanto si è subito documentata
su questa sostanza. Ha anche consultato sia il medico che l'aveva
operata sia il medico di famiglia ed entrambi hanno escluso l'esistenza
di controindicazioni all'uso, visto il beneficio sintomatico che
lei aveva sperimentato.
Inoltre, consapevole della pericolosità del mercato nero,
sia in termini legali che di possibilità di controllo della
qualità della sostanza, decide di seminare qualche seme
della "pianta proibita": l'esperimento riesce e si ritrova
una bella piantina di marijuana sufficiente per le sue modeste
e saltuarie assunzioni farmacologiche.
Ma il destino avverso, sotto le sembianze
di una pattuglia della Guardia di Finanza, decide di ostacolare
questo cammino. Racconta Ines: "Sono stata fermata dagli
agenti della finanza mentre percorrevo, in macchina, un tratto
di strada di periferia, in po' buia, alle sette e mezza di sera.
Mi hanno tirata fuori dalla macchina. Pistole puntate alla tempia,
mitraglietta dietro la schiena quasi a spinta, a botta, per farmi
appoggiare alla macchina. Mi hanno trovato in tasca un fiorellino
di marijuana....quindi portata in caserma a sirene spiegate, con
un agente, a mezzo busto fuori dal finestrino con le pistole spianate
che intimava ai passanti o alle macchine vicine di spostarsi".
Dalla caserma, Ines S. è stata
condotta, con le stesse modalità di trasporto, a casa,
dove è stata sequestrata una piantina di marijuana, quindi
di nuovo in caserma, poi a mezzanotte in questura per una perquisizione
da parte di un'agente di sesso femminile e ancora in caserma fino
all'una e mezza di notte!
La vicenda si è poi conclusa con la segnalazione del caso
alla Prefettura che si è "limitata" a comminare
una sanzione amministrativa.
La prima riflessione che il caso stimola
è che tanto accanimento, e tanto "sfoggio di muscoli"
nei confronti di una persona colpevole solo di cercare sollievo
alle sue sofferenze, è assolutamente indegno di un paese
civile!
In secondo luogo non si può non
ricordare che l'effetto benefico sperimentato da Ines S. è
confermato da numerosi studi clinici controllati in doppio cieco,
che hanno dimostrato l'efficacia dei cannabinoidi nel controllare
la nausea e il vomito sperimentate dai pazienti con tumori che
si sottopongono a chemioterapia [v. voci bibliografiche 3-8 dell'appendice
2].
La forza di tali evidenze è stata
tale da indurre la Food and Drug Administration (FDA) ad inserire
un cannabinoide sintetico, il dronabinol, nella farmacopea ufficiale
degli USA, paese non certo incline ad atteggiamenti permissivi
nei confronti delle "droghe".
Analogo atteggiamento hanno avuto paesi quale la Gran Bretagna,
l'Olanda e la Germania, paesi in cui sia il dronabinol che il
nabilone, un altro cannabinoide sintetico, sono comunemente reperibili
nelle farmacie.
Contro ogni evidenza scientifica, in
Italia non si è mai arrivati alla registrazione di questi
farmaci e, pertanto le uniche alternative per un paziente che
si trovi a dovere affrontare simili frangenti rimangono o il ricorso
al mercato nero (che ricordiamolo comporta una assoluta mancanza
di sicurezza rispetto alla purezza delle sostanze acquistate)
o la "autoproduzione".
Entrambe le scelte comportano rischi
dal punto di vista legale, ma .
se l'acquisto di Cannabis, finalizzato all'uso personale, avviene
da uno spacciatore illegale, l'acquirente è sottoposto
semplicemente ad una sanzione amministrativa, se invece la stessa
sostanza il consumatore la coltiva autonomamente - fermo lo scopo
di farne uso personale - egli rischia la sanzione penale (per
fortuna, ma solo per fortuna, non applicata in questo caso! ).
Appare chiaro ed evidente che una simile
situazione non è più a lungo accettabile!
Le autorità competenti hanno il
dovere di individuare gli strumenti più idonei perché
anche i pazienti italiani, al pari di quelli statunitensi, inglesi,
tedeschi e olandesi, possano ricorrere, in un contesto di legalità
e sicurezza, ad un trattamento la cui efficacia non è più
in discussione
Dott. Nunzio Santalucia
CASO CLINICO N. 4, Maria M.
Maria M. ha 37 anni, vive a Napoli.
Nell'ottobre del 1995, in seguito alla
comparsa di disturbi dell'equilibrio, si sottopone a controlli
presso l'ospedale S. Eugenio di Roma ove viene fatta diagnosi
di sclerosi multipla.
Le viene consigliata una terapia a base
di cortisone, che la paziente è riluttante ad accettare
a causa di precedenti esperienze di somministrazione del farmaco
caratterizzate da un eccesso di effetti collaterali. Tuttavia,
consultato il proprio Medico curante, la paziente si decide a
fare un tentativo.
Una settimana dopo torna a Roma, e le
viene somministrato, in regime di day-hospital, una dose di 4
grammi in 6 giorni (1/2 grammo nei primi due giorni, poi 1 grammo
per i
successivi due, poi ancora 1/2 grammo per due giorni).
La risposta alla terapia praticata non è purtroppo delle
migliori.
Racconta la paziente: "Già prima della fine della
settimana ho avuto un notevole peggioramento nel camminare, incubi,
disturbi nella sensibilità al caldo e al freddo e terribili
brividi di freddo. Mi viene detto che è tutto normale.
Obietto che la sera prima di andare in ospedale ero andata a ballare
con degli amici e non avevo alcun problema motorio! Torno a casa
e comincio a stare sempre peggio: ai problemi motori si aggiungono
problemi di digestione, aumentano i brividi e i disturbi della
sensibilità, agli incubi si aggiungono episodi di sonnambulismo
e vedo ad occhi aperti cose che non ci sono, in più la
mia vista perfetta (ho undici decimi ancora oggi) dà i
numeri. Insomma, un disastro!. E va avanti così fino ai
primi di febbraio del '96. In più comincio a convincermi
di essere matta perché il medico continua a dirmi che esagero
e sono io che mi sto sognando queste cose. "
A febbraio del '96 la paziente si sottopone
ad un nuovo controllo presso l'ospedale S.Eugenio. Constatato
l'insuccesso, la terapia con cortisone viene sospesa.
"Finalmente mi prendono sul serio ! " - racconta la
paziente - "Ma alla mia domanda 'Quando starò meglio?'
il medico risponde, invero un po' brutalmente, 'Perché
non lo sa che di sclerosi multipla non si guarisce?'. Bel modo
di venirlo a sapere! "
Durante l'estate del '96 la paziente
registra un discreto miglioramento: "Sto meglio, vado per
un po' al mare da sola, mi sento quasi 'io'. "
Alla metà di agosto subentra una
paresi del nervo faciale destro.
La paziente consulta il Medico curante che la tranquillizza e
le prescrive una terapia a base di antiinfiammatori non-steroidei
(naproxene 500 mg).
La terapia non sortisce grossi effetti
per cui alla nel settembre '96 la paziente si sottopone ad un
ulteriore controllo a Roma, comprensivo di risonanza magnetica,
a conclusione del quale viene proposto un ciclo di terapia con
Interferon-beta. Informata sui possibili effetti collaterali e
memore degli effetti disastrosi della terapia con cortisone, la
paziente rifiuta di sottoporsi al trattamento.
Nel novembre del '96 consulta un Neurologo
dell'ospedale San Raffaele di Milano, il quale suggerisce un trattamento
con il Copolimero-I (Cop-I) e indirizza la paziente presso un
collega del II Policlinico di Napoli ove è in corso una
sperimentazione del farmaco.
Il 2 gennaio 1997 la paziente inizia il trattamento con il Cop-I
e sembra che vada tutto bene: non si presentano effetti collaterali,
la sintomatologia regredisce quasi completamente, la paziente
trascorre due anni quasi del tutto libera da sintomi.
A partire dall'aprile del '99 la paziente
inizia tuttavia a lamentare facile affaticabilità e comparsa
di crampi, tremori e irrigidimenti agli arti inferiori. "Sono
sempre più stanca, comincio a camminare col bastone. Continuo
col Cop-I ancora per un anno (sino all'estate 2000) ma i controlli
non sono mai soddisfacenti e cominciano a dirmi che devo abituarmi
all'idea che la malattia ha cambiato forma ed è diventata
una forma secondaria progressiva. E che non c'è niente
da fare, anche il copolimero serve a pochissimo, se non a niente."
Nel tentativo di contrastare la spasticità
muscolare agli arti inferiori che va progressivamente peggiorando
le vengono prescritti farmaci miorilassanti convenzionali (piridinolo,
baclofene) ma senza risultati e anzi con fastidiosi effetti collaterali.
La paziente viene a questo punto a sapere
che in Inghilterra sono in corso studi clinici che prevedono l'utilizzo
di derivati della cannabis per il trattamento della spasticità
muscolare nei pazienti con sclerosi multipla.
E' a questo punto che la paziente ci
contatta chiedendoci informazioni al riguardo.
Le spieghiamo che la efficacia dei derivati
della cannabis nel trattamento della spasticità è
suffragata, oltreché da numerose evidenze aneddotiche,
anche da alcuni studi di piccole dimensioni (v. voci bibliografiche
19-23 dell'appendice 2), nonché da alcune recenti evidenze
sperimentali (v. voce bibliografica 37 dell'appendice 2).
Chiariamo che la sua non felice esperienza
con i farmaci tradizionali è condivisa, purtroppo, da molti
pazienti affetti da sclerosi multipla: i farmaci attualmente disponibili
sono infatti ben lontani dall'avere raggiunto accettabili livelli
di efficacia e tollerabilità. Lo stesso Interferone, su
cui molto si è investito, ha dimostrato grossi limiti:
al di la dei frequenti e, talora non trascurabili, effetti collaterali,
sembra infatti che molti pazienti, dopo una fase di iniziali benefici,
diventino resistenti al farmaco.
Riteniamo che al suo caso si possa applicare
la raccomandazione del Dr. Vaney, chairman della sessione sui
cannabinoidi della Conferenza Internazionale sulla Sclerosi Multipla
tenutasi a Basilea nel settembre '99, che in quella consesso invitava
a "considerare la cannabis come una efficace alternativa
per i pazienti che non rispondono alle terapie convenzionali".
Pertanto, considerato che in Italia non
esistono a tutt'oggi cannabinoidi registrati nel prontuario farmaceutico
italiano, né sembra che alcuno abbia intenzione di promuovere
studi clinici controllati in merito, e considerata la indisponibilità,
assolutamente condivisibile, della paziente a ricorrere al mercato
nero, ci limitiamo a fornirle i recapiti di alcune Istituzioni
di ricerca inglesi (Royal Pharmaceutical Society e GW Pharmaceuticals)
presso le quali sappiamo essere in corso studi clinici controllati
al riguardo.
La paziente è persuasa a procedere per questa via, ma poco
dopo il nostro colloquio la sintomatologia spastica agli arti
inferiori si aggrava ulteriormente, divenendo seriamente invalidante:
"Alla fine sono dovuta venire a patti con il terribile spettro
della sedia a rotelle, che sono costretta ad utilizzare saltuariamente
in casa, sempre per uscire. Se ho ben capito a questo punto medici
e medicine non possono aiutarmi molto (se ho una dote è
quella di essere realista). Vorrei solo qualcosa per i crampi
e per i dolori che non mi faccia vomitare l'anima, se poi dovessi
scoprire che anche la cannabis non è efficace, per lo meno,
saprei di averci provato."
"Mi auguro sinceramente che l'atteggiamento
della Sanità italiana progredisca verso una maggiore considerazione
e comprensione per malati, come me, in una situazione oggettivamente
senza uscita. E, mi creda, lo dice una persona che non avendo
mai fumato neanche uno spinello non saprebbe proprio come fare
se decidesse di rivolgersi al mercato nero."
Per quanto ci si sforzi, alla luce delle
evidenze a tutt'oggi disponibili, non riusciamo a trovare è
un solo motivo valido per cui alla paziente debba essere negata
la possibilità di un tentativo con i derivati della cannabis.
E' risaputo infatti che i cannabinoidi
hanno una bassissima tossicità e questo rende ancora più
incomprensibile il rifiuto pregiudiziale nei confronti di un gruppo
di sostanze che, se utilizzate in un contesto di appropriato controllo
medico, potrebbero rivelarsi estremamente utili.
Pertanto nel ribadire la opportunità
di prescrivere alla paziente Maria M. un tentativo terapeutico
con i derivati della cannabis, inoltro alle autorità sanitarie
competenti l'appello della paziente perché vengano tempestivamente
individuate opportune modalità legali per la soddisfazione
di tale prescrizione.
Dott. Salvatore Grasso
CASO CLINICO N. 5, Luigi A.
Luigi A. è un tecnico agrario di 31 anni specializzato
in agricoltura biologica ed è incaricato di visite ispettive
presso le aziende di agricoltura biologica.
Circa cinque anni fa il paziente riferiva
la comparsa di sensazioni di "addormentamento" all'arto
inferiore destro, con diffusione dopo circa una settimana anche
all'arto inferiore sinistro e successivamente alle mani. Il medico
curante, allertato da questa sintomatologia, ha richiesto il ricovero
in reparto ospedaliero per accertamenti.
Il sospetto di Sclerosi Multipla, fattosi sempre più concreto
dopo i primi esami, è stato confermato dalla Risonanza
Magnetica Nucleare che in data 16.04.96 concludeva:
"I reperti descritti sono da riferire a multiple aree di
demielinizzazione a patogenesi autoimmune."
Luigi mi ha inviato la cartella clinica con una lettera firmata
in cui scrive: " Da circa cinque anni convivo con la Sclerosi
Multipla e sono stato curato con cortisone senza che ci fossero
dei miglioramenti permanenti dei sintomi. Due anni fa ho sperimentato
la canapa indiana e, a dosaggi adeguati, avvertivo un netto miglioramento
dei sintomi. Le cosiddette parestesie alle gambe si attenuavano
decisamente come pure gli spasmi muscolari e praticamente miglioravano
tutti i vari e ricorrenti sintomi tipici della malattia eccetto
il dolore all'occhio sinistro, quando era presente.
Sarebbe giusto, umano, democratico e razionale che io potessi
curarmi con una sostanza che certamente non mi fa male ma sicuramente
mi fa bene, come ho direttamente sperimentato su me stesso."
Il caso non può non stimolare
alcune riflessioni.
Sono infatti parecchi i malati di sclerosi
multipla che riferiscono un beneficio sintomatico dall'uso di
derivati della cannabis. E al di la di queste "evidenze aneddotiche"
ci sono alcuni studi, invero di piccole dimensioni, che in alcuni
casi confermano questo beneficio (v. voci bibliografiche 19-23
dell'appendice 2).
Recentemente inoltre la autorevole rivista Nature ha pubblicato
i risultati di uno studio di alcuni ricercatori della Multiple
Sclerosis Society of Great Britain (v. voce bibliografica 37 dell'appendice
2) che forniscono, su un modello sperimentale, convincenti conferme
sulla capacità dei cannabinoidi di ridurre i tremori e
la spasticità muscolare.
Riconosciamo che mancano, a tutt'oggi,
evidenze derivanti da studi condotti su "grossi numeri".
Ma sono in corso alcuni grossi trial clinici, nel contesto dei
quali l'efficacia dei cannabinoidi nel trattamento della sclerosi
multipla verrà saggiata su alcune centinaia di pazienti.
Uno di questi è già partito, nel giugno del 1999,
sotto l'egida della Royal Pharmaceutical Society inglese, e un
altro, condotto, sempre in Gran Bretagna, dalla GW Pharmaceuticals
(vedi appendice 3) prevede l'impiego di un interessante dispositivo
di somministrazione dei cannabinoidi mediante spray per via sublinguale.
Ma i risultati di questi studi non si avranno prima del 2002.
Le terapie attualmente disponibili spesso
danno risultati tutt'altro che soddisfacenti.
Lo stesso Interferone, su cui molto si è investito, ha
dimostrato grossi limiti: al di la dei frequenti e, talora non
trascurabili, effetti collaterali, sembra infatti che molti pazienti,
dopo una fase di iniziali benefici, diventino resistenti al farmaco.
Come deve comportarsi il medico di fronte a questi pazienti?
Una risposta è stata data nel corso della Conferenza Internazionale
sulla Sclerosi Multipla tenutasi a Basilea nel settembre '99,
in cui la sessione dedicata all'impiego terapeutico dei cannabinoidi
si è conclusa con l'invito del Dr.Claude Vaney, presidente
della sessione, a "considerare la cannabis come una efficace
alternativa per i pazienti che non rispondono alle terapie convenzionali".
Condividiamo pienamente l'impostazione
dell'eminente collega.
Ma per renderla praticabile è necessario che le autorità
competenti intervengano per definire modalità legali di
approvvigionamento di questa sostanza.
Sottolinea infatti giustamente il paziente:
"La legge mi impedisce di coltivare questa pianta, se volessi
acquistarla al mercato nero spenderei un sacco di soldi senza
alcuna garanzia di qualità, in Italia non è reperibile
né legale, la tintura di canapa o le compresse di THC sintetico
a nome Marinol in vendita in America e in Germania. Mi chiedo
in che assurdità legale viviamo se circolano liberamente
medicine mille volte più pericolose della canapa e domando
che strada posso seguire per avere riconosciuto questo sacrosanto
diritto."
Ci auguriamo che la sua sacrosanta richiesta
di salute ottenga rapidamente una risposta.
Dr. Nunzio Santalucia
CASO CLINICO N. 6, Sergio G.
Sergio G. ha 24 anni e dal 7 novembre 1996, a causa di un incidente
stradale che gli ha procurato lesioni del midollo spinale, ha
perduto l'uso delle gambe e delle braccia (mantiene una residua
e limitata capacità di movimento del solo braccio sinistro).
Come spesso accade nei pazienti portatori
di lesioni del midollo spinale, il paziente è affetto da
spasmi muscolari, contrazioni involontarie dei muscoli, dovute
ad ipertono muscolare. Riferisce il paziente: "L'ipertono
mi rende quasi impossibile il solo rimanere seduto sulla sedia.
Vengo continuamente svegliato in modo brusco durante la notte.
Le contratture mi ostacolano la respirazione già ridotta
dagli esiti del trauma. "
Il paziente riferisce di avere praticato,
inizialmente con beneficio, terapia con farmaci miorilassanti
convenzionali (baclofene 25 mg/die).
Con il passare del tempo l'efficacia del farmaco è andata
diminuendo ed il dosaggio è stato progressivamente aumentato
sino a raggiungere la dose massima consigliata di 100 mg/die (4
compresse di Lioresal al dì). Nonostante dosaggi massimali
del farmaco persistono fenomeni di spasticità muscolare,
invalidanti.
Al paziente viene prospettata la possiblità dell'impianto
chirurgico di un sistema di somministrazione continua del farmaco,
una sorta di serbatoio-pompa da impiantare nell'addome, ma la
mancanza di sufficienti dati sulla sicurezza e l'efficacia di
tale sistema, nonchè la necessita di frequenti ricoveri
ospedalieri (circa ogni due mesi) per la "ricarica"
del serbatoio, inducono il paziente a rifiutare tale soluzione.
Il paziente riferisce di avere sperimentato
con successo l'autosomministrazione di derivati della cannabis.
Ecco il suo racconto: "Io e la marijuana eravamo amici già
prima della sventura che mi ha costretto seduto, ma mi sono accorto
che fumando quattro-cinque canne diluite lungo l'arco della giornata
ottengo risultati migliori e posso limitare il medicinale ad una
sola compressa prima di andare a letto; inoltre il mio appetito
ne risulta migliorato e tutto sommato anche psicologicamente mi
aiuta a far trascorrere le giornate che per chi non può
muoversi sono interminabili. Riesco ad uscire con gli amici e
anche, con l'aiuto di un "caschetto" ad onde radio e
di un software di riconoscimento vocale, a lavorare al computer,
cosa che prima risultava impossibile; bastava fissare per più
di 5 minuti lo schermo per scatenare le gambe e gli addominali
in un balletto che mi conduceva diretto al pavimento nonostante
la cinghia che mi fissa allo schienale."
"L'unico problema ora è dato dal fatto che faccio
molta fatica a reperire sul mercato nero marijuana o hashish e
per riuscirci, oltre a spendere molti soldi, espongo i miei amici
a pericoli anche seri. Abitando in campagna potrei coltivare qualche
pianta, che mi garantirebbe una piccola scorta di qualità,
pulita da vizi e abusi di alcun genere e natura, ma ciò
esporrebbe me e i miei familiari a possibili conseguenze legali."
Quanto riferito dal paziente Sergio G. circa l'efficacia dei derivati
della cannabis nel trattamento sintomatico della spasticità
muscolare, ha il conforto di alcune evidenze scientifiche. Tale
dato è confermato oltrechè da molteplici esperienze
aneddotiche, riguardanti pazienti con lesioni del midollo spinale,
malati di sclerosi multipla o altre patologie "spastiche,
anche da alcuni studi clinici di piccole dimensioni [v. voci bibliografiche
19-23 dell'appendice 2].
Un recente studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature
[v. voce bibliografica 36 dell'appendice 2] ha inoltre fornito
interessanti strumenti per la comprensione del meccanismo d'azione
di tali sostanze nel controllo della spasticità, ponendo
le basi per ulteriori interessanti approfondimenti.
A tutt'oggi mancano, è vero, evidenze
cliniche derivanti da grossi numeri e al riguardo c'è da
attendere i risultati di alcuni grossi studi clinici controllati,
già avviati in Gran Bretagna e negli USA . Considerato
tuttavia che i primi risultati di tali studi non si avranno prima
del 2002, rimane il problema per il medico di come comportarsi,
hic et nunc, di fronte ad un paziente affetto da una patologia
di tale gravità, che riferisce, in seguito alla autosomministrazione
di derivati della cannabis, un netto miglioramento della propria
qualità della vita.
In casi come questo non si puo' non condividere
il pensiero di un autorevole editorialista del New England Journal
of Medicine [v. voce bibliografica 1 dell'appendice 2], secondo
il quale, a fronte della bassissima tossicità dei derivati
della Cannabis, nei pazienti affetti da patologie altrimenti incurabili,
che riferiscono un beneficio sintomatico in seguito all'uso di
cannabinoidi, "domandare le prove di un'efficacia terapeutica
è ipocrita. Ciò che realmente conta in una terapia
dotata di un così alto margine di sicurezza è se
un paziente gravemente ammalato prova sollievo come risultato
dell'intervento, non se uno studio controllato ne "dimostra"
l'efficacia."
Pertanto
- considerato il carattere cronico e invalidante della patologia
da cui il paziente è affetto
- considerata la difficoltà del paziente Sergio G. di controllare
gli spasmi muscolari con le terapie convenzionali
- considerato il beneficio riferito in seguito alla assunzione
di derivati della cannabis
- considerata la documentata bassa tossicità di tali sostanze,
anche in caso di uso protratto
- considerati i rischi, anche sanitari, che il reperimento di
tali sostanze sul mercato illegale comporta
si ritiene che non sia etico negare al paziente i benefici di
un trattamento sintomatico con cannabinoidi, e si rimanda alle
autorità sanitarie competenti il problema della individuazione
di modalità che consentano al paziente il reperimento di
dette sostanze in un contesto di legalità.
Dott. Salvatore Grasso
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